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Tanto ti avrei comunque incontrata….

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Tanto ti avrei comunque incontrata
forse al metrò
forse nell’androne di un palazzo
forse t’avrei soltanto definita
per approssimazioni e deliri
e sogni leggeri come l’andamento
svagato e lento di una piuma

tanto t’avrei sicuramente perduta
prima o poi
per colpa tua o mia
o anche del vento di settembre
che asciuga grappoli e desideri

tanto t’avrei ripresa
prima o poi
un giorno o l’altro
con il sapore che c’è nelle cose
nel cuore che pulsa, per esempio,
e negli occhi che incontrano gli occhi
t’avrei presa, lo giuro,
in uno sbadiglio
per un battito di ciglia.


Emilio Piccolo,  Acerra 13 5 1951 –Acerra  23 7 2012
da “Les arrangements”


Un soprassalto di gusto….il sapore dimenticato della libertà.

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Le parole tronche

Che tu lo voglia o meno
ci sei dentro a tutto questo
come le radici dell’albero
nella terra son confitte
come la luce delle stelle
del cielo è trama e vibrazione
ci sei dentro senza alibi nella palude
e palude sei della stessa sostanza
del fango,
come i colori negli occhi
spauriti dei bambini stanno
simili e diversi ai colori nell’arcobaleno .
Che tu lo voglia o meno
sei storia maledetta e tracotanza
per evasioni o per occultamenti
per occhi strabici o per cecità civili
per patti scellerati o per neