Archivi tag: Pier Paolo Pasolini

Nostalgia

tumblr_nlmsecW5NO1qaeks7o1_1280

 

Mi ricordo solo che ho dimenticato la cadenza delle voci più amate,
e ho perso per sempre l’odore dei frutti dell’infanzia,
il sapore esatto della pesca,
il battito d’ali tra i pini,
l’emozione nel trovare una noce caduta dal suo albero.
Meraviglie di un tempo passato, che ora sono solo noiose cantilene,
vano richiamo che non mi dà lo stupore di trovare un colibrì nella mia stanza,
come tanti mattini della mia infanzia.
Come riavere indietro certe carezze e gli abbracci più importanti?
Come rivivere il buio pesto, illuminato a malapena con la luce dei Beatles,
e come far piovere la stessa pioggia che guardavo cadere a tredici anni ?
Come tornare indietro all’ebbrezza del sole, alla lucentezza dei miei sette anni
al sapore di mora matura,
a tutto quel territorio sconosciuto alla morte,
alla luce pulsante di purezza,
a tutto quello che sono e che già non mi appartiene?



Dario Jaramillo Agudelo. Antioquia in Colombia 1947
da “La nostalgia”
Traduzione mia (Annamaria S.)



“La più grande attrazione di ognuno di noi
è verso il Passato, perché è l’unica cosa
che noi conosciamo ed amiamo veramente.
Tanto che confondiamo con esso la vita”

(dal “Pilade” di Pier Paolo Pasolini)


Il glicine

il-glicine-sul-muro-ocra-L-fzU7K4

 

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma è possibile amare
senza sapere cosa questo vuol dire? Felice
te, che sei solo amore, gemello vegetale,
che rinasci in un mondo prenatale!
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’ intera parete appena alzata, il muro
principesco di un’ ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce …
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
Qualcosa ha fatto allargare
l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,
inaridito, riaperto le ferite
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . . . . . . .

 

Pier Paolo Pasolini

da “La religione del mio tempo”


Bisogna essere molto forti per amare la solitudine

Second Toronto After Dark Film Festival, October 2007.


La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’invemo; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
…………………………………………………..
…………………………………………………..
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

Pier Paolo Pasolini
da “Trasumanar e organizzar” 1971.


all’ombra d’un potere ripugnante…..

italia_a_pezziRicordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

Giovanni Raboni
Milano, 22 gennaio 1932 – Fontanellato, 16 settembre 2004


Caro Dio, facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi

383_1_PNDBL
Preghiera su commissione

Ti scrive un figlio che frequenta
la millesima classe delle elementari.

Caro Dio,
è venuto un certo signor Homais a trovarci
dicendo di essere Te:
gli abbiamo creduto:
ma tra noi c’era uno scemo
che non faceva altro che masturbarsi,
notte e giorno, anche esibendosi davanti a fanti e infanti,
ebbene…
Il Signor Homais, caro Dio, Ti riproduceva punto per punto:
aveva un bel vestito di lana scura, col panciotto,
una camicia di seta e una cravatta blu;
veniva da Lione o da Colonia, non ricordo bene.
E ci parlava sernpre del domani.
Ma tra noi c’era quello scemo che diceva che invece Tu
avevi nome Axel.
Tutto questo al Tempo dei Tempi.

Caro Dio
liberaci dal pensiero del domani.
E’ del Domani che Tu ci hai parlato attraverso M. Homais.
Ma noi ora vogliamo vivere come lo scemo degenerato,
che seguiva il suo Axel
che era anche il Diavolo: era troppo bello per essere solo Te.
Viveva di rendita ma non era previdente.
Era povero ma non era risparmiatore.
Era puro come un angelo ma non era perbene.
Era infelice e sfruttato ma non aveva speranza.
L’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l’idea del domani;
non solo, ma senza il domani, la coscienza non avrebbe giustificazioni.
Caro Dio, facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.

 

Pier Paolo Pasolini
da “Transumanar e organizzar” (1965- 1970)


Quello che veramente ami



Quello che veramente ami rimane,
il resto e’ scorie
Quello che veramente ami non ti sara’ strappato
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Strappa da te la vanita’, non fu l’uomo
che creò il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanita’, ti dico strappala
cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo
per raggiungere l’invenzione, o nella vera abilita’ dell’artefice,
Strappa da te la vanita’,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanita’
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Meta’ nero meta’ bianco
Ne’ distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanita’
Come sono meschini i tuoi rancori
nutriti di falsita’.
Strappa da te la vanita’.
Avido di distruggere, avaro di carita’,
Strappa da te la vanita’,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non e’ vanita’
Avere, con discrezione, bussato
Perche’ un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o del bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non e’ vanita’.
Perchè qui l’errore e’ in cio’che non si e’ fatto,
nella diffidenza che fece esitare.

Ezra Pound, Hailey, 30 10 1885 – Venezia, 1 11 1972
da Canti Pisani


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: