Archivi tag: mito

Gli Ulissidi

girar0

 

Alla spiaggia di uno stesso sogno

sospinti da un’ondata 

nei gorghi il capo e le braccia

e gli sguardi insondabili dei pesci

labbra e lingue fiorite d’alghe

nella striscia in cui le onde si rivolgono

animali immemori della loro natura

usando le gambe come code.

 

Con le dita immerse nella seta

dorata della sabbia, la pelle dei fiori

ci levammo asciutti di vento tepido, le gole inumidite

dalle noci di cocco

e finalmente camminammo uomini eretti

bellicosi sazi per sterminare

incorporare vincere

assoggettare schiavi spezzare lusinghe.

 

A un abisso di disperazione

ci spingeva la necessità di distruggere.

Distruggere e abbandonare e continuare la strada

con il pretesto di voler tornare

guai ad Orfeo che si attardava voltandosi indietro

Omero cieco e separato dagli altri.

Uno fra i tanti mi insegnò

a tagliare con coltello nitido

la carne vicino all’osso.

 

Valendoci di molti abili inganni per giustificare la fame

vera inquieta che ci spingeva

 

a perdere ogni volta tutto.

 

 Daniela  Bisutti, poeta milanese contemporanea


I viaggi di Penelope

penelope-thread

46.
Tramonteranno i regni
elene sprovvedute rifletteranno la storia
il trucco di legno avrà doti di uccello
si perderanno le bussole e il mare
non perderà l’abitudine di trattenere
e di colpire Ulisse

Soltanto tu non darai un punto cieco
quando tesserai le linee della morte
Penelope:
renderai conto alle costellazioni?

Lascia il tessuto da una parte
e fai un sorriso al tempo.

 

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse… .riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità[..]
da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

 

 


Syringa

E’ qui che Orfeo ha commesso l’errore.
Euridice, ovvio, è svanita nell’ombra;
sarebbe svanita anche se non si fosse voltato”

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

auguste-rodin-orfeo-ed-euridice

Siringa o flauto di Pan è il caratteristico strumento musicale del dio dei boschi. Prende il nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa che, spaventata dall’aspetto di Pan e da questo inseguita, preferì mutarsi in canna sulle rive del fiume Ladone. Il dio allora, tagliò sette canne di lunghezze decrescenti e le unì tra loro, creando un flauto, siringa, appunto. Il suo nome dà il titolo alla poesia.
Nel suo lungo componimento, Ashbery evoca il mito di Orfeo, spostando la narrazione dall’infelice cantore di Euridice al tema più generale di cosa sia la poesia. Ashbery sembra ammonire che l’arte trascende i suoi artifici, Orfeo è ridotto in brandelli, il suo canto è un piccolo frammento, non è più materia per la Poesia che, come la musica, va ascoltata nel suo fluire nel tempo, non potendo “isolarne una nota e dire che è buona o cattiva”. Così, il canto di Orfeo non è altro che “ciò che accadde tanto tempo prima, in un piccolo paese, un’estate come un’altra”
La poesia, insomma, vive oltre il contesto del suo farsi e la sua storia procede.

Citare più frammenti della poesia Syringa, non avrebbe, pur volendo, agevolato la sua comprensione, vista la complessità dei testi di Ashbery. Ho preferito riportare pochi versi, la risposta a una domanda, quella che la poesia di tutti i tempi si è sempre posta: perchè si è voltato?

Qui nel blog altre riletture del mito Orfeo ed Euridice


….ero più della tua eco

tumblr_muoylqBmv51qc6wuio1_1280
Tu camminavi davanti a me
mi trascinavi di nuovo fuori
alla luce verde che un giorno
aveva messo zanne per uccidermi.
Io ero obbediente, ma
torpida, come un braccio
indolenzito; ritornare al tempo
non era mia scelta.
Ormai abituata al silenzio
come una cosa tesa tra noi
un sussurro, una fune:
il mio nome precedente,
ben tirato.
Tu avevi le tue vecchie catene
con te, amore potresti chiamarle,
e la tua voce di carne
davanti agli occhi tenevi fissa
l’immagine di come volevi
mutarmi: viva di nuovo.
Era quella tua speranza che mi spingeva a seguirti.
io ero la tua allucinazione, in ascolto
e fiorita, e tu mi cantavi:
già nuova pelle si stava formando su di me
dentro il luminoso sudario di nebbia
dell’altro mio corpo; già
si riformava polvere sulle mie mani e avevo sete.
Io riuscivo a distinguere solo i contorni
della tua testa e delle spalle,
nere contro la bocca della caverna,
quindi non ho potuto vedere affatto
il tuo viso, quando ti sei voltato
e mi hai chiamato perché già mi avevi
perduta. Ultima cosa
di te, un ovale scuro.
Pur sapendo quanto ti avrebbe ferito
questo fallimento, ho dovuto
chiudermi come falena grigia e cadere.
tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco.

