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Louise Glück, Premio Nobel per la letteratura 2020

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Vieni da me, disse il mondo. Stavo ferma

nel mio cappotto di lana in una specie di portale luminoso

posso finalmente dire

molto tempo fa (…) la morte non può farmi male

più di quanto mi abbia fatto male tu,

amata vita mia.

 

Louise Glück, New York 22 6 1943
da “Averno” 
traduzione Massimo Bacigalupo

Mattutino

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Vuoi sapere come passo il tempo?

Cammino sul prato davanti, fingendo

di diserbare. Dovresti sapere

che non diserbo mai, in ginocchio, sradicando

ciuffi di trifoglio dalle aiole fiorite: in realtà

sto cercando coraggio, qualche indizio

che la mia vita cambierà…

 

 

Louise Glück, New York 22 6 1943

da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993

traduzione Massimo Bacigalupo

 

“L’iris selvatico” premio Pulitzer 1993, della poeta americana Louise Gluck, non è una raccolta di poesie ma un vero e proprio poema che racconta l’inafferrabile avventura dell’esistenza umana. Tante voci compongono questo poema: quella dei fiori, tanto simili agli esseri umani ma che, a differenza degli uomini, accettano il loro destino “…Le vostre vite non sono circolari come le loro: le vostre vite sono il volo dell’uccello che inizia e finisce nell’immobilità…”; quella del giardiniere, il poeta che piange la giovinezza andata, l’amore perduto e l’abbandono di un “Padre irraggiungibile” e assente “…lasciati soli ci esaurimmo a vicenda….”; quella di un dio ironico, a tratti arrabbiato, nei confronti dell’incontentabilità umana”… Perchè vi avrei fatto se avessi voluto limitarmi al segno ascendente, la stella, il fuoco, la furia?…”. La prima voce è quella dell’iris selvatico che narra la sua nascita “…Alla fine del mio soffrire c’era una porta..” L’ultima è quella dei gigli, d’oro d’argento e bianchi, che alla fine dell’estate, metafora dell’esistenza e della breve stagione dei fiori, hanno paura della morte” …guarda, sopra il giardino: sorge la luna piena. La prossima non la vedrò..” e, nonostante tutto, sono felici d’aver vissuto “Zitto, amore. Non mi importa quante estati vivo per ritornare: in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità”. La poesia è colloquiale, eppure intima, ricca di suggestioni, metafisica, incantata.


Vento calante

Iris
Quando vi ho fatto, vi amavo.
Ora vi compatisco.

Vi ho dato quanto vi serviva:
letto di terra, lenzuolo di aria blu…
Mentre mi allontano da voi
vi vedo più chiaramente.
A quest’ora le vostre anime avrebbero dovuto essere
immense,
non quel che sono,
piccole cose vocianti…

Vi ho dato ogni dono,
blu del mattino primaverile,
tempo che non sapevate come usare:
volevate di più, l’unico dono
riservato a un’altra creazione.

Qualsiasi cosa abbiate sperato,
non troverete voi stessi nel giardino,
fra le piante che crescono.
Le vostre vite non sono circolari come le loro:

le vostre vite sono il volo dell’uccello
che inizia e finisce nell’immobilità:

che inizia e finisce, forma che riflette
quest’arco dalla betulla bianca
al melo.

 

Louise Glück, New York 22 6 1943

da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993

traduzione Massimo Bacigalupo

“L’iris selvatico” premio Pulitzer 1993, della poeta americana Louise Gluck, non è una raccolta di poesie ma un vero e proprio poema che racconta l’inafferrabile avventura dell’esistenza umana. Tante voci compongono questo poema: quella dei fiori, tanto simili agli esseri umani ma che, a differenza degli uomini, accettano il loro destino “…Le vostre vite non sono circolari come le loro:le vostre vite sono il volo dell’uccello
che inizia e finisce nell’immobilità…”; quella del giardiniere, il poeta, che piange la giovinezza andata, l’amore perduto e l’abbandono di un “Padre irraggiungibile” e assente “…lasciati soli ci esaurimmo a vicenda….”; quella di un dio ironico, a tratti arrabbiato, nei confronti dell’incontentabilità umana”… Perchè vi avrei fatto se avessi voluto limitarmi al segno ascendente, la stella, il fuoco, la furia?…”. La prima voce è quella dell’iris selvatico che narra la sua nascita “…Alla fine del mio soffrire c’era una porta..” L’ultima è quella dei gigli, d’oro d’argento e bianchi, che alla fine dell’estate, metafora dell’esistenza e della breve stagione dei fiori, hanno paura della morte” …guarda, sopra il giardino: sorge la luna piena. La prossima non la vedrò..” e, nonostante tutto, sono felici d’aver vissuto “Zitto, amore. Non mi importa quante estati vivo per ritornare: in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità”. La poesia è colloquiale, eppure intima, ricca di suggestioni, metafisica, incantata.


“Allora Euridice….dolorosamente capì: Orfeo si era voltato apposta” G. Bufalino

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Euridice ritornò agli inferi.

Quello che era difficile
Era il viaggio, che,
all’arrivo, è dimenticato.

La transizione
è difficile.
E muoversi tra due mondi
in modo particolare;
la tensione è molto grande.

Un passaggio
colmo di rimpianto, d’intenso desiderio,
a cui abbiamo, nel mondo,
un qualche vago accesso o memoria.

Solo per un momento
Quando il buio dell’oltretomba
si diffuse di nuovo intorno a lei
(gentile, rispettoso),
solo per un momento poté
un’immagine della bellezza della terra
raggiungerla di nuovo, bellezza
per cui lei si doleva.

Ma vivere, con l’umana miscredenza
È tutta un’altra cosa.

 

Louise Glück, New York 22 6 1943


Speak to me, aching heart.

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“Parlami, cuore in pena: perché stai piangendo
al buio, nel garage
col tuo sacco della spazzatura?
Non tocca a te farlo
a te spetta
svuotare la lavastoviglie…
E’ questo il modo di comportarsi
con tuo marito, non rispondere
quando ti chiama?
E’ questo il modo in cui
il cuore si comporta
quando è scheggiato:
vuole stare da solo
con la spazzatura?”

 

Louise Glück, New York 22 6 1943

da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993

traduzione Massimo Bacigalupo

 


Padre irraggiungibile….

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MATTUTINO
Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

 

Louise Glück, New York 22 6 1943

da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993

traduzione Massimo Bacigalupo


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