Archivi tag: Paulina Vinderman

……una scatola inafferrabile

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                                       in memoria di Ana Calabrese*

 

 

 

Avremmo preso il vino del crepuscolo

sedute sul pavimento,

a spiegare il dolore e gli amori letterari  

come una tovaglia: alcuni buchi e colori sicuri.

Due donne espulse dall’idioma, dalla festa,

da un’ostinata latitudine.

Avremmo lasciato che il fiume ci invadesse

(tutti gli amici mi parlarono più del fiume che della tua disperazione).

Pezzetti di sughero, storie di qualcuno

ossessionato dalla libertà dello spirito, resti

di un angelo dipinto su un appendiabiti di legno.

Il tuo suicidio annunciato li portò a rifugiarsi nel bosco

(loro, i lupi, gli amici),

li svuotò di parole.

Strano fiore di ombre cinesi sulla parete,

diventasti una voce e un silenzio contro un fiume.

Una poesia condannata a una scatola inafferrabile.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco

 

 

* Ana Calabrese, poeta argentina nata  nel 1950 e morta suicida nel 1994, era una traduttrice e giornalista letteraria, conosceva poetesse come  Olga Orozco,  Alejandra Pizarnik e Ana Becciú, con le quali strinse un forte rapporto di amicizia. Tradusse diversi drammaturghi e poeti, tra i quali la grande Silvia Plath. In vita pubblicò due raccolte di poesie. Dopo la sua morte, la figlia trovò delle poesie, tante poesie della madre,  andavano dagli anni sessanta fino a poco prima della sua morte. Alcune erano scritte su fogli stropicciati, altre su pagine di quaderno a spirale, altre ancora sul retro di ricette mediche o  su pagine staccate di un’ agenda, con molte cancellature e versioni alternative a lato,  ma tutte sembravano essere state scritte sotto l’urgente necessità di alleviare un peso emotivo del momento.  E tutte erano contenute  in una scatola di latta per biscotti, trovata per caso  “….Una poesia condannata  a una scatola inafferrabile” 

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post scriptum

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E non ti ho parlato ancora del

deterioramento della posta in questa oscura provincia

dell’impero.

L’impiegato grugnisce unicamente

sdraiato contro un calendario dell’anno precedente

(uno sfondo eccessivo di fiori, vacche e montagne)

ma adesso si è innamorato delle destinazioni delle mie lettere,

sorride – qualche volta –

e posso scommettere che pensa a me

quando attraversa i ponti diretto al suo cuscino.

Ci si può impadronire dei sogni degli altri

per non morire, si può accettare la vita come una

rappresentazione del desiderio.

Così senza turbolenze, invento false

lettere da scrivere –

esotici mittenti nel mattino che trema –

e quell’uomo e io

torniamo a essere porosi, invincibili,

per un momento.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco


E’ una notte sprovvista di parole

Copyright Ferens Art Gallery / Supplied by The Public Catalogue Foundation

 

 

…. Si fa tardi presto in questo luogo
e nessuno sa spiegarne il motivo.
L’oscurità è una ragione, una logica immutabile:
fatta con i cuori delle carte da gioco ….

E’ una notte sprovvista di parole,
è il tuo distratto amore al di là del recinto visibile.

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944
da “L’epigrafista”
traduzione Alessio Brandolini


Il mondo si scrive a mano…

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Il mondo si scrive a mano,
dice il monaco indicando il mio quaderno e si sposta
nelle tenebre come un ballerino in cerca di una lampada.
Non domanda chi sono, non gli interessano
le mie mappe rammendate né il mio mesto sorriso.
Mi offrirà un tè scuro per l’oscura febbre
(quanto impiega a curarsi un cuore bruciato?)
e una zanzariera.

Dolce taffettà verde
il cielo è una fetta di fiume
che solo aggiunge distanza alla comprensione.

Capisco soltanto la pioggia

quando cade sul calore come una debole mano,
come tempera sulla carta, raggrinzendo nella veglia.

Capisco soltanto la solitudine

come un linguaggio che parla per conto suo
così la mia pelle una volta innamorata,
così la preistoria di un sogno.

Precipito nel fondo della notte
e ciò che scrivo si dissolve
(una volta mi dissero ti amo nel fondo di un taxi).

Cosa ricorderò quando tornerai?
Il cigolìo degli insetti.
La musica irrimediabile del dolore.
La soavità della zanzariera,
la soavità dell’obbedienza.
La vanità nascosta della mia lacrima.

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944
da “L’epigrafista”
traduzione Alessio Brandolini

 


L’insistenza di ciò che sono….

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Ritorno dopo anni, al caffè
dove raccoglievo le impronte del mondo.
Il ragazzo è sempre lì, eterno nella sua giacca viola.
All’angolo la buca delle lettere, vuoto del tutto
tranne di me.
Gli alberi mi colpiscono con la bellezza della loro vecchiaia
(prima o poi moriranno ma non sarò testimone).
Sono venuta a congedarmi, dico al ragazzo,
che domanda della mia vita, come un amico in più.
Ormai non appartengo a questo luogo
(non appartengo a nessuno, pensa la malinconia
per conto proprio, ma non glielo dico)
e scrivo una lunga lettera su un foglio di agenda,
al fratello che non ho avuto (o mi portarono via)
mentre sorseggio il mio caffè
e disegno nasi su salviette di carta.
Prima che la fredda pura notte m’inghiotta
lascio cadere la lettera nella buca postale.
L’insistenza di ciò che sono la ritrovo – silenziosa –
in questa piccola azione.
Mi lascio alle spalle uno splendore o la sua memoria
(che è la stessa cosa)

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944
da “L’epigrafista”
traduzione Alessio Brandolini

 

 


Mi hai proibito di rimpiangerti….

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Mi hai proibito di rimpiangerti
…………….
Mi hai proibito di avere qualsiasi cosa tranne il dolore
e un avanzo di sale nella bocca dove ricordarti.

Cammino di nuovo in una notte presuntuosa
ritorno alla mia lettera segreta.
Una donna lirica che custodisce le colpe, i silenzi
e il bottone che saltò dalla tua camicia
in quella casa chiusa e fredda come un granaio
dove la tua voce era tutto.

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944
da “L’epigrafista”
traduzione Alessio Brandolini

 

 

“Per l’autrice argentina Paulina Vinderman il lavoro del poeta è simile a quello dell’epigrafista: lui decifra antiche lingue, su pietra o su marmo; il poeta esplora il mondo partendo dal cuore del linguaggio, indagando il passato e il proprio vissuto come stando davanti a un codice mobile e instabile e per questo arduo da decifrare…” dalla prefazione di Alessio Brandolini


…un pozzo d’acqua dove aggallano le certezze

 

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Questa stanza odora di passato:
il dialogo, l’enorme tronco dell’albero malato
dall’altro lato della finestra.
Un sogno arriverà al tramonto
(ah, vecchia collezionista di crepuscoli di seta)
e quando sarà qui lo aprirò al vento meridionale
che pressa i catenacci.
L’impronta lasciata dalla malinconia
può essere così feroce come lei stessa.
Un pozzo d’acqua dove aggallano le certezze
come olio sporco.

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944
da “L’epigrafista”
traduzione Alessio Brandolini


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