Margaret Atwood, Ottawa 1939.
Traduzione di Maria Luisa Vezzali

La scultura di Rodin rappresenta in tutta la sua plasticità il senso della particolare rilettura del mito di Orfeo ed Euridice, da parte della poeta Margaret Atwood, famosa per l’ispirazione mitologica delle sue poesie e per la sua notevole attività a favore del femminismo.
Come nella poesia precedente di Robert Browning, Euridice parla ed esprime chiaramente il suo punto di vista”ritornare al tempo non era mia scelta ” non ha alcuna nostalgia della vita e neanche di Orfeo che è ritornato con le sue “vecchie catene” e con l’ immutato egoismo di chi non l’ha mai vista come persona ma come semplice proiezione del suo canto, niente più che un fantasma “interiore“. Alla fine Orfeo è incredulo difronte alla donna che, rinunciando alla vita, afferma la sua individualità “tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco”


Guardami!

Frederic_Leighton-Orfeo_ed_Euridice-1864

Sì, dammi la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro – guardami!

 

Robert Browning
Camberwell, 7 maggio 1812 – Venezia, 12 dicembre 1889

Nell’immagine, il quadro “Orfeo ed Euridice” di Frederic Leighton (1830-1896).
Browning lo vide e nacque questa poesia, nella quale Euridice non è più la creatura docile del mito virgiliano, che segue in silenzio il suo amato. Qui è lei, innamorata e preda della passione che chiede con forza ad Orfeo di guardarla e di vivere con lei il momento d’amore loro concesso. Euridice è consapevole che il mondo dei morti è la sua definitiva dimensione e che la loro storia non ha futuro.
E quell’imperativo finale è straziante.

Qui altre riletture del mito di Orfeo ed Euridice


…..il canto altero delle sirene

Charles-Edouard-Boutibonne-Syrenes

XII
perché
cristosanto
un posto almeno
ci deve pur essere
tra gli stipiti e i gomiti
tra gli angoli e gli spigoli
o da qualche parte
una qualsiasi
in cui nascondersi a sera
quando torni a casa
dicendo proprio così

vado a casa
a domani
se gli astragali
e gli scacchi lo vorranno

e t’aspetti che qualcuno canti
sulla segreteria telefonica
e che gli occhi si chiudano lenti
dinanzi ai fosfori discontinui
dei televisori e dei videogames
così da lasciarsi andare
al ritmo dolce della notte
senza essere costretti a ricucire
in un file formato word
i grani del tempo e del mondo
forse a questo potrebbe servire un sogno
dove entrare con te come in un corpo di madre
dove starci dritti a gambe larghe e occhi aperti
piccoli uomini di piccole avventure
sempre lì a navigare una vita intera
intorno al letto
ad ascoltare il canto altero delle sirene
metà divine e metà puttane

Pietro Pasquale Daniele, Emilio Piccolo
da “Les arrangements”


L’Odissea delle donne

penelope-thread
13.
Lei vegliava fino alla vetta
delle ombre e l’oscurità non lasciava
nemmeno una nota in più
della sua parte di chiarore.

L’infinito lo trascorreva
dipanando la storia
con il viso rivolto all’alba
e lui tornava sempre:
bambino dispotico
privo del suo sogno.

***
40.
Seduta sulla matassa del sogno
sta Penelope con il grembo cavo
seminando gli sguardi:
non precipita nella ferita del tempo
nell’isola devastata
o nel pozzo oscuro dei passi assenti.

Nel suo sorriso accerchiato da barche
sta un faro insanguinato:
non il taglio che canta il cieco
e dà gioia al telaio in spiaggia.

Sarà la ferita che duole
preistoria del sogno
che fa cadere a intervalli di rime
la sua sorda, chiassosa prigioniera:
la ferita che non sarà poesia
perché Ulisse non c’è
ed è già arrivato.

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse….riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità…. è necessario capire i contrasti tra il viaggio maschile e quello femminile…..i viaggi femminili hanno una struttura che esprime questi contrasti perchè le donne, a differenza degli uomini, lottano per definire il senso dell’esperienza umana come coscienza invece di conquista […] da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

Nel documento da cui è tratto il brano, in realtà, la Gentile cita, oltre a Juana Rosa Pita, anche altre scrttrici latino-americane contemporanne, le quali propongono una Penelope che non aspetta più Ulisse, perchè nel caos del nostro mondo, altri e più dolorosi sono gli addii, i ritorni e gli esìli delle donne.

