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Io dico che, secondo me…

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Io dico che
– secondo me –
le parole non vedono
le parole non vedono mai abbastanza
sono due occhi
rimasti dietro un muro
sono il buio di una stanza
e quello che vedono, povere,
a vederlo mi fa quasi pena
non conta
rispetto alle cose che contano
rispetto alle cose che ci hanno detto
che sono vere.
A noi, timbrati in seme.

 

Pierluigi Cappello, Gemona del Friuli 1967

da  Asseto di volo,  sezione Dentro Gerico.

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L’altra sponda

 

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Da questa parte della parola c’è l’uomo

con il silenzio e la solitudine del mondo,

sempre dalla parte dove invecchia l’amore

e il caso imbrunisce.

È da questa parte della parola che arde ancora per i ricordi

dove si respira l’uomo e le sue dimenticate faccende,

i suoi angeli della fame, i suoi vestiti da dopoguerra.

Qui s’intuisce l’uomo che bussa a porte che non si aprono

i mutilati segnali di non essere mai arrivato a un porto sicuro.

 

Fuori restano i volti,

le parole ammassate che rendono conto delle cose disfatte

e le immagini scolorite di città che non conosciamo.

Questa musica e l’arte di camminare parlando da soli

calpestando i resti di foglie secche.

Là ci sono le grammatiche e i falò

che ci aspettano con pazienza

per ricominciare, un’altra volta e per sempre,

la festa.

 

Federico Díaz-Granados,  Bogotá (Colombia) 1974

da La fretta dell’istante 2015

Traduzione di Alessio Brandolini

 

Di qua la fugacità del tempo, la certezza dell’effimero che siamo, la paura della solitudine, la sensazione di non essere mai nel punto esatto della vita: il silenzio.  Dall’altra parte la parola, che rafforza i nostri ricordi, che dà forma alla nostra quotidianità, che ci ricorda quanto sia bello e insieme terribile vivere,  ci fa amare la musica, la letteratura, l’arte. La parola che ci aspetta,  ci permette di ri-costruire noi stessi,  ogni volta. E  ripartire.

Annamaria S.

 

 


Quando non hai più niente da dire

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Quando non hai più niente da dire, guida

per un giorno intorno alla penisola.

Il cielo è alto come su una pista di decollo,

la terra non ha segnali: non c’è arrivo

 

ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.

A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,

il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce

e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

 

il litorale smaltato e il ceppo controluce,

lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,

gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,

isole galoppanti nella nebbia verso il largo,

 

e guida verso casa, ancora con niente da dire,

tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio

con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,

acqua e terra ai loro estremi.

 

Sèamus Heaney

da “Una porta sul buio”

trad. Roberto Mussapi


… questo mondo non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…

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E guarda questi occhi!

Gli occhi sono l’enigma del mondo. Perché è uno sguardo ciò che vedi in questa vita che tieni tra le mani, cominciando a chiederti quel che ne farai, sì, renderle la libertà, ma innanzitutto cos’altro?
Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923
da “La bestia spaventata” in “L’ora presente”

 

Forse, davvero, non abbiamo abbastanza parole (… questo mondo che non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…) per esprimere ciò che sentiamo o cogliamo talvolta col nostro intuito? (Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.)
Le citazioni sono tratte dallo stesso racconto, in forma di prosa poetica, “La bestia spaventata”


La luminosità delle parole….

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Se scrivi magistralmente con la mano destra,
diventa mancino: scarabocchia,
scarabocchia fino all’illeggibilità le lettere alfabetiche
che rispecchieranno nel folto delle loro frementi e
impotenti volute il presagio della luminosità delle parole…
Come un bambino impara nuovamente
a tracciare i contorni delle cose con le lettere
e sappi che in questi segni sarà presente la verità,
finché le tue tremanti dita non terranno con fermezza la penna,
fino a quando il mondo si opporrà alla tua mano maldestra.
In quell’istante in cui diverrai un virtuoso della penna,
un maestro di calligrafia, un artista dell’alfabeto,
le lettere prevarranno sulle cose
e il mondo abbandonerà le lettere.
Nella tua calligrafia, nella tua maestria
ci saranno solo lettere, non ci sarà più nulla,
ci saranno solo lettere, solo il nulla…
Allora comincia a scrivere con le dita del piede destro!

Boris A. Novak, Belgrado 1953
Poeta, saggista, drammaturgo, traduttore e scrittore per ragazzi


Oh, le parole della mia vita….non volano più

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Oh, le piccole parole interrogative della mia vita, saltellanti
e capriolanti, volanti, elusive e cinguettanti sin dall’infanzia
come uccellini, come tenui grilli.
Ma ne feci maturando pesanti parole di risposta
come pesanti anatre e bene ingrassate galline
accoccolate, che mai più potranno sollevarsi e volare.
Essenza, qualità, quiddità. E gallinacei ancora più pesanti:
dovità, percheità, coscienza, eterninquisire e morire.

Yehuda Amichai
Würzburg, 3 5 1924 – Gerusalemme, 22 9 2000
da “Poeti Israeliani”a cura di Ariel Rathaus


Una bussola

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Tutte le cose sono parole della lingua
in cui Qualcuno o Qualcosa, notte e giorno
scrive quell’infinito guazzabuglio
che è la storia del mondo. Nel suo vortice

passano Cartagine e Roma, io tu lui
la mia vita che non capisco, quest’agonia
di essere enigma, caso. Criptografia
e tutta la discordia di Babele.

Dietro al nome c’è quel che non si nomina;
oggi ho sentito gravitare la sua ombra
su questo ago azzurro, lucido e lieve,

che verso il confine di un mare tende il suo zelo,
con qualcosa di un orologio visto in sogno
e qualcosa di un uccello addormentato che si muove.

Jorge Luis Borges
Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986


La pagina bianca

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Quella che hai giusto in mano è quasi bianca,
ma non del tutto, non esiste il bianco totale:
è liscia, dura, tenace, sottile, e di solito
crepita, scivola, cigola, si strappa, è quasi inodore;
e com’è non rimane, si ricopre
di menzogne, orrori, contraddizioni, assorbe tutto:
sogni, angosce, trucchi, lacrime, brame,
finché saranno asciutti, gialli, ammuffiti, grigi,
finché il tutto s’ammolla, nella pioggia,
si sbriciola, nell’immondizia,sempre più esiguo.
Forse soltanto se è della qualità migliore…
ove poi meglio di tutto è forse ciò che nessuno
vi ha scritto: un pesce, una saliera, una stella,
un unicorno, un elefante, una testa di bue,
emblema di S. Luca. Ciò che ti appare
se lo metti controluce – resiste,
mille anni, forse, o solo un minuto ancora.

Hans Magnus Enzensberger
Kaufbeuren, 11 novembre 1929


Parole minori

in via d'estinzione

La parola s’inganna sulla carta
come s’inganna nei miraggi l’oasi
e più che libere folgorazioni
ci raccomanda un canto prigioniero

può essere senz’altro un artificio
talismano proposto dalle lingue
o l’allerta con un filo di voce
come punto di fuga o di chiusura

la parola interrompe / non vegeta
converte la memoria in un tatuaggio
come avvoltoio sorvola lo spazio
e s’infila in preghiere e bestemmie

come chiusa virtuale dei silenzi
o valletto della natura
o salvacondotto del malinteso
è un misto di tanti sì e no

se si scheggia o si spezza la parola
nessuno può riparare le sue sillabe
con la parola rimaniamo muti
dato che tutto ci resta da dire.

Mario Benedetti, Uruguay 14 9 1920, Uruguay 17 5 2009
da La vita una parentesi 1998


Le parole

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Otto, otto e dieci. Sono in macchina, ferma al passaggio a livello che, anche stamattina, mi farà arrivare tardi a scuola. Alla mia destra, sul marciapiede un uomo fermo sulla sua bicicletta. Ha l’aria di soffrire, non credo sia per il treno che non arriva. Tiene appoggiato con una mano il telefonino all’orecchio “parlami ti prego, perché non mi parli? Sto male io, che credi?” non è molto giovane, ha i capelli brizzolati, alto, atletico, un gran bell’uomo. Tra una battuta e l’altra si mangia le unghie. “Perché non rispondi più quando ti chiamo?…pausa… non m’importa un cazzo di tuo marito…pausa….io non dormo più non mangio più…..pausa…..e ora perché non parli? parlami ….pausa…..no….no….non attaccare, se attacchi mi ammazzo, giuro, guarda arriva il treno…”
Di scatto giro la faccia verso di lui e incontro il suo sguardo, ci fissiamo imbarazzati per un attimo. Improvvisamente piove, l’uomo impreca e si tira su il cappuccio del piumino e io mi dico che uno che vuole ammazzarsi per amore, se ne frega dell’acqua che gli bagna i cappelli.
Il fatto è che si dicono tante cose…..Il treno passa, l’uomo in bicicletta ha riparato sotto un portone ed io penso alle parole. Le penso come creta, ad esse diamo la forma dei pensieri, gioia, paure e desideri, attorno ad esse nascono guerre, amori, angosce, progetti e delusioni.
Le manipoliamo, le lasciamo andare, le neghiamo, le dimentichiamo e non servono, né bastano a cogliere il cuore delle cose, mai.
Una volta ho letto che le parole “sono una marchetta al comune senso della sopravvivenza” la stessa che pagò Shéhérazade al suo principe persiano.
Iraida


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