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La Poesia è lo spazio intorno al silenzio

Chi passa spesso tra queste pagine sa che, per indole o vocazione, sono una “solitaria”. Non che non mi piacciano gli altri, specialmente se sono simpatici e divertenti, o perché non abbia nulla da dire: quante considerazioni ci sarebbero da fare su ciò che ogni giorno accade! ma ci sono già tutti che esternano opinioni su tutto, perciò,  molto spesso preferisco intrattenermi con i miei pensieri o godermi il silenzio, bene prezioso in via d’estinzione (ahinoi!!!).                                                                                                                  A me piace leggere la Poesia, maestra di essenzialità nella conoscenza del mondo e dell’animo umano, materia viva che riempie gli incavi vuoti  del linguaggio.                   Un poeta francese dice  “ la Poesia è lo spazio intorno al silenzio”. Non ho mai sentito definizione più bella.  Così oggi mi piacerebbe, attraverso le parole del  poeta messicano   Mario Licón Cabrera, ringraziare anch’io la Poesia, il posto dove vanno a finire le cose immaginate e quelle  ricordate. La Poesia, questa cosa che  a forza di leggerla e rileggerla, finisci per  confonderla con la speranza e questo ti scalda il cuore.  

 

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Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 

Mario Licón Cabrera (Nuevo Casas Grandes, Chihuahua, Messico, 1949)

da La reverberación de la ceniza

traduzione  di Lucia Cupertino

 


Ho smarrito il mondo e non so quando comincerà il tempo di dare nuovo inizio. J.E. Pacheco

 

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Tu sei

le lancette e il corpo

stesso della bussola che un giorno

il tempo avrebbe posto tra le tue mani

 

Ma ora con

tutta la tua assenza e tutta

la freschezza del tuo profumo e la seta

assente dalla tua pelle e così distante

 

è molto facile che perda

il nome il numero e la rotta

delle mie disgrazie e del brumoso mondo smarrito

 

Forse

se a un certo punto dovessi apparire

porta tra le braccia e tra

le labbra, porta nel tuo sereno sguardo

azzurro un altro nuovo inizio.

 

Mario Licón Cabrera, Chihuahua (México) 1949

daLa reverberación de la ceniza”

traduzione  di Lucia Cupertino

 

 


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