Archivi tag: La poesia per me

Quanto ai poeti….

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Tu sai che la poesia deve essere così com’è,

come l’albero che è secco e poi fa frutti,

che non significa niente,

che scriverla o leggerla sono la stessa cosa.

Insomma, uno si prova, in un modo o nell’altro,

a tracciare una retta di luce

tra due anonimi e intercambiabili mucchi di escrementi.

La poesia è respirare:

si prende l’aria da fuori e fuori la si butta.

 Ossido di carbonio più anidride carbonica.

Sai che qui pochi sanno che cos’è una poesia,

 pochi sanno che cos’è un poeta,

e tutti sono convinti

che il posto migliore per un libro è la biblioteca.

Quanto ai poeti, lo sai, ne farebbero a meno tutti.

 

E … quando quelli che ho amati sono tutti qui,

dentro di me,

polpa e buccia una sull’altra,

penso al tuo disincanto

come alla casa dell’infanzia dove ci abitano altri

e nulla più conserva dei nostri gridi

e dei nostri pianti,

 ma a te non importa

lentamente vivere e lentamente appassire

 ma i poeti, Beatrice, esistono

proprio perché troppi ne farebbero a meno.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 

 

 

 

 

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…cerco una poesia

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Stai pensando, cerco  una poesia
un fatto di pensiero che si trovi annodato
al mondo, in una visione
ancora indistinta; l’interlocutore
annuisce con un cenno del capo

– un pensiero non arriva da solo
cerca labbra
dei libri invaghiti delle strade 
sempre riprese da consonanti
melanconiche lasciate al loro stesso oblio
nell’ora cardinale del tuo grido
– canto
            che si avvia

e senza una lacrima
il sangue fluisce.

 

Paul Bélanger, Quebec 1953

da “Origine des méridiens”

traduzione di Viviane Ciampi

 

La lettura della poesia è per me una consuetudine quotidiana. La mia è una ricerca e un’attesa.  Ogni volta mi aspetto di trovare tra quei “viali di parole” un senso a quello che non capisco del mondo, della vita, dell’uomo, di me stessa. Nell’attimo in cui anche un solo verso riesce a diradare l’opacità delle cose, davvero, “…. senza una lacrima il sangue fluisce” e sento, improvvisa, tutta la benevolenza della vita.

Annamaria S.


Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio…

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[…] Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi.  Ma non esistono forse altre realtà oltre a quella che si trova sui giornali e nei discorsi vuoti e infiammati di uomini intimoriti? Esiste anche la realtà del ciclamino rosso – rosa e del grande orizzonte, che si può sempre scoprire dietro il chiasso e la confusione di questo tempo. Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio […]

 

Eetty  Hillesum,  Amsterdam 15 1 1914 – Auschwitz 30 11 1943

da “Lettere”

Eetty  Hillesum era una scrittrice olandese di origini ebraiche,  morta ad Auschwitz insieme alla sua famiglia. Mentre l’Europa cadeva a pezzi, la letteratura le permise di andare oltre il tempo convenzionale e  di afferrarsi strettamente alla vita per non dimenticarne l’immenso patrimonio di bellezza e dignità. Le Lettere sono un toccante esempio di quanto le parole siano insufficienti ma necessarie a dare un nome anche a ciò che di più insensato al mondo ci sia, e questo perché in futuro possa nascere un nuovo e più giusto senso delle cose. Le sue opere sono oggetto di studio e  testimonianza del potere della  scrittura.

 


Schegge di speranza

 

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Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

 

 

Arundhathi Subramaniam, Bombay 1973

dall’antologia “India dell’anima”

traduzione Andrea Sirotti


Echo

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Dopo l’ululato di un animale.

      Dopo il tuono. Dopo il corno.

                Dopo il canto di una donna di montagna

                         c’è il silenzio e l’aria vuota.

                               Poi ci sei tu.

 

Ascolti. Il tuono chiama.

           Ascolti. Le onde parlano.

                   Rispondi. Ma nessuno mai

                             ti risponderà. E lo sai.

                                       E questo vale anche per te

                                                                                            – poeta!

 

 

Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
da “The code ” in   “Tempo e violenza”
traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

 

 


Se la poesia mi potesse aiutare…

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Se la poesia mi potesse aiutare
a sperare
che tutto ciò che ho lasciato indietro
sarà uguale
quando ritornerò
dal grande viaggio…

Se la poesia mi potesse aiutare
a credere
che i nostri anni sono conservati
in una banca di massima sicurezza
e la mia giovinezza non sarà violata
da nessuno e da niente

Se la poesia mi potesse aiutare
a conservare

il tuo sorriso immutato e l’ambra della palpebra…

 

Amelia Stanescu, Costanza 22 6 1974.

Traduzione di Lucia Tarase

 


Lettera al Signor Hölderlin

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Ha scritto da qualche parte in un verso: “A cosa serve il poeta, 
in tempo di povertà?” E proprio questo mi dà l’audacia 
di rivolgermi ad un grande poeta e dire che il vero  
coraggio,
il vero coraggio della poesia forse non è cantare le piogge
quando tutto il mondo le vede, il vero suo coraggio è di vedere
il cielo incendiato e sperare. E prima che sia la pioggia vera
che bagna i campi, la pioggia sia speranza e canto…………..

