Archivi tag: parole

Le parole

56194562zg31
Otto, otto e dieci. Sono in macchina, ferma al passaggio a livello che, anche stamattina, mi farà arrivare tardi a scuola. Alla mia destra, sul marciapiede un uomo fermo sulla sua bicicletta. Ha l’aria di soffrire, non credo sia per il treno che non arriva. Tiene appoggiato con una mano il telefonino all’orecchio “parlami ti prego, perché non mi parli? Sto male io, che credi?” non è molto giovane, ha i capelli brizzolati, alto, atletico, un gran bell’uomo. Tra una battuta e l’altra si mangia le unghie. “Perché non rispondi più quando ti chiamo?…pausa… non m’importa un cazzo di tuo marito…pausa….io non dormo più non mangio più…..pausa…..e ora perché non parli? parlami ….pausa…..no….no….non attaccare, se attacchi mi ammazzo, giuro, guarda arriva il treno…”
Di scatto giro la faccia verso di lui e incontro il suo sguardo, ci fissiamo imbarazzati per un attimo. Improvvisamente piove, l’uomo impreca e si tira su il cappuccio del piumino e io mi dico che uno che vuole ammazzarsi per amore, se ne frega dell’acqua che gli bagna i cappelli.
Il fatto è che si dicono tante cose…..Il treno passa, l’uomo in bicicletta ha riparato sotto un portone ed io penso alle parole. Le penso come creta, ad esse diamo la forma dei pensieri, gioia, paure e desideri, attorno ad esse nascono guerre, amori, angosce, progetti e delusioni.
Le manipoliamo, le lasciamo andare, le neghiamo, le dimentichiamo e non servono, né bastano a cogliere il cuore delle cose, mai.
Una volta ho letto che le parole “sono una marchetta al comune senso della sopravvivenza” la stessa che pagò Shéhérazade al suo principe persiano.
Annamaria S.


Diavolo di un prete!

52406-1
Quella sera ero proprio stanca. Mancava un quarto all’una e, come ogni notte, chiusi la pompa dell’alimentazione, guanti monouso e, con l’aspiratore, attraverso il tracheostoma aspirai i muchi, sperando che il bip bip del saturimetro non suonasse più volte nella notte. Lui aveva gli occhi chiusi, non c’era più già da due anni. Il suo corpo era lì, congegno perfetto che continuava a funzionare a ritmi regolari: il cuore batteva, i reni filtravano, la bocca sbadigliava, e io, ogni volta a chiedermi dove fossero le sue emozioni, i suoi desideri, l’amore per i nostri figli, le sue risate e tutti i baci che mi aveva dato.
Ero sfinita e disperata.
Prima di andare a dormire controllai la mia posta. Un nuovo messaggio.
Diavolo di un prete! Aveva risposto alla mia mail! Lo avevo ascoltato in TV, avevo letto qualche suo libro sulla Comunità di San Benedetto al porto di Genova, approdo di tossici, ex prostitute, ex ladri, uomini e donne in “transito”, A’ Lanterna, i suoi “drogati di merda”. (Solo lui però, diceva, li poteva chiamare così). Quaranta anni di attività sulla strada a camminare con “gli ultimi”. Amatissimo e criticatissimo, ostinato come chi sa di essere nel giusto. Semplice, diretto.
Diavolo di un prete! pensai, mentre leggevo le sue parole, e il groviglio di disperazione, di rabbia e di dolore che mi portavo dentro da due anni, si scioglieva insieme alle mie lacrime. Un Padre che consola una figlia? Forse, ma più ancora, sentii rompersi, come fa il ghiaccio in primavera, il vuoto di senso in cui ero annegata o in cui mi stavo lasciando annegare. O forse, più semplicemente, quella sera capii quello che mi era successo.
Ma fu tutto più sopportabile.

Iraida (Annamaria Sessa)


A cosa serve dire gatto giallo invece di gatto randagio?

186880
A cosa serve dunque la letteratura? A cosa serve dire gatto giallo invece di gatto randagio? Definire la vecchiaia viaggiatrice della notte? Parlare delle palizzate formate dagli aranceti di Valenza a proposito di Retz? A cosa serve la testa mozzata della duchessa di Montbazon? Perché trasformare l’umiltà di Rancé (del resto dubbia) in uno spettacolo munito di tutta l’ostentazione dello stile (stile d’essere del personaggio, stile verbale dello scrittore)? Questo insieme di operazioni, questa tecnica, alla cui incongruità (sociale) bisogna sempre far ritorno, serve forse a questo: a soffrire di meno.

Roland Barthes.
Dalla prefazione a “Chateaubriand: Vita di Rancé”


Acciòn poetica

movimiento_accion_poetica_tucuman_y_mas_muros_poesia_5
Algunas palabras abren heridas, otras caminos. (Acciòn poetica)
Alcune parole aprono ferite, altre spianano strade.


Si nasce senza parole e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.

tumblr_ltxjieAdyD1r3y2nqo1_400

Non c’è parola più certa di un’altra.
S’impara a tacere con gli anni,
anche se sembra che parliamo.

Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.

E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.

 

da “Omaggio verticale” traduzione di Antonio Buccelli
Javier Vicedo Alós (Castellòn 1985)


L’ovvio che affoga il mondo

thumb.php
Dicono troppo e nulla
di tutto voraci
e di niente affamati
mentre mettono in fila
rumori e parole e ragionamenti
e incontinenti finzioni
il catalogo del mondo
insomma
tra l’antipasto e il dolce
per divorarlo.
Parlano a caso i parlanti
stanziali di geografie logiche
come a caso volano le mosche
che gli spazi normano
del vuoto smisurato percorrendo.
Nell’angolo destro
dove i giochi delle latitudini e delle longitudini
varchi aprono e neri passaggi
nelle sintassi e nelle grammatiche
dei ricordi
e rimbalzi di trasalimenti
nel pianeta degli sconti e dei saldi
e delle assoluzioni
un ragno antico vive bene
nel silenzio
dove tutto è pesante
al punto giusto
e attento ascolta i soffi
delle parole incolori
come incolore è l’ovvio
che affoga il mondo.
E non c’è intelligenza né tecnica
che tenga
per evitare inconsistenze e smottamenti
di parole
e aborti e gelate invernali
e treni notturni che viaggiano
nel nulla
e aggettivi acidi come il caglio
e verbi intransitivi come rovi
come solo può esserlo
un cuore in inverno
e non c’è intelligenza o tecnica
o gioco del pari e dispari
sulle tabelle delle assonanze
per darsi una ragione
e un canto e una disperazione
e una dispersione o semplicemente
il coraggio di un mestiere di ragno
che ancora e ancora
dia un colore ai sensi della specie.
Sola resta la pazienza
di aspettare che al vento delle stelle
si asciughi il dolore del mondo
così giovane dopotutto e così morto.

Pietro Pasquale Daniele
dal sito http://www.vicoacitillo.it/


Una poesia al giorno…..


” Però non mi spiego perchè in un’epoca in cui tutti vanno veloci e nessuno ha mai tempo, la poesia non trovi lettori; per la sua immediatezza, è la forma della contemporaneità. A leggerne una si impiega un minuto e, se buona, ci si pensa fino a sera. Dovremmo iniziare la giornata con una o due poesie, magari questo cambierebbe il mondo”

Jòn Kalman Stefànsson, poeta e scrittore islandese.
Da “la Repubblica” 5 settembre 2012.


…il suono della schiuma sugli scogli

Oggi pensavo.  Che parole abbiamo detto  l’ultima volta che ci siamo parlati?  Quali parole ci siamo sussurrati  quel giorno appena  svegli, con gli occhi ancora chiusi e le  mani  ad esplorare  il  tepore dei nostri corpi?  Quali parole  sono state la sostanza di un altro giorno insieme? Quali quelle che  abbiamo lasciato scivolare inascoltate,  per non farci male?  Quante se ne sono perse  tra il tuo caffè e il mio  yogurt, tra  i polsini da abbottonare e i libri,  infilati  in borsa in tutta fretta?  Avrò forse detto  “bisognerà parlarne..” avrai risposto “ne parliamo al ritorno”

Da quel momento, per due anni,  ho condiviso con te  solo il  silenzio. In quella stanza , abitata dal suono del tuo respiro, certi giorni mi è parso di vederlo  il silenzio,  insopportabile,  inesorabile,  mentre si insinuava tra noi, tra il tuo torpore opaco e me che contavo lo stillicidio dei giorni. L’ho sentito nell’aria diventare,  giorno dopo giorno,  una paratoia fredda,  spessa,  insormontabile dove le mie inutili  parole si schiantavano, ogni volta, col lo stesso suono della schiuma sugli scogli. Lui, il silenzio, un guscio duro, inviolabile, da cui avrei voluto  tirarti fuori o io stessa scivolarvi, se solo avessi trovato un varco. Ma ogni tentativo aveva il senso di un’imposta  sbattuta al vento.  Tu non eri lì dove cercavo. Nell’involucro del corpo  non  c’eri  tu e nemmeno i tuoi pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci che mi davi. Nei tuoi occhi persi solo il vuoto inconsistente di un universo senza tempo, senza luoghi, senza parole.
E io  non saprò mai con quali parole ci saremmo, quel giorno,  ritrovati.

Annamaria S.


Le parole sono azioni. Ludwig Wittgenstein

Ancora dal “Dizionario affettivo della lingua italiana” di Matteo Bianchi

Coraggio

Ho pochi anni e cammino in bilico su un muretto. Mia madre si sposta di fronte a me con le braccia pronte ad afferrarmi, mi insegna le prove di coraggio. Ce ne sono molte ma questa è la mia preferita. Mi ha aiutato a salire sul muretto via via sempre più alto e ha esclamato: prova di coraggio numero uno! Poi ha lasciato le mie mani. Non so descrivere l’emozione. La produco dentro il mio piccolo corpo, la trasmetto ad ogni centimetro di pelle, la dono a mia madre in un sorriso impavido, sprezzante del rischio.

Vent’anni dopo e prima di andarsene, mia madre lascia ancora una volta le mie mani. Non sappiamo a che numero di prova siamo arrivate. C’è un vento forte che mi spinge ma non cado. Lei osserva il mio equilibrio con una certa soddisfazione. Dice: sai che la parola “coraggio” deriva da cor-cordis, ti ricordi cosa significa? Sostantivo neutro, terza declinazione, cuore. Scendo dal muretto  con un salto il più ampio del dovuto.

E’ una prova solo mia. Adesso

(Ester Armanino, autrice di “Storia naturale di una famiglia”)


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: