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Nell’ottava di Mahler

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La notte avanza sulla città

e gravi si sentono le note di un violoncello

sotto le mani di un musicista che lacerato

interpreta il proprio dolore.

 

Aumentano gli archi sull’ottava di Mahler

con il suo roco suono nella notte profonda

come strido di gabbiano in alto mare

e giubilo di musica desolata.

 

La voce s’ingarbuglia alle corde del violoncello

si solleva fino a illuminare l’immensità

che esplode come l’amore

disintegrandosi.

 

Luz Mary Giraldo  Ibagué, Colombia 1950

da “Di arti e mestieri”

traduzione  di Martha Canfield e Alessio Brandolini

dal sito  Fili d’aquilone

 

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Aggettivi

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Nella misura in cui invecchio, mi libero degli aggettivi. Vedo perfino che tutto si può dire senza di loro, meglio che con loro.
Perchè “notte gelida”, “notte solitaria”, “profonda notte”?
Basta “la notte”.
Il freddo, la solitudine, la profondità della notte sono latenti nel lettore, pronte ad avvolgerlo alla semplice provocazione di questa parola “notte”

 

Carlos Drummond de Andrade,

Itabira 31 10 1902 – Rio de Janeiro 17 8 1987


Farfalla di notte

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La guardo girare solitaria e stordita intorno alla mia lampada.

Mi distrae e mi impedisce di prendere la penna.

Oggi è nata e oggi morirà, estranea a tutto quanto mi succede.

Sono l’unico testimone della sua vita.

Ogni tanto fa una pausa come se volesse posarsi sulle mie carte,
ma non si fida.

Ho dei mezzi efficaci per abbreviare la sua unica giornata.

Niente e tutto ci unisce in questa triste notte mia.

Rinuncio alla penna per raccontarle quello che racconterei nella poesia,

ma lei non si distrae e continua a girare, estranea e allegra,

in questa unica notte sua nella quale sono solo

e vorrei volare intorno alla mia lampada.

 

Juan Octavio Prenz, Argentina 1932

da Casa della poesia


…..perché la notte possiede rade darsene

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La notte era avanzata fino a stabilire i suoi domini
smorzando cancellando ogni rumore ogni suono
che non fossero quelli della sua tenebra sparsa
delle sue tortuose gallerie dei suoi lenti dedali
attraverso i quali procede incespicando contro elastiche pareti
dove rimbalza l’eco di parole e passi d’altri giorni
e fluttuano s’accostano si scostano volti
sfocati nella caligine impalpabile del sogno
volti che conoscemmo nell’infanzia
o che incontrammo un giorno
nei corridoi anonimi di un ministero
o nei cessi di una stazione abbandonata
insieme a una donna che forse avrebbe cambiato
la nostra vita
e con la quale non parlammo mai né sapemmo il suo nome
e che beveva lentamente un bicchiere di latte tiepido
nel sordido angolo di un caffè di provincia
dove il rumore delle palle del biliardo
si confondeva con la musica rarefatta di un grammofono
o nell’ordinato ufficio postale di Namur
dove andammo per un pacco d’oltremare
Perché la notte riserva
queste sorprese destinate a chi sa contrattare
con i suoi poteri e smarrirsi nei suoi corridoi
dopo avere per sempre abbandonato le armi
precarie che concede la vigilia e violato la poca
tolleranza con cui ci consente penetrare
in certe regioni senza smettere di esercitare
su noi i suoi decreti di cenere nè di srotolare
davanti a noi il liso tappeto delle sue concessioni
Sono pochi in verità gli eletti che si liberano
di questi intoppi e si lanciano nella notte con l’affanno
di chi intende sfruttare fino in fondo quelle vacanze
senza fine che offre l’oscuro prestigio dei suoi regni
come chi regala un’illusione d’eternità
una sopravvivenza non garantita ma fornita
di una piccola quantità di alternative allettanti
dove il piacere ci sommerge
con lo scatto felino di ciò che deve perdersi
Perché la notte possiede rade darsene
poco illuminate vegetazioni mobili
di alghe eccitate che ci accolgono agitando
ritmicamente i cangianti teloni dei loro veli funebri
È per questo che chi ha stretto il patto
usa preparare minuziosamente e con cauto entusiasmo
ogni escursione nei reami notturni
Come quei viaggiatori che serbano la bottiglia del vino
bevuto per salutare chi andò alla guerra
e poi la sera la riempiono con olio di palma
e col sudore raccolto dalle tempie dei moribondi
o come quei macchinisti che prima di partire
e di far salire la pressione nelle caldaie vi incidono sulle pareti
la preghiera dei pastori senza gregge
Ma non è neppure questo perché chi s’insedia
dietro i confini della notte non ha bisogno di piegarsi
a regole tanto rigide né a condizioni così precise
È piuttosto come abbandonarsi alla corrente
limitandosi con un leggero movimento delle gambe
o con una tempestiva bracciata ad impedire l’urto
contro le pietre e cedere alla spinta delle acque
senza mai perdere una certa libertà
Non per fuggire alla fine bensì perché la discesa sia
più un viaggio soggetto ai capricci del desiderio
che una vertigine imposta dalle acque
Ma non è neanche questo perché la notte stessa
lascia trappole alle quali possiamo sfuggire
improvvisamente ed è nella fatica di intuirle e di evitarle
che si rischia di perdere il meglio del viaggio
Perciò l’indicazione è di lasciare solo una piccola zona
della coscienza
a carico del problema e lanciare tutto il resto
contro la pienezza dei poteri notturni
con la certezza comunque che in essi
dovremo errare senza sosta senza preoccuparci
che vi si celi il falso perché non c’è la prova
che nessuno abbia potuto evitare il ritorno.

Álvaro Mutis
Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

Da “Disperanza del Gabbiere”, traduzione di Martha Canfield.


La notte aveva il fiato sospeso…

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Foto di Davide Francesco Larghi

Notturno
Ho intonato un canto.
Venuto non so da dove –
è scivolato come seta sulle mie corde.
Che sia dovuto agli sciolti capelli neri della notte?
O forse ai bianchi tratti sognanti della luna?
E la notte cantava, cantava
della solitudine che cullando a tutto dà pace,
cantava delle sognanti naiadi,
dei ruscelli senza brusio, del segreto della gora…
La notte aveva il fiato sospeso –
una rosa mi si è avvizzita tra le mani –
e tale la quiete come fosse svanito l’ultimo sospiro
del tutto.

Edith Irene Södergran, poetessa finlandese di lingua svedese.
San Pietroburgo, 4 aprile 1892 – Raivola, 24 giugno 1923


Notte……

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È l’ora impercettibile che si fa notte.
E nessuno si chiede come si fa la notte,
che materia segreta va edificando la notte.

José Emilio Pacheco, Ciudad de México 30 6 1939
da Isole alla deriva


Se la mente fosse semplice….

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Una notte chiara
se la mente fosse semplice,
se la mente fosse nuda di tutto
se fosse chiara la mente
tranne che delle necessità più antiche:
cucchiaio di legno coltello specchio
tazza lampada scalpello
un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
un lenzuolo
gettato via nel sonno
Una notte chiara in cui due pianeti
sembrano avvinghiarsi l’uno all’altro in cui l’erba
terrestre
si muove come seta nella luce stellare
Se la mente fosse
chiara
se la mente fosse semplice potresti prendere questa
mente
questo particolare stato e dire
Così vivrei se potessi scegliere:
questo è ciò che è possibile
Una notte chiara.

Ma la mente
della donna che immagina tutto questo
la mente
che rende tutto questo possibile
non è chiara come la notte
non è mai semplice
non può abbracciare
le sue verità come si abbracciano i pianeti in transito
non così facilmente
si libera dal rimorso
non così facilmente
compie il miracolo
per cui la mente è famosa
o era famosa
non diventa astratta e pura a comando
la mente di questa donna
non desidera neppure quel miracolo
ha una diversa missione
nell’universo
Se la mente fosse semplice
se la mente fosse nuda
potrebbe assomigliare a una stanza
un interno pulito
ma come potrebbe essere possibile ora
date le voci delle città- fantasma
le loro minute, vaste configurazioni
che attendono di essere decifrate
la notte oracolare
densa di suoni
Se potesse mai ridursi a qualcosa di simile
a un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
niente di più
un lenzuolo
gettato via nel sonno
ma la mente
della donna che pensa questo
è avvolta nella battaglia
occupata da una diversa missione
uno stelo d’erba secca erba piumosa radicata nella neve
che si agita nell’aria gelida una bacchetta fiera
che disegna grafici
Anche il dito scorre
su pagine di un libro
ha più buon senso della poesia che legge
conosce attraverso la poesia
attraverso i vetri piumati di ghiaccio
l’inverno
che contrae gli artigli
il vento-falco
pronto ad uccidere.

Adrienne Rich,Baltimora, 16 5 1929 – Santa Cruz, 27 3 2012
da “Una pazienza selvaggia mi ha portato sin qui” Poesie 1978-1981,
in “Cartografie del silenzio”1980