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Il destino di Saffo

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Non conosco la strada, 
quanta luce  mi abbia concesso la bellissima terra. 
Forse i miei giorni
diventeranno
la bellezza vinta di questo corpo 
e il ricordo sospeso nel piacere incandescente 
delle ombre.

Non conosco il ritorno. 
Inutile ricordare quello che ero, 
dov’ero, 
le donne che amavo, gli uomini 
per i quali la pazzia mi baciava ogni notte, 
io ero una statua bruciante 
del mio stesso desiderio, 
presenza del suo tocco sui miei fianchi.

Nessuno mi parli quando 
lascerò la costa alle spalle. 
Nessuno pianga il  vuoto lasciato 
dove io ero la bella passione della tristezza.

Nient’altro potrei sentire 
io sono Saffo, dai capelli scuri come la notte 
e dalla carnagione cenere come la memoria. 
Nient’altro potrei sentire. 
Sono la bandita lesbo mentre  abbandona il suo amore, 
il suo tardivo e dolce amore, 
nella grazia che l’ha fatta donna e  rovina 
abitata nel petto felice di quelli che amò  
e non la riconoscono.

 

Marta López Vilar, Madrid  1 – 2 – 1978

 da “La palabra esperada” in”En otra tierra”

traduzione mia

 

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come Orfeo…

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Correndo

feci come Orfeo,

mi girai.

Non cercavo l’amore

ma ciò che sono stata,

delicata,

controllavo fossi ancora lì,

premurosa,

rassicuravo la fatica e il sudore

di non esser stati vani.

 

Correndo

non mi sono più fermata.

E ho invocato tanti cieli,

tutte le libellule in bottiglia

sono state liberate.

E i venti che spostavano,

le loro magre ali,

sono tornati a fare sbattere

finestre

come schiaffi su guance immacolate.

 

Continuavo a correre

e quando perdevo il fiato

morivo correndo

dannata

per tutto l’amore ricevuto. 

 

Valentina Casadei

da QUI

 


Io vecchia donna… intesso la tua infanzia con quella di tuo figlio

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A lungo si parlò di te attorno ai fuochi
dopo le devozioni della sera
in queste case grigie ove impassibile
il tempo porta e scaccia volti d’uomini.

Dopo il discorso cadde su altri ed i suoi averi,
furono matrimoni, morti, nascite,
il mesto rituale della vita.
Qualcuno, forestiero, passò di qui e scomparve.

Io vecchia donna in questa vecchia casa,
cucio il passato col presente, intesso
la tua infanzia con quella di tuo figlio
che attraversa la piazza con le rondini.

 

Mario Luzi

da “La barca”


Penelope

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In un altro tempo ti avrei aspettato
facendo e disfacendo di ora in ora
questa interminabile matassa,
fantasticando un’altra vita in cui la vita
possa fermarsi per molti anni
fingendomi pazza, ma amore,
siamo nel XXI secolo,
sono le quattro e di nuovo non torni.
È arrivato il momento di far tacere le sirene
che con il loro canto raccontano le tue.

 

 

 

Alfonso Brezmes, Madrid 1966

Traduzione di Mirta Amanda Barbonetti

 


Lamenti di un Icaro

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Gli amanti delle prostitute
sono allegri, gagliardi e ben pasciuti;
quanto a me, ho le braccia a pezzi
a forza di abbracciare nuvole!

È grazie agli incomparabili astri
che ardono nel profondo del cielo
che i miei occhi consunti
non vedono che ricordi di soli.

Vanamente ho preteso di trovare
la fine e il centro dello spazio!
Sento che la mia ala si spezza
sotto non so che occhio di fuoco!

e arso dall’amore del bello,
non avrò l’onore supremo
di dare il mio nome all’abisso
che mi servirà da tomba.

 

Charles Baudelaire

da Poesie aggiunte alla terza edizione di “I fiori del male”

 


Ma la Diversità, per noi, era come noi avevamo stabilito in cuore…

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Vecchio

Oh, uno Diverso, certo. Ma la sua Diversità, per noi, 
era come noi avevamo stabilito in cuore 
che la Diversità doveva essere. Ossia: 
noi vedevamo in lui uno di noi 
– niente altro che uno di noi – 
dotato di una misteriosa grazia. 
Infatti, ci sono, tra gli uomini, ideali comuni: 
sappiamo cos’è la fedeltà, la lealtà, 
il disinteresse, la passione – ma è raro 
che applichiamo a noi tali ideali… 
E quando capita che qualcuno 
li viva nella sua vita – nei suoi occhi 
e i suoi atti – allora pensiamo 
che si tratti di un dono divino. 
Pensiamo che sia, semplicemente, la sua natura, 
nata con lui, senza che gli costi nulla 
– come nulla costa a noi la nostra. 
Pensiamo, insomma, ch’egli sia com’è – 
cioè un uomo ideale – senza che ciò contraddica 
le semplici norme umane. 

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Ma, che cosa c’è invece in lui, ora, al posto 
di quella grazia che noi gli attribuivamo? 

Vecchio
La Diversità, appunto. Ma la vera diversità 
quella che noi non comprendiamo 
come una natura non comprende un’altra natura. 
Una diversità che dà scandalo.

Pier Paolo Pasolini

dal dramma  “Pilade”

Il dramma politico Pilade è la rilettura in chiave moderna della trilogia eschilea “Orestea” 458 a. c. E’ una riflessione sulla democrazia, sul potere e la corruzione di destra e di sinistra.


Viaggi

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Va ai suoi versi come chi va al suo nido.
Penelope non
gli farà mai un pullover e tanto meno
glielo disferà. Lui
non ha esigenze da argivo.
Gli amori di Priamo ed Arisbe
non gli interessano proprio e lo stesso
ascolta cembali e altre
avventure aeree
come un distempo, un disluogo.
La luce delle stelle lo sfiora
per un’aliena coincidenza dell’universo.
Da lui si staccano foglie secche
che egli contempla con stupore.
Sta nudo e trema. Non c’è
giustizia là fuori e lui
va cercando quel che non c’è.

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Valer la pena”

 traduzione di Laura Branchini


…..come Orfeo, ansioso di voltarmi

 

 

 

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Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno

                                                                                    come Orfeo

pensando al mio canto, ansioso di voltarmi,

la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva,

dietro di me,

leggera trascendenza di cenere

sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.

Il marciapiede si srotola come sonno profondo.

Sopra di me le stelle, le stelle austere,

scoprono il volto.

                    Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.

 

Charles Wright, Pickwick Dam,Tennessee 1935.

da “Orsa nordamericana” 2000, in “Breve storia dell’ombra”

a cura di Antonella Francini


….in questa notte senza luce di cielo, quiete abbia il mare ed il male senza fine, riposi.

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LAMENTO DI DANAE

Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi[….]

Simonide, Isola di Ceo, 550 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C

Traduzione di S. Quasimodo


Gli Ulissidi

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Alla spiaggia di uno stesso sogno

sospinti da un’ondata 

nei gorghi il capo e le braccia

e gli sguardi insondabili dei pesci

labbra e lingue fiorite d’alghe

nella striscia in cui le onde si rivolgono

animali immemori della loro natura

usando le gambe come code.

 

Con le dita immerse nella seta

dorata della sabbia, la pelle dei fiori

ci levammo asciutti di vento tepido, le gole inumidite

dalle noci di cocco

e finalmente camminammo uomini eretti

bellicosi sazi per sterminare

incorporare vincere

assoggettare schiavi spezzare lusinghe.

 

A un abisso di disperazione

ci spingeva la necessità di distruggere.

Distruggere e abbandonare e continuare la strada

con il pretesto di voler tornare

guai ad Orfeo che si attardava voltandosi indietro

Omero cieco e separato dagli altri.

Uno fra i tanti mi insegnò

a tagliare con coltello nitido

la carne vicino all’osso.

 

Valendoci di molti abili inganni per giustificare la fame

vera inquieta che ci spingeva

 

a perdere ogni volta tutto.

 

 Daniela  Bisutti, poeta milanese contemporanea


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