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….in questa notte senza luce di cielo, quiete abbia il mare ed il male senza fine, riposi.

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LAMENTO DI DANAE

Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi[….]

Simonide, Isola di Ceo, 550 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C

Traduzione di S. Quasimodo


L’attimo sospeso

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Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,
gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,

l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,
il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,
il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,
il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,
la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,
il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,
il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,
la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,
la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,
la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,
il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,
il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,
la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,
il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,
il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,
la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,
il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,
il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,
il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,
e l’indovino che andava a predire questa sventura,
sospesero di colpo quello che ognuno faceva,

ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani
per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,
ripresero le loro occupazioni abituali nel punto
in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

Jorge Enrique Adoum
Ambato, June 29, 1926 – Quito, July 3, 2009

Traduzione: Raffaella Marzano

Sempre bello rileggerla!
Anche allora si trattò dell’incontro di due civiltà, con il conseguente tributo di sangue e di morte, voluto dall’avidità e dalla ferocia dell’Occidente.
Il tempo ha continuato a scorrere. Oggi nuovi “scontri” di civiltà, altre “gesta di mare”, altre acque attraversate, stesso tributo di sangue e di morte di esseri umani. E niente da celebrare.


Gli zingari che stiamo diventando

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Zingari in viaggio

La tribù profetica dalle pupille ardenti,
ieri s’è messa in viaggio caricandosi i piccoli
sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti
il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti
di fianco ai carrozzoni dove i loro si rannicchiano,
volgendo al cielo gli occhi appesantiti
dall’oscuro rimpianto di non aver speranze.

Dalla sabbia del suo rifugio il grillo,
vedendoli passare, moltiplica il suo canto
Cibele, che li ama, stende tappeti erbosi

fa fiorire il deserto e zampillare la roccia
innanzi a quei viandanti ai quali si spalanca
l’impero familiare delle tenebre future.

Charles Baudelaire, Parigi 9 4 1821 – Parigi 31 8 1867
da “Les fleurs du mal”

Bella questa poesia, Baudelaire augurava agli zingari che, nel loro viaggio, il deserto dissetasse la loro sete perché, come il passato, ancora doloroso sarebbe stato il loro futuro.
Dalle zone più povere del pianeta è in atto un esodo epocale e anche dai paesi cosiddetti sviluppati, l’Italia per esempio, i tassi elevati di disoccupazione costringono a partire, a spostarsi altrove in cerca di un futuro.
E così stiamo diventando tutti “zingari in viaggio” in cammino verso un futuro che ci è ignoto, verso “tenebre future”


Hiba, il dono.

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                                         (Alle tante Hiba che il mare ha ingoiato)

 

Stesso parco, stessa altalena,

la stessa età di mia nipote.

Cinque anni e mezzo,

due treccine nere e una parlantina rapida e vivace.

“Hiba” mi dice

“mi chiamo Hiba.

Tu lo sai cosa vuol dire in arabo il mio nome?” 

e mi rapisce subito con i suoi occhi nerissimi e magnetici.

“Vuol dire dono, mi dice, dono.

Così mi ha chiamata mio padre

quando sono nata” 

Mi  parla della sua terra, del nonno lontano

che ha una mucca con, dentro il pancino, il suo piccolo.

Il suo sguardo si incupisce

Volevo tenerlo in braccio...”

E continua

“Lo sai che la mia casa era vicina al mare?

ogni giorno andavamo sulla spiaggia, ma è grooooooonde, sai!!!”

Dice “grande” con un forte accento francese.

La “erre” che vibra

e la “a” che è una “o”

sulla quale insiste con una voce,

carica di malinconica nostalgia.

E allarga più che può le braccia

e guarda il cielo Hiba,

Hiba, il “dono”.

(Annamaria Sessa)


Non voglio più bagnarmi in questo mare. *

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Il cuore dell’Europa nel buio. di Andrea Pomella

Tornerò, ti do la mia parola
mi siederò qui e tu potrai finire
di raccontare la mia storia
siamo partiti in settantotto dall’inferno
di Al Zuwara
nel punto concordato dove il mare
si ammassa vivo e morto
di quel colore
che sembra intraducibile come il dolore
dove l’acqua oscura t’accerchia e t’osserva
fino a che il tuo occhio vede
e al mattino presto si incontrano squadre
di uomini trafficare
architettando la tua salvezza o la rovina
quel che ho visto quando siamo partiti
è inventato non è reale
il mare stretto intorno agli occhi come
un acquerello a inchiostro scuro
un laccio emostatico un garbuglio
di stracci e di ferite
e presto il motore è scivolato in mare
per sette giorni e sette notti
a naufragare
narcotizzati dalla sete
costretti l’uomo all’uomo a darsi
il sangue ed il sudore a battersi
coi flutti incontrollati enormi
del metallo marino che squarciava
la gola e gli occhi
a sentire donne imbottite di feti
abortirsi la vita
finché imbavagliata la bocca abbiamo visto
sotto la luce scomparsa di dio un motopesca
maltese
Madonna di Pompei
ed è come se fossimo venuti a caritare
il vetro sabbiato della liberazione
uno sputo di vita un boccone
ma a che serve che io adesso vi chieda
se avete paura di me
di un morto in meno nella pioggia del mondo?
avete sprangato le porte
che solo le bombe delle vostre avarizie possono
far luccicare
Roma cristiana nel buio
il cuore d’Europa nel buio.

http://andreapomella.com/

*Non voglio più bagnarmi in questo mare, è il titolo di una poesia di Marco Ribani, dedicata agli annegati da respingimento.


….in questa notte senza luce di cielo, quiete abbia il mare ed il male senza fine, riposi.

NUOVO DRAMMA DEI MIGRANTI, ANNEGANO DUE DONNE A PANTELLERIA
LAMENTO DI DANAE
Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi[….]

Simonide, Isola di Ceo, 550 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C

Traduzione di S. Quasimodo


I want to go home

Oggi è partito un altro dei nostri ragazzi, figlio di amici. E’ andato a Londra con gli occhi pieni di speranza.
Li abbiamo cresciuti, i nostri ragazzi, a loro abbiamo insegnato a rispettare e ad amare il luogo in cui sono nati, perché esso ha una storia e questa storia si intreccia con quella dei loro genitori e dei loro nonni, della loro famiglia, e quella degli amici più cari… A loro abbiamo detto che ognuno può essere determinante per il futuro della terra in cui vive, solo se studia e si prepara. E loro ci hanno ascoltato, hanno studiato. Ci hanno ascoltato, e si sono affezionati ai luoghi della loro infanzia e adolescenza.
Ci hanno ascoltato e oggi sono “migranti”, con le mani fredde e l’aria spaesata di chi non sa cosa aspettarsi. Per anni forse, molti torneranno a casa solo per Natale, per altri deciderà il destino quale sarà il loro posto nel mondo.



Erano i primi anni 80, Mark Knopfler* suona una delle musiche del film Local Hero. I temi: l’ambientalismo, il capitalismo disumano che priva l’uomo della sua identità, il villaggio come unica realtà a dimensione umana, il mito del “ritorno a casa”……

Mark Freuder Knopfler, Glasgow, 12 agosto 1949. Musicista, chitarrista e compositore.