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e penso che la vita fosse bella….

 

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A volte ricordo il calore di quei giorni, 

la grazia di quel corpo addormentato, 

il candore del letto in un angolo della stanza, 

il libro abbandonato, semiaperto, 

la lampada sommessa, la finestra, 

il suono lontano della pioggia, 

le lente chiacchiere della notte, 

e penso che la vita fosse bella, 

e accarezzo le ferite del tempo sul mio petto.

 

Eloy Sánchez Rosillo,  Murcia (Spagna) 24 giugno 1948 

da “Modi di stare da solo” 1974 – 1977

traduzione mia

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Quadro di un pomeriggio di pioggia

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Grigio scuro in cielo. 

Velluto cenere  tra le nuvole dipinte.

Patina grigia in un tardo pomeriggio.

Grigio su grigio, pennello, pittore. 

Insonnia di grigia sera

sopra un desiderio sfocato.

Acqua  mite del cielo e increspata

acqua di fiume. Anima  incatenata

alla memoria, alla nostalgia, al dolore.

Gocce fugaci. Fiume in corsa

nel pomeriggio. Ricordo  sulla sponda,

di un’altra pioggia, un altro fiume e un’altra attesa.

Pioggia grigia su alberi alteri.

Mite l’acqua del cielo. 

Pennello delicato. 

Pittore che dipinge una chimera.

 

Antonio  Jesùs  Cruz,  Frìas (Argentina) 1951

traduzione mia

 

Colori  vividi e spettrali di un cielo piovoso, gli stessi che colorano il ricordo, la nostalgia, il dolore per ciò che non può essere più. 

 


….pentita di non averti sorriso abbastanza

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«Minuscola parte di un niente» dicevi 
«siamo l’illusione dentro questa vita infinitesima» 
– un’incognita, un’equazione o una frazione 
un rovesciamento materico – 

Si filosofeggiava sugli uccelli 
sul suono che si perpetua da secoli 
nella bocca dei tordi.

Sei stato gigante bianco di nevischio
casa vuota, allagata di parole sensali
grandi occhi camaleonti e turbinii
eri presenza profetica, fattucchiera.

Inspiegabile e cavo nel freddo perturbato
hai fatto il bello e il cattivo tempo
mentre balzavamo l’uno nell’altra.

 

Rita Pacilio, Benevento 1963

da “Prima di andare”


Nella scatola dei ditali di mia madre

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Nella scatola dei ditali
ci stanno le ruotine dei bottoni
che si attaccano ai cappotti,
ci sta il filo bianco
che si impiglia nelle mani di mia madre
che hanno pazienza.

Nella scatola dei ditali
ci sono gli aghi del tempo
che forano tutte le sere.

 

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981

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Una vecchia scatola di latta per biscotti, tonda e blu. Quando mia madre se ne andò, la portai con me a casa mia.  Mi sembrò una delle cose più preziose che avesse posseduto, più preziosa del filo di perle che papà le aveva regalato il giorno delle nozze. In quella scatola c’erano  i rocchetti di cotone, le fettucce colorate, i ditali, gli spilli, la pazienza di mia madre, i suoi pensieri, il  veder largo attraverso la cruna dell’ ago, i  merletti ritagliati dei suoi sogni , i mille punti stretti intorno a dolenti cicatrici, per non lasciar scappare mai la vita e la speranza che mi insegnò a non abbandonare mai.
Oh mamma, la tua scatola è ancora qui. Tu quando tornerai?
Annamaria Sessa

Al tempo che cadevano le albicocche….

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Al tempo che cadevano le albicocche
il mondo era tutto verde
e noi stavamo sotto una capanna
che era fatta di canne
e di strisce di cielo.
Al tempo che cadevano le albicocche
si sentivano dei tonfi
che mai mi son scappati dalla memoria
come se fosse il tempo
che bussa dentro il tempo.

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981


……un vento propizio, uno a caso

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[….] custodiva dei silenzi e anche le cose che

non aveva detto per caso. Custodiva ora

anche questi per caso, bianchi messaggi tra le parole

che le avanzavano nei cassetti. E tuttavia avrebbe custodito

per sempre queste parole, o l’immagine di labbra nel

dirle – un volto ancora non triste che ricordava l’estate.

 

Avrebbe atteso questa estate, l’odore caldo delle fragole

sulla punta delle dita. E l’avrebbe soprattutto custodito,

come custodiva ora, senza mai averlo udito, il suono

delle spighe, nella pianura, al passare del vento.

 

Ma solo ora poteva attendere il passaggio del tempo

senza parole; o un vento propizio, uno a caso

che tutto giustificasse. E nel silenzio nel quale andava rifugiandosi

cercava solo un posto più sereno per le memorie.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

 


Resto

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A modo mio tutto ho fatto per non tornare
qui. Per non espormi all’inutile corrosione
della memoria, all’ingannevole magma delle
parole. A modo mio ho evitato sempre queste
grate, questi alberi simmetricamente

allineati che mi accennano in fondo
al Palazzo Reale. Percorso tante volte
ripetuto e oggi rifiutato, fra sorrisi
contraffatti e sguardi presi
in prestito. A modo mio

tutto ho fatto per non tornare a incontrare 
questa piazza, queste fonti geometricamente
incrostate al suolo, le statue (Castori, 
con braccia sollevate, che tengono qualcosa
che io so essere ciò che non dicono), gli odori,
la musica, le passioni girate verso l’interno…

Tutto ho fatto ma senza successo, per questo ora
resto: multiplo, aereo, ricordi
sparpagliati (gli uni sugli altri, 
spiegazzati). Resto – senza codici
né certezze, malgrado tutto ciò
saldo – imperturbabilmente saldo.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


…dove per la prima volta mi sono innamorato dell’irrealtà

 

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Il negozio di caramelle da un soldo

oltre la sopraelevata

è dove per la prima volta 

mi sono innamorato 

dell’irrealtà.

Le gelatine di frutta luccicavano nella penombra

di quel pomeriggio settembrino.

Un gatto sul bancone si muoveva tra 

bastoncini di liquirizia

e toffee al cioccolato

e gomme Oh Boy.

Fuori le foglie cadevano man mano che morivano.

Il vento aveva spazzato il sole

Una ragazza entrò trafelata

aveva i capelli fradici di pioggia

il seno senza fiato nella stanzetta.

 

Fuori le foglie cadevano

e gridavano piangendo

Troppo presto! Troppo presto!

 

 

Lawrence Ferlinghetti,  New York 24 marzo 1919

da “A Coney Island of mind” 

traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan


Assenzio

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La deserta stagione
nell’acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita dai clivi.
Verso i monti delle alpi
torna azzurro ed assenzio
di venti, torna ai campi
la sagra del silenzio.
E il tuo freddo rimpianto
sta sui vacui confini
contro il porpureo vanto
dei mosti e dei giardini
mentre l’astro crudele
dalle attardate sfere
rigèrmina e fedele
cresce nel suo potere.
Sigillo augusto, degna
fine, voto profondo,
spada che a morte segna
per sempre il cielo e il mondo,
delle tenebre alunno
che impietrisci l’aurora!
Nell’ombra dell’autunno
il chiuso bosco odora.

 

Andrea Zanzotto.

Pieve di Soligo 10 ottobre 1921, Conegliano 18 ottobre 2011
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Oggi piove una pioggerellina leggera

sottile e silenziosa.

Nel pomeriggio, dal giardino

salivano profumi legnosi,

misti alle fragranze degli alberi di limoni

degli aranci e del rosmarino.

Ho cercato una poesia  in un vecchio libro e

ancor prima di leggerla,

mi è sembrato che quelle piste

di righe e spazi bianchi

mi chiedessero

“che cerchi?”

Ad alta voce ho risposto

“l’autunno scorso

e quello venuto prima

e poi quello di due anni fa

e indietro ancora, i numerosi autunni

sempre più lontani  

che si sono perduti nella mia memoria

e nel passato,

il mio passato”

  

Annamaria Sessa


Settembre

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La stanza aperta, la finestra, il dettaglio di un uccello; la cittadina,
i pomeriggi, la storia che ciò diventa……
….In questa poesia,
queste parole spaziate in quartieri,
stai leggendo le coperte, gli angoli disperati
di lenzuola pulite come pagine, bianche e nette.
Il telaio alla finestra, la struttura del letto.
Settembre era mobilia
rivestita di colore, un cassettone fitto
di bottiglie in vetro inciso.
Giallo pallido, come il bicchiere dello zar.
Il verde chiaro dello stelo di un giglio.
Ecco tuo figlio e un libro accanto al letto. Buona notte,
parole di carta, lettere che si tengono per mano, buona notte,
stormo leggero come petali
che affondano nell’epidermide.
Potessi fare di questa storia una collana,
con le sue pallide stelle di settembre a giustificare il blu,
ti avvolgerei in una calma come un canto verticale,
ti porterei in alto nella sua ascesa intricata.
Non può sorprenderci
che la carta ci sostenga. Che tutto attorno è bianco.
Che uccelli troppo piccoli
per cantarti ti cantino.

Amy Newman, poeta americana
da “Camera Lyrica”
traduzione di Paola Loreto

Leggo e penso ai tanti settembre passati nella mia vita. Di essi ricordo soprattutto gli odori e i colori: l’intenso profumo delle prime piogge sull’erba del prato di casa, i colori più vividi delle foglie dei platani lungo la strada principale. Ma anche l’indimenticabile tepore del golfino sulle spalle nelle fresche serate in giardino a parlare dei mesi a venire: i figli bambini, il loro corso di nuoto, l’elenco dei libri scolastici da comprare, i films a Venezia, la legna da comprare per il camino….momenti, immagini, dettagli, ricordi che diventano un pezzo di storia personale. E siccome il potere evocativo dei ricordi scuote i sentimenti e le emozioni esattamente come fa la poesia, non si può dar torto ad Aldous Huxley quando dice ” La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata

Annamaria S.


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