Un poeta 
davanti ad un cielo bruciato, davanti ad un campo incendiato
e che non è capace di cantare e credere nelle piogge, 
di ricordarci che la pioggia esiste, e che farà fiorire 
la terra malata, 
un poeta che non è un profeta della speranza, 
un poeta con le labbra arse che non sente il bisogno
di cantare le piogge del mondo 

non ha capito che la poesia è prima di tutto una forma di 
speranza.……………………………………………………..

Chi può avere il coraggio di vedere
sul cielo vuoto di nuvole la pioggia, 
chi si prende il rischio di profetizzare le piogge se non la poesia,
quella che è stata con i Greci sotto le mura di Troia
e quella che è scesa con Dante nell’Inferno?

 

 

Octavian Paler,  Lisa, 2 7 1926 – Bucarest, 7 5 2007
Traduzione dal romeno di Magda Arhip

 


Stanotte ho sognato un verso

 

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“Innevate  talvolta dalla neve”

Stanotte ho sognato un verso

e,  come quando per strada

incroci un viso sconosciuto

 e tuttavia familiare,

mi sono chiesta

“Dove l’ho visto?”

 

Annamaria S.


La Poesia è lo spazio intorno al silenzio

Chi passa spesso tra queste pagine sa che, per indole o vocazione, sono una “solitaria”. Non che non mi piacciano gli altri, specialmente se sono simpatici e divertenti, o perché non abbia nulla da dire: quante considerazioni ci sarebbero da fare su ciò che ogni giorno accade! ma ci sono già tutti che esternano opinioni su tutto, perciò,  molto spesso preferisco intrattenermi con i miei pensieri o godermi il silenzio, bene prezioso in via d’estinzione (ahinoi!!!).                                                                                                                  A me piace leggere la Poesia, maestra di essenzialità nella conoscenza del mondo e dell’animo umano, materia viva che riempie gli incavi vuoti  del linguaggio.                   Un poeta francese dice  “ la Poesia è lo spazio intorno al silenzio”. Non ho mai sentito definizione più bella.  Così oggi mi piacerebbe, attraverso le parole del  poeta messicano   Mario Licón Cabrera, ringraziare anch’io la Poesia, il posto dove vanno a finire le cose immaginate e quelle  ricordate. La Poesia, questa cosa che  a forza di leggerla e rileggerla, finisci per  confonderla con la speranza e questo ti scalda il cuore.  

 

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Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 

Mario Licón Cabrera (Nuevo Casas Grandes, Chihuahua, Messico, 1949)

da La reverberación de la ceniza

traduzione  di Lucia Cupertino

 


Notturno

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Il vento del sud soffia di nuovo da qualche parte di me – solido

 

Quante sono le sue parti

 

tanti sono io.

 

Vagare su foglie secche, sfatte e caduche che mi rivestono come lacrime

 

L’autunno non è cordiale come settembre

 

 come quella di pelle liscia e ardente che mi accarezzò la faccia

 

scolorata dal tempo

 

Oggi il giorno non è accaduto

 

il mondo intero è evaporato e la pioggia ha cancellato ciò che

 

non c’era già più.

 

 

 

Narlan Matos. Bahia, Brasile 1975

 

da “Signore e signori, l’alba!”  in La provincia oscura

 

traduzione di Giorgio Mobili

 

 

Qualche considerazione mentre inizio a leggere “La provincia oscura” del poeta Narlan Matos,  un poeta brasiliano che amo moltissimo. 

Ricordo che la contezza del  mio innamoramento perso per la poesia sudamericana in generale,   l’ebbi alla lettura de “ Il fiume” di Javier Heraud: il viaggio esistenziale associato al corso di un fiume non era semplicemente una metafora del cammino dell’uomo su questa terra. Il fiume che scorre era la metafora del tempo cosmico, dell’universo in cui, volontariamente,  l’essere umano si immerge  per sentirsene parte, un’ infinitesima parte, un piccolo segmento di un tutto dove cercare e riconoscere l’assoluto e, in esso, il  senso del nostro stare al mondo. La poesia sudamericana è una poesia cosmica,  una poesia che sembra resistere al razionalismo e si affida a una sensibiltà primordiale,  che cerca disperatamente il valore assoluto nella continuità materiale e spirituale  tra l’uomo e l’intero esistente. Una poesia  totalizzante ma  intima e personale, segnata spesso da una malinconia struggente quando chiede conto,  al vento e al mare,  del dolore umano e della morte dinanzi all’infinità dell’oceano, una poesia in cui si sente forte il legame di identità con i luoghi della propria storia ma anche della storia collettiva, quella  di un intero popolo.   E poi una cosa che mi ha sempre colpito:  in molti paesi di quella parte del mondo, afflitta da dittature, conflitti e   povertà, si organizzano da decenni festival della poesia. Un esempio su tutti, a Medellin, da 26 anni il Festival Internazionale di Poesia , è uno dei festival di poesia più conosciuto al mondo e emblema della resistenza civile  attraverso la poesia e l’arte. Durante il Festival, più di 100 poeti provenienti da tutto il mondo leggono le proprie poesie in varie zone della città. A Cuba ogni anno per il festival della poesia si svolgono numerosissimi eventi nei luoghi più significativi del paese…..

E ora comincia la lettura….

 

 


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