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Quanto dura il tempo? L’eternità e un giorno.

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A piedi nudi la pioggia non danza mai



C’è un liceale sedicenne, manipolatore e a tratti inquietante, che si introduce strumentalmente nella casa, nelle abitudini e nella vita di un suo compagno di classe. Di tutto, ne fa un racconto a puntate, che consegna ogni volta al suo professore di letteratura. E’ un uomo con il sogno mai realizzato di diventare un grande scrittore, dopo essersi reso conto che il ragazzo ha talento, si offre di seguirlo e di dargli consigli sulla scrittura. In un primo momento, nel film, la realtà è ben distinta dalla fantastica creazione del ragazzo, ma poi è come se la narrazione incominciasse ad avere effetti sulla realtà che descrive. In altre parole, la scrittura non si limita a raccontare la vita, la modifica. A metà film, realtà e finzione non si distinguono più, non sai cosa è accaduto veramente e ciò che è creazione fantastica . Il film, avvincente e raffinato, è una riflessione sulla fatica e anche sulla sofferenza della scrittura. La scena finale è emblematica di ciò che rappresenta, non solo per gli scrittori ma per l’uomo, il potere dell’immaginazione e conseguentemente il bisogno di raccontare. Ma d’altra parte è anche la consapevolezza che il raccontare non ha molto a che fare con la vita reale, prova ne è che le vicende dei personaggi del film evolvono, in certi casi anche drammaticamente, infrangendone rovinosamente le illusioni. Insomma, come dice il giovane protagonista: “La matematica non delude mai”.
L’immaginazione sì?
Iraida


A cosa serve dire gatto giallo invece di gatto randagio?

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A cosa serve dunque la letteratura? A cosa serve dire gatto giallo invece di gatto randagio? Definire la vecchiaia viaggiatrice della notte? Parlare delle palizzate formate dagli aranceti di Valenza a proposito di Retz? A cosa serve la testa mozzata della duchessa di Montbazon? Perché trasformare l’umiltà di Rancé (del resto dubbia) in uno spettacolo munito di tutta l’ostentazione dello stile (stile d’essere del personaggio, stile verbale dello scrittore)? Questo insieme di operazioni, questa tecnica, alla cui incongruità (sociale) bisogna sempre far ritorno, serve forse a questo: a soffrire di meno.

Roland Barthes.
Dalla prefazione a “Chateaubriand: Vita di Rancé”


Chiedi alla polvere…

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“…Se Dio avesse un po’ di decenza ci spedirebbe all’inferno e lascerebbe questa terra com’era: pura e perfetta…”
John Fante
Denver, 8 aprile 1909 – Los Angeles, 8 maggio 1983.


La letteratura ci salverà.


Qualche giorno fa l’Huffington Post spagnolo, a commento delle immagini crude e terribili della protesta in Spagna contro il governo, e che hanno fatto il giro del mondo, ha pubblicato un post di Pedro Almodovar. Mentre lo leggevo, mi è venuto da pensare che ciò che sta accadendo a milioni di persone oggi, avrebbe bisogno di essere raccontato dalla letteratura. Il regista spagnolo ha posto l’accento sull’importanza delle nuove tecnologie che valgono più di tante narrazioni “di parte” della barbarie che si sta compiendo in nome del profitto. E io credo che oggi manchi una rappresentazione letteraria di ciò che sta stravolgendo la vita dell’uomo contemporaneo, le dinamiche relazionali, i modi stessi di pensare a sè e al suo posto nel mondo, il senso da dare alla sua esistenza. Se la storia è la fredda cronaca delle vicende umane di ogni epoca, la letteratura è la narrazione delle illusioni, della fatica, dei desideri, del coraggio e delle speranze di uomini e donne che sono dietro a quelle vicende e ne determinano la sostanza. John Steinbeck seppe raccontare, attraverso la storia di una famiglia americana, la depressione del 1929 , la crisi, la miseria, il caro benzina, l’usura… Eh sì, è di un’attualità impressionante questo romanzo, che conosciamo col titolo italiano di “Furore” ma in quello originale è The grapes of wrath, i grappoli della rabbia, quella che sale su per il collo a intere famiglie affamate dalle banche, quelle che nel romanzo vengono definite “mostro”, opera dell’uomo stesso ma delle quali ha perso il controllo.

La letteratura è capace di cercare e trovare il significato universale dell’agire umano, attraverso il racconto del suo quotidiano ma, soprattutto, può aiutarci a capire dove stiamo andando.

Iraida


La “gravità” della vita, la “levità” della poesia.

 

Parlavo con un amico, ci chiedevamo :  “a che serve la poesia?” “sarà vero che i poeti sono inutili?” nel senso  “ se e quanto incidono su ciò che accade ”  “può una poesia modificare gli eventi della storia?”. Lo stesso amico mi ha consigliato un libro di  Nicanor  Parra “Antipoesie”.
Poeta cileno,  Parra, classe 1914, laureato in fisica quantistica e matematica  e   fratello di Violeta,  famosa  per la bellissima Gracias a la vida , con ironia e sarcasmo cerca di dissacrare la migliore tradizione della poesia latino-americana (Neruda, Mistral..) e, convinto che la poesia debba ripudiare i toni alti per quelli popolari e quotidiani,  si sente più vicino a  Eliot, Pound, Whitman. Il poeta non  più “vate”o “semidio” insomma,  ma individuo  irriverente,  anche nei confronti della morte o della religione.
La capacità di raccontare la realtà nelle sue pieghe, spesso drammatiche, con “leggerezza”,  che non è superficialità o inconsapevolezza ma  distacco, “disincanto” quasi,  è una prerogativa della Poesia. Un mio amico poeta dice che la poesia  “non può cambiare il mondo. Ma almeno può alleviare la nostra sofferenza e accrescere la nostra gioia di esser-ci”. E  comunque, se disegni delle linee su un vetro appannato, non ti chiedi perché, non ti importa a che serve, il dito scivola inseguendo un pensiero e questo ti rende felice per  il tempo che impiega quel segno ad evaporare.

Padre nostro

Padre nostro che sei nei cieli
pieno di ogni genere di problemi
con l’espressione corrucciata
come se fossi una persona qualunque
non pensare più a noi.

Capiamo che tu soffra
perché non riesci a mettere le cose a posto.

Sappiamo che il Demonio non ti lascia tranquillo
distruggendo tutto quel che costruisci.

Lui ride di te
ma noi piangiamo con te.

Padre nostro che sei dove sei,
circondato da angeli sleali,

sinceramente
non soffrire oltre per noi.

Devi capire
che gli dei non sono infallibili
e che noi sappiamo perdonare tutto.

Nicanor Parra Sandoval
(San Fabián de Alico,Cile 15 settembre 1914)

                                


…dovrò diventare io stessa il fischio di un treno…

Questa poesia mi riporta a una lettura degli anni dell’ università “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Il tenente Drogo in cima alla torre della fortezza scruta l’orizzonte,  aggrappato all’attesa di un qualcosa che dia senso alla sua vita. Ma consumerà il suo tempo e la sua stessa vita, senza che nulla accada, in un’attesa che equivale a una rinuncia e perciò a una sconfitta.

Gli ultimi versi della Dimitrova, invece, si aprono alla fiducia  e alla speranza: il tempo dell’attesa ha una scadenza e solo noi possiamo infrangere con il coraggio quell’ “aria inchiodata” che si impossessa dei nostri giorni. Solo noi.

SALA D’ASPETTO    
L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso –
per smuovere quest’aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!

Blaga Nikolova Dimitrova (2 January 1922 Byala Slatina – 2 May 2003)