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Sogno il mio sogno preferito….

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Sogno il mio sogno preferito
e la notte non finisce mai.
Gli alberi rivelano il loro alfabeto
e stelle che
parlano dell’infinito
di ogni soffio del vivere.
Costruisco madri passate
con la mano affondata nella notte.
Che bello era il suo angolo
dove echi vaghi la nominavano!
Così, di spalle a me,
fuggiva ad un paese baciato
dalla sua gelida gioventù.
Madre che
cucinavi distanze
nelle pentole del giorno.
Mi parli ancora
dalle crepe del tempo.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere

 traduzione di Laura Branchini

 

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Nella scatola dei ditali di mia madre

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Nella scatola dei ditali
ci stanno le ruotine dei bottoni
che si attaccano ai cappotti,
ci sta il filo bianco
che si impiglia nelle mani di mia madre
che hanno pazienza.

Nella scatola dei ditali
ci sono gli aghi del tempo
che forano tutte le sere.

 

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981

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Una vecchia scatola di latta per biscotti, tonda e blu. Quando mia madre se ne andò, la portai con me a casa mia.  Mi sembrò una delle cose più preziose che avesse posseduto, più preziosa del filo di perle che papà le aveva regalato il giorno delle nozze. In quella scatola c’erano  i rocchetti di cotone, le fettucce colorate, i ditali, gli spilli, la pazienza di mia madre, i suoi pensieri, il  veder largo attraverso la cruna dell’ ago, i  merletti ritagliati dei suoi sogni , i mille punti stretti intorno a dolenti cicatrici, per non lasciar scappare mai la vita e la speranza che mi insegnò a non abbandonare mai.
Oh mamma, la tua scatola è ancora qui. Tu quando tornerai?
Annamaria Sessa

………ed era maggio

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Ricordo che mia madre
entrava nella mia stanza
ed era maggio
e i grilli cucivano la campagna
là lontano.
Nell’aria dolce
come dopo una febbre
stavamo in quel silenzio
che entrava dappertutto.

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981


Mi è molto difficile dirti figlio …..

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………………………………………………………………..

Mi è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo

perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo

 mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo

per dirti così semplicemente figlio senza letteratura

così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo

malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia

malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo.

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

 

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così. Vorrei che fossero ben visibili anche i timori e le fragilità che hanno caratterizzato e caratterizzano il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.   Annamaria S.


Le madri

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Le madri bussano alla porta di notte
sempre quando non sappiamo
che darle, come accoglierle.
Perché siamo così impreparati?
Quello che ci hanno insegnato
sul ricevere ospiti inaspettati
adesso non serve affatto,
offrirle un bicchiere d’acqua
un pasto caldo un letto
non è mica questo ciò che attendono
quelle camminatrici indefesse.

Le madri quando bussano
vogliono che le stringa le mani
sapere se tornerai alla terra
se potranno gioire il ritorno
imbandire la tavola più bella
tendere al sole i panni della danza
l’allegria del ricongiungimento.
Le madri bussano alla porta di notte
e se anche vanno via affrante
perché il ritorno è stato rinviato
loro non vanno mai via davvero,
restano proprio come quelle liane
ormai fuse ai tronchi d’albero
per attraversare i fiumi in piena.

 

Lucia Cupertino

da Fili d’aquilone n. 42


Il destino di una madre

Viaggio-della-Vita

 

 

…Dormono a volte nei nostri letti e li proteggiamo

dal dolore come  figli che non avremo mai

perché non ci rassegniamo a perderli.  E,  un giorno,  partono,  vanno.

 

Colpevoli, non arrivano a spiegare ciò che li trascina via. Scrivono

delle lettere dopo – una o due per alleggerirsi di questa spada.

E noi rimaniamo, eternamente, senza vergognarci, in attesa che ritornino.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

—————————————

 

Aspetti i figli

quando ancora non sono nati,

li aspetti all’uscita della scuola,

al ritorno dal loro primo viaggio con gli amici.

Trepidi

nell’attesa di  una telefonata da chissà dove,

quando sono grandi abbastanza,

per  andare a scoprire com’è fatto il mondo.

 Aspetti ogni volta

di trovare  nelle parole che dicono,

in ciò che sono  e che fanno,  

quel sentimento della vita

che è passato insieme al tuo latte

e alla prima aria che hanno respirato

e che speri  

abbia insegnato loro 

come si fa ad amare…

Annamaria Sessa


8 settembre 1943. Mia madre di vent’anni*

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Questa fotografia fu l’unica cosa che mia madre portò con sé, quando scappò dalla sua casa in fiamme nell’autunno del 1943. Aveva vent’anni, nel suo quartiere i tedeschi avevano ucciso civili inermi e bruciato ogni loro cosa. La guerra attraversava la sua giovinezza, distruggendone progetti e desideri. Aveva voluto salvare quel cartoncino spiegazzato, perché dimenticare l’orrore sarebbe stato più facile che ricordare che era stata bella ed incosciente come lo sono i giovani e i loro sogni.  Annamaria S.

Tutto su mia madre

Si affaccia da una cornicetta
che ne circoscrive il volto puro
e guarda la finestra
che ritaglia il cielo
mia madre di vent’anni,
mia madre che sognava ancora
e le nascevano voli tra i capelli
mia madre occhi di marzo
con le tasche piene di paure,
lei che non cantava mai.
– Com’è che te ne innamorasti?-
-Fu il suo modo di incedere…-
Lui, principe di sabbia e pioggia,
lei, corolla spalancata in un deserto.

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La poesia è tratta dal sito lettere senza destinatario

*A neanche un mese dalla firma dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, ad Acerra un gruppo di partigiani del luogo tentò di bloccare, con povere masserizie e carri agricoli, i potenti mezzi dei tedeschi in fuga. Fu una carneficina, i tedeschi bruciarono le case. I morti, tra uomini, donne e bambini, furono 75, 15 donne e 60 uomini. Sette di loro avevano da 1 a 9 anni e, 18, da 13 a vent’anni. Tutto ciò, lungo la via dove abitava mia madre con la sua famiglia. Da allora quella strada si chiamò Corso della Resistenza. Acerra è Medaglia d’oro al valor civile. Annamaria S.


Mi è molto difficile dirti figlio….

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Mi è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo

perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo

 mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo

per dirti così semplicemente figlio senza letteratura

così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo

malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia

malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo.

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così, vorrei che fossero ben visibili i timori e le  fragilità che hanno caratterizzato il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.


….pietre per le mie tasche

 

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Seppellite le madri una dopo l’altra

ci lasciamo trasportare dalla corrente

le buone e le cattive ragazze.

Nessuno più ci chiederà,

quando torni a casa?

Tutte le valigie si svuotano e ci lasciano.

Dopo le prime ore di dolore in caduta libera

diventeremo sirene o sibille senza età, intoccabili.

Un’amica dipinge le mani di sua madre

su stoffa, vetro, carta.

Una cattura con le parole un certo nitore degli occhi

un certo chiuso dolore.

Una fa volteggiare i suoi piccoli in un vortice di petali dipinti

nell’autunno della loro nonna.

Io raccolgo le tue storie,

pietre per le mie tasche

per ancorarmi a terra

quando la radice cede.

 

Karen Press, Città del Capo 1956

da “Pietre per le mie tasche” 

trad. di Paola Splendore

 

 


……come i cuori che amano

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Pensavo:
non cambierà mai
sempre aspetterà
col suo abito bianco
e gli occhi azzurri
sulla soglia di tutte le porte
sempre sorriderà
mettendosi la collana
finché di colpo
il filo si spezzò
adesso le perle svernano
nelle fessure del pavimento
la mamma ama il caffè
la calda stufa
la quiete
siede
si sistema gli occhiali
sul naso affilato
legge una mia poesia
e con la testa grigia disapprova
colui che è caduto dalle sue ginocchia
serra la bocca tace
dunque un mesto colloquio
sotto la lampada fonte di dolcezza
o dolore non assopito
da quali pozzi egli beve
per quali strade cammina
figlio diverso dalle attese
l’ho nutrito con un latte benigno
l’inquietudine lo brucia
l’ho lavato nel caldo sangue
ha le mani fredde e ruvide
lontano dai tuoi occhi
trafitti dal cieco amore
è più facile subire la solitudine
tra una settimana
nella fredda stanza
con un nodo in gola
leggo la tua lettera
nella lettera
i caratteri sono staccati
come i cuori che amano.

Zbigniew Herbert, Leopoli, 29 10 1924 – Varsavia, 28 6 1998
traduzione di Paolo Statuti


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