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le mie poesie non cambieranno il mondo ma non mi rimane che scriverle

 

Oggi il sole è tramontato dietro nuvole folte,
senza che avessi il tempo d’accorgermi che s’era fatta sera.
L’ho capito quando m’ha preso il solito crampo allo stomaco,
che mi ricorda che il desiderio di te sta sempre là,
pronto a mordermi appena mi distraggo.
L’ensemble hilliard suonava qualcosa.
Io, come sempre, con una birra in mano.
Il computer acceso. Il telefono che non funziona.
Poi mi è venuta su una rabbia.
Ma anche questo appartiene al copione.
E mi sono messo a scrivere quello che sto scrivendo
che non so come andrà a finire.
Come tutto, del resto.

Ne conosci l’inizio, ma la fine, se c’è, sfugge ad ogni previsione.
Ti cade addosso all’improvviso e tu dici: è la fine.
Ma poi tutto ricomincia.
Peter mi consiglia di non prendermela troppo,
e, se proprio non ce la faccio,
di provarmi di nuovo a suonare il piano.
A sentire come un do può venire diverso
a seconda della pressione del polpastrello.
A guardare come ad un certo punto
le dita se ne vanno per i fatti loro.
Poi mi è venuta su voglia di piangere. Ma non ho pianto.
E sì che lo avrei fatto con piacere, ma piangere non è facile.
Nemmeno se l’ensemble hilliard
ce la mette tutta a crearti l’atmosfera adatta.
E non rimaneva che la sera e una birra vuota tra le mani.
E aspettare che prima o poi arrivasse come sempre
il sonno.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

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Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.… (don Gallo)

 

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Signore, perseguita gli adoratori del serpente lascivo!

Fa che tutti concepiscano il mio corpo come una fonte

inesauribile della tua infamia.

Signore, secca i pozzi che stanno in mezzo al mare dove i

pesci copulano senza riuscire a riprodursi.

Lava i cortili delle caserme e vigila sui neri peccati della

sentinella. Genera, Signore, nei cavalli l’ira delle tue

parole e il dolore di vecchie donne senza pietà.

Smembra le bambole.

Illumina la stanza del pagliaccio. Oh Signore!

Perché infondi quell’impudico sorriso di piacere nella

sfinge di stracci che predica nella sala d’aspetto?

Perché hai tolto ai ciechi il bastone con cui laceravano la

densa felpa del desiderio che li assedia e li sorprende

nelle tenebre?

Perché impedisci alla selva di entrare nei giardini e di

divorare i sentieri di sabbia percorsi nelle sere di festa

dagli incestuosi, dagli amanti attardati?

Con la tua barba da assiro e le tue mani callose, presiedi,

Oh fecondissimo! la benedizione delle piscine

pubbliche e il conseguente bagno degli adolescenti

senza peccato.

Oh signore! accogli le preghiere di questo scrutatore

 supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto

 nella polvere delle città, addossato alle gradinate di

 una casa infame e illuminato da tutte le stelle del

 firmamento.

Ricorda Signore, che il tuo servo ha osservato pazientemente

le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto.

Amen.

 

Álvaro Mutis 

Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

da “Summa di Maqroll il Gabbiere” 

traduzione di Fabio Rodriguez Amaya

 

 

Questa poesia  ispirò quel capolavoro  di Fabrizio De André  dal titolo”Smisurata preghiera”. In un concerto lo stesso De André presentò così la canzone

Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi … dire: siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni… e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso”

 

In ricordo di Fabrizio De André che, diciannove anni oggi, intraprese il suo viaggio più lungo.


The little drop of poison

 

 

Tom Waits sta cantando little drop of poison,

ma io ho da fare. Ho da costruirmi un cuore

e un mondo dove poter essere così vigliacco

da avere un cuore.

Ho da fare sandwich di realtà

e prendere le notti a credito.

Gli altri penseranno che io sia cambiato

ma io sarò sempre lo stesso.

