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Grazie

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Non so se mi vedrò nel piano alto
d’una farmacia sul Mar del Sud,
una sera del tiepido settembre;
o invece nel destarmi sulle sponde
di una laguna in mezzo al deserto,
esattamente nove mesi prima
(Huacachina: così si chiama il posto);
non so che sarà l’ultima visione,
ma sono sicuro che me ne andrò
dicendoti che ti ringrazio, madre,
per avermi dato tu alla luce,
che anche se fossi stato non umano
ma una pietra o un pesce o un vegetale,
mi sarebbe bastato da te nascere.

Carlos German Belli, Lima 1927
Traduzione: Martha L. Canfield

Non ho mai conosciuto chi mi ha messa al mondo. Non ho mai saputo, e neanche saprò mai, se la sua assenza ha nuociuto alla vita che mi ha dato o se è stato un bene, per entrambe, perderci.
Non ho mai saputo niente di lei, per tutta la vita, le uniche domande che mi sono sempre fatta sono state “Chissà come porta i capelli, se le piace ballare e se si specchia nelle vetrine quando cammina per strada, chissà se sulla guancia destra le compare una fossetta ogni volta che sorride” Nient’altro.
Oggi ho letto questi versi ed ho pensato a lei, che ringrazio, per aver permesso che le mie palpebre si aprissero e che i miei polmoni si riempissero della prima aria che ho respirato. Grazie per avermi dato la vita che mi ha insegnato l’amore e l’odio, la gioia e il dolore, il ricordo e l’oblio, lo stupore e il sogno. Per le volte che mi sono sentita immortale o solamente un insignificante granello di polvere nell’universo, mi è bastato, sì “…mi è bastato da te nascere”
Iraida (Annamaria)


” Ah…madre…mia…”

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Questioni

Voglio chiedere ai passeri
come piangono quando il piombo li colpisce.
Voglio chiedere agli alberi della foresta
come si lamentano quando li abbatte il taglialegna costringendoli a dormire.
Perfino della pietra, quando è frantumata,
voglio conoscere i reali sentimenti.
E le campane… com’è che non versano sangue e pianto?
Voglio chiedere ai vermi della terra
sulle profonde tenebre sinistre… e sul freddo privo di misericordia.
All’asino sulla sua paternità.
E i segnali delle strade che conducono alle lontane città,
voglio conoscere i segreti della loro solitudine serale coperta di ruggine,
d’umidità, e dei fremiti del quieto metallo.
Voglio intrufolarmi nel cuore di tutto ciò che si muove
e gridare a suo nome.
Ogni animale è condotto al macello dal suo padrone… eppur continua a
pascolare.
Ogni corpo inanimato è disperato. Ogni insetto.
Ogni piccola mandorla che cade quando non vorrebbe
voglio che abbia la sua giusta parte nel mio cuore in cui ritrovarsi.

… Quanto all’uomo
quanto all’uomo…
la grande creatura che parla d’amore, che conosce la coniugazione dei verbi,
la guida delle locomotive
e la meditazione
e la bianca menzogna e la menzogna nera
e la scelta delle scarpe adatte
e le maniglie delle porte
e i quaderni
e il grado di concentrazione degli acidi chimici velenosi…
L’uomo…
l’uomo che sorride e manifesta i propri sentimenti,
che canta comunque vada.
L’uomo che produce morte copiosa,
e le feste che a malapena dan sollievo alla mano solinga!!
Con tutto ciò, non voglio chiedergli
se sono le fruste che si abbattono sul suo corpo
a costringerlo, forse, talvolta, a gridare a gola spiegata
“Ah… madre mia…”

 

Nazìh Abu Afash, Marmarita (Siria) 1946


La vecchia borsetta di mia madre

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La vecchia borsetta di pelle di mia madre;
dentro, le lettere che ha portato con sé
per tutta la guerra.
Il profumo della borsetta di mia madre:
mentine, rossetto e cipria Coty.
E quelle lettere, ammorbidite
e sgualcite sugli angoli,
aperte, rilette, ripiegate
così spesso.
Lettere di mio padre. Profumo
di pelle e cipria
che da allora per me ha significato femminilità
e amore, e angoscia, e guerra.

Ruth Fainlight, poeta inglese nata a New York nel 1931
da “Staying alive”


A mia madre

2013-11-12 17.19.12

Tre volte apristi gli occhi
per guardarmi.
Tre volte sospirasti
stendesti le braccia
scusandoti
E senza parlare
ti sfilasti la vita
come un cappotto
che pesa quando viene
la bella stagione.

 

da Ancestrale
Goliarda Sapienza
Catania, 10 maggio 1924 – Gaeta, 30 agosto 1996


8 settembre 1943. Mia madre di vent’anni*

02 - Mamma adolescente
Unafotografia.

Fu l’unica cosa che mia madre portò con sé,

quando scappò dalla sua casa in fiamme

nell’autunno del 1943.

Aveva vent’anni,

nel suo quartiere i tedeschi avevano ucciso

civili inermi e bruciato ogni loro cosa.

La guerra attraversava la sua giovinezza,

distruggendone progetti e desideri.

Aveva voluto salvare quel cartoncino spiegazzato,

perché dimenticare l’orrore

sarebbe stato più facile che ricordare

che era stata bella ed incosciente

come lo sono i giovani e i loro sogni.  

Annamaria S.

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Tutto su mia madre

Si affaccia da una cornicetta
che ne circoscrive il volto puro
e guarda la finestra
che ritaglia il cielo
mia madre di vent’anni,
mia madre che sognava ancora
e le nascevano voli tra i capelli
mia madre occhi di marzo
con le tasche piene di paure,
lei che non cantava mai.
– Com’è che te ne innamorasti?-
-Fu il suo modo di incedere…-
Lui, principe di sabbia e pioggia,
lei, corolla spalancata in un deserto.

Blumy
La poesia è tratta dal sito lettere senza destinatario

*A neanche un mese dalla firma dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, ad Acerra un gruppo di partigiani del luogo tentò di bloccare, con povere masserizie e carri agricoli, i potenti mezzi dei tedeschi in fuga. Fu una carneficina, i tedeschi bruciarono le case. I morti, tra uomini, donne e bambini, furono 75, 15 donne e 60 uomini. Sette di loro avevano da 1 a 9 anni e, 18, da 13 a vent’anni. Tutto ciò, lungo la via dove abitava mia madre con la sua famiglia. Da allora quella strada si chiamò Corso della Resistenza. Acerra è Medaglia d’oro al valor civile. Annamaria S.


Lei torna da me ogni volta che dormo in sogno…..

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Intanto lei torna da me ogni volta che dormo in sogno
e le dico bentornata, siediti intanto,
e lei rassetta, al suo solito, il cuscino,
è innaturale che una madre non rassetti il cuscino a suo figlio
e che il figlio rassetti invece il cuscino di sua madre
e asciugo i suoi sudori freddi e liscio i suoi capelli stopposi
e stringendole la mano fredda le dico
non temere il posto dove vai, non ne tornerai
a mani vuote come tante volte ne tornasti
perché nel posto dove vai non ci sono speranze
né perdita, rimorso e dolore, neppure quello di madre,
nel posto dove vai non manca nulla.
È un posto perfetto.

Natan Zach, poeta israeliano nato a Berlino 1930

da “Sento cadere qualcosa” in Poesie scelte 1960 – 2008

Traduzione di Ariel Rathaus

 

Ciao mamma, ovunque tu sia!   Iraida (Annamaria Sessa)


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