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Ma la Diversità, per noi, era come noi avevamo stabilito in cuore…

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Vecchio

Oh, uno Diverso, certo. Ma la sua Diversità, per noi, 
era come noi avevamo stabilito in cuore 
che la Diversità doveva essere. Ossia: 
noi vedevamo in lui uno di noi 
– niente altro che uno di noi – 
dotato di una misteriosa grazia. 
Infatti, ci sono, tra gli uomini, ideali comuni: 
sappiamo cos’è la fedeltà, la lealtà, 
il disinteresse, la passione – ma è raro 
che applichiamo a noi tali ideali… 
E quando capita che qualcuno 
li viva nella sua vita – nei suoi occhi 
e i suoi atti – allora pensiamo 
che si tratti di un dono divino. 
Pensiamo che sia, semplicemente, la sua natura, 
nata con lui, senza che gli costi nulla 
– come nulla costa a noi la nostra. 
Pensiamo, insomma, ch’egli sia com’è – 
cioè un uomo ideale – senza che ciò contraddica 
le semplici norme umane. 

Coro
Ma, che cosa c’è invece in lui, ora, al posto 
di quella grazia che noi gli attribuivamo? 

Vecchio
La Diversità, appunto. Ma la vera diversità 
quella che noi non comprendiamo 
come una natura non comprende un’altra natura. 
Una diversità che dà scandalo.

Pier Paolo Pasolini

dal dramma  “Pilade”

Il dramma politico Pilade è la rilettura in chiave moderna della trilogia eschilea “Orestea” 458 a. c. E’ una riflessione sulla democrazia, sul potere e la corruzione di destra e di sinistra.

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L’arcano di Pasolini

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… il suono che fa il dolore quando
cade attraverso se stesso e non tocca
fondo…(J.H.)

 

….II braccio distorto insanguinato,

capelli impiastrati di sangue,

braccia annerite di lividi

e arrossate di sangue;

dita della mano sinistra

fratturate e tagliate,

mascella sinistra fratturata,

naso schiacciato e piegato;

orecchie tagliate a metà,

quella sinistra girata,

ferite sulle spalle,

torace, lombi;

profonda lacerazione sulla nuca,

ampio livido sui testicoli,

10 costole e lo sterno rotti,

fegato lacerato, cuore scoppiato.

Avrebbe potuto essere anche qui, in un luogo inesistente, in questo

luogo inesistente

che conosco così bene, questa New York di nulla facente,

 facendo nulla, o, anche,

per tutti gli opportunisti, nulla da fare

nei luoghi che riattraverso

solitario, vecchio e

infelice come nella mia adolescenza

per le strade e giù negli scantinati dei club,

quella vita di muscoli rivoltata

come un guanto,

di pustole e orecchie sporche,

ma adesso immensamente più solo

dacchè la produzione di cose è divenuta

una consunzione che tutto consuma, cosicché ora

il nudo segno del dollaro è stampato

su tutto e su tutti

splendendo d’oscurità dagli abissi dell’avidità

dalla quale lui ci mise in guardia con innocenza indifesa

(come tutti da questa parte) paradossalmente indecente,

lui che aveva persino “imparato a far l’amore senza amore

e senza rimorso”….


 

Jack Hirschman. New York, 13 dicembre 1933

da “L’arcano di Pasolini”

traduzione Raffaella Marzano


… e Ilaria, solo Ilaria…

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…  e Ilaria, solo Ilaria…

Dentro nel claustrale transetto

come dentro un acquario, son di marmo

rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma

lontananza. Lì c’è l’aurora

e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.

Sonno, i secoli vuoti: nessuno

scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia

perduta nella morte, quando

la sua età fu più pura e necessaria.

 

Pier Paolo Pasolini  

da “Appennino” in  “Le ceneri di Gramsci”, 1957 

 

L’incapacità  ad accettare la più umana e incontrovertibile realtà che ci riguarda e cioè la morte che colpisce una persona giovane e bella, fu certamente fonte di ispirazione per lo scultore del 400 Jacopo Della Quercia. E’ suo il monumento funebre in marmo della povera Ilaria, che morì di parto a soli 25 anni.

Nei versi di Pasolini, invece, l’immagine impietrita della bella lucchese rappresenta l’Italia popolare, quella semplice e povera sempre rimpianta dal poeta friulano.

 

 


Emmanuel e Chinyery, quel dolore universale

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Ma che colpo al cuore quando, su un liso
cartellone… Mi avvicino, guardo il colore
già d’un altro tempo, che ha il caldo viso
ovale dell’eroina, lo squallore
eroico del povero, opaco manifesto.
Subito entro: scosso da un interno clamore,
deciso a tremare nel ricordo,
a consumare la gloria del mio gesto.
[…]
Entro nell’arena, all’ultimo spettacolo,
senza vita, con grigie persone,
parenti, amici, sparsi sulle panche,
persi nell’ombra in cerchi distinti
e biancastri, nel fresco ricettacolo…
Subito, alle prime inquadrature,
15mi travolge e rapisce… l’intermittence
du coeur. Mi trovo nelle scure
vie della memoria, nelle stanze
misteriose dove l’uomo fisicamente è altro,
e il passato lo bagna col suo pianto
[…]
Eppure, dal lungo uso fatto esperto,
non perdo i fili: ecco… la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città di Rossellini…
Ecco l’epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano,
le tetre forme della dominazione nazista…
Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
è lì che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi. 

 

Pier Paolo Pasolini

dal poemetto “La ricchezza” in “La religione del mio tempo”

 

 

Sempre mi capita, quando non capisco l’assurdità del presente, di andare a cercare negli scritti di  Pier Paolo Pasolini un senso a ciò che accade in questo mondo ma  soprattutto  nel cuore degli uomini. I versi fanno parte di un poemetto “La ricchezza” ne “La religione del mio tempo” del 1972. Pare che  in una sera come tante, passeggiando per trastevere, P.P.P. avesse visto su un muro il manifesto del film “Roma città aperta”. Una folgorazione! L’urlo della Magnani  nell’ultima sequenza è, per il poeta,  l’emblema del dolore universale, quello che non è di uno solo ma di cui è testimone e partecipe l’umanità intera.   La storia tragica di Emmanuel e Chinyery, è fuori dalla storia e degna del canto di un aedo.


….mentre intorno spiove

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Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia
 
con cieche schiarite… questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
 
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
 
tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
 
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…
 
Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
 
quanto meno sventato e impuramente
sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano
 
delineavi l’ideale che illumina
 
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido
 
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
 
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
 
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
 
la sua giornata, mentre intorno spiove.

 

Pier Paolo Pasolini

da “Le ceneri di Gramsci”

 

Quanto rimpianto per il   “maggio” della nostra generazione se penso alle “ceneri” dell’oggi!!

Annamaria S.


…la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza

 

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

 

Pier Paolo Pasolini

da Poesia in forma di rosa


Me ne vado, ti lascio nella sera…..

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VI
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l’infido
ed espansivo dono dell’esistenza –
quella vita non è che un brivido;
………………………………………….

 

Pier Paolo Pasolini
da “Le ceneri di Gramsci”


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