Sarò l’uomo dei Tatuaggi, quello che si alza all’alba

per misurare a che punto è la sua idiozia.

Sarò il pesce rosso con ottocento bulloni

che s’arrampica sulla torre eiffel.

Sarò quello che tu vuoi, come tu mi vuoi.

Ma è il fatto che non trovo mai il tempo

per costruirmi questo cuore nuovo,

su misura e che sia gradito à tout le mond.

Un cuore da sostituire al primo infarto.

Un cuore da appendersi al petto come un catetere.

Non sarà la fine della violenza,

non ci sara nessuna notizia dal pianeta

che ci rassicuri se c’è la rivoluzione, o la restaurazione,

non ci sarà granché da ridere o da piangere.

Il fatto è che si dicono un sacco di cose:

come trent’anni fa, quando l’era della felicità era lì.

Ora siamo in quella dell’Acquario,

solo un po’ più vecchi, un po’ più.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 


A cchiù bella

Tu si ‘a cchiù bella cosa
ca tene stu paese,
tu si comm’ a na rosa,
rosa… rosa maggese.
Sti ccarne profumate
me metteno int’ ‘o core
comme fosse l’essenza,
l’essenza ‘e chist’ammore.

Antonio De Curtis Totò

Questa poesia di Totò fu musicata dall’indimenticabile Giuni Russo. Lei ne fece un pezzo struggente, delicato e  toccante.

Subito mi è venuta in mente,  quando ho pensato che oggi si festeggia Santa Rosa e Rosa era il nome della mia nonna materna.  Lei era una creatura dolcissima e infelice, tormentata tutta la vita da quel male oscuro che spegne dentro ogni voglia di vivere. Conobbe l’orrore di terapie disumane come l’elettroshock, l’isolamento e altro….eppure di lei, oltre a due camicie da notte di lino  d’altri tempi ricamate a mano e che indosso in estate,  mi è rimasta la tenerezza delle sue mani sui miei capelli e il  sorriso appena accennato, ogni volta che mi guardava.

 

(La canzone inizia dal minuto 0.50)


Quando il cinema, oltre la narrazione, diventa poesia

 

Questa è la scena finale del film “Le notti di Cabiria”. Per l’intensità con cui  esprime il più umano dei sentimenti: il dolore  ma anche  la speranza,  mi fa pensare allo struggente  finale di “Ladri di biciclette” dove il bambino,  in lacrime,  prende per mano suo padre,  umiliato e piangente di vergogna. Il  piccolo intuisce che tocca a lui, con la sua presenza,  consolare e rassicurare il padre. Stare vicini l’uno all’altro, questa è l’unica speranza per farcela in un mondo difficile.   Nel film di Fellini, poi, la colonna sonora dell’immenso Nino Rota è un capolavoro!   (Annamaria Sessa)

 

 


Nell’ottava di Mahler

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La notte avanza sulla città

e gravi si sentono le note di un violoncello

sotto le mani di un musicista che lacerato

interpreta il proprio dolore.

 

Aumentano gli archi sull’ottava di Mahler

con il suo roco suono nella notte profonda

come strido di gabbiano in alto mare

e giubilo di musica desolata.

 

La voce s’ingarbuglia alle corde del violoncello

si solleva fino a illuminare l’immensità

che esplode come l’amore

disintegrandosi.

 

Luz Mary Giraldo  Ibagué, Colombia 1950

da “Di arti e mestieri”

traduzione  di Martha Canfield e Alessio Brandolini

dal sito  Fili d’aquilone

 


Ho la musica dentro…nonostante la dissonanza della mia vita. V.L. de Oliveira

 

 

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..C’è qualcosa nelle caverne del cuore

in cui tutte le canzoni si incontrano,

Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna…

 

Janine Pommy Vega

Union City 5 2 1942, New York 23 12  2010

da”Dall’altra parte del tavolo”

traduzione di Raffaella Marzano

 


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