 

penelope

Penelope

 

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano

 

i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:

 

la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,

 

appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,

 

ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,

 

per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,

 

venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,

 

per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia

 

guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse

 

i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,

 

sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo

 

riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto

 

con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,

 

quella notte del ritorno, finirono in nera cenere

volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

 

Jannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Penelope

 

All’inizio, guardavo la strada

sperando di vederlo arrivare

camminando disinvolto tra gli ulivi,

un fischio al cane

che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.

Sei mesi di questa storia

poi ho capito che passavano giornate intere

senza che me ne rendessi conto.

Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,

invece mi ritrovai l’industria di una vita.

ricamai una ragazza

sotto una sola stella – punto a croce, seta argento

che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.

Per l’erba scelsi tre toni di verde;

un rosa antico, un grigio ombra

per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.

L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda

spuntava dalla terra bruna.

Nell’ombra

avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio

col ragazzo-eroe

e mi smarrii del tutto

in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;

poi guardai lui salpare

nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,

a disturbare la mia pace,

presi tempo.

misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,

facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.

Sapevo a che ora della sera la luna

cominciava a sfilacciarsi,

la rammendai.

Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago

a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.

Lo ingannai. Mi stavo disegnando

il sorriso di una donna al centro

del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,

e certamente non in attesa,

quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.

Inumidii il mio filo scarlatto

e ancora una volta infilai il centro della cruna

 

Carol Ann Duffy,    Glasgow, Regno Unito  23 dicembre 1955


Euridice

tumblr_mz7g0jqVKB1s2q8feo1_500

Era l’ardua miniera delle anime.
……..
V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso, grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.

…E quell’unica strada era la loro.

… Lei così amata che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto

…Era in se stessa come un alto augurio
e non pensava all’uomo che era innanzi,
non al cammino che saliva ai vivi.
Era in se stessa, e il suo dono di morte
le dava una pienezza.
Come un frutto di dolce oscurità
ella era piena della grande morte
e così nuova da non più comprendere.

Era entrata a una nuova adolescenza
e intoccabile: il suo sesso era chiuso
come i fiori di sera,…

…Omai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
Era radice ormai.
E quando a un tratto il dio
la trattenne e con voce di dolore
pronunciò le parole: si è voltato,
lei non comprese e disse piano: Chi?
………………………………

Rainer Maria Rilke
frammenti da Orfeo Euridice Hermes
traduzione di Giaime Pintor


La sopravvivenza di Icaro

na_forja_da_vida
Mio padre vedeva le piume sulle onde e si disperava,
non aveva sentito la voce nel vento
che risoffiava la cera nella forma come
l’alba fredda che dà forza a una bava di candela.
Io avevo sentito quella voce prima,
in un qualche tempo lontano oltre questo posto
e la immagino ora come una rete vivente,
sebbene non sappia come si stenda per il mondo
o se canti dai suoi lacci o dai suoi spazi.

Susan Stewart, è nata in Pennsylvania nel 1952
da “Columbarium e altre poesie” traduzione di Maria Cristina Biggio


Adolescente innumerevole….

tumblr_m413xzU4mw1qz6fvao1_500

Come Penelope
tessi il filo colorato
cerchi qua e là
gitana adolescente
inventi l’oggi di un paradiso
nell’amore che ti impazientisce quotidianamente.

Senti il rumore della sera
e la notte
la notte oscura della tua anima
disordina i vocaboli
e amare è l’inizio dell’amarezza
incontro con l’arco della pena.

Adolescente volto
ti svegli
dici addio ad un amore
e a un altro dai il benvenuto
tessi nuovamente un altro arazzo
il sogno
l’incubo tra le ombre.
Tessi e tessi
Penelope sempiterna
ancora non sai che quando chiudi una porta
s’apre in silenzio una finestra
fioriscono i girasoli
c’è luce
oscurità
pena e amore
e l’estasi d’esser vivi
non comprendi che il passato è l’argilla del presente
e che il tempo è una collezione di farfalle.

Adolescente innumerevole
il tuo corpo si sveglia
guardi qua e là
indaghi nello specchio
ti sorprendi
indaghi
e ancora non sai che la vita
tira le somme nel tuo sguardo.

Cerchi
ed è lontano il giorno
in cui ti ritroverai da sola:
da sola con la vita.

Luz Mary Giraldo nasce a Ibagué, Colombia nel 1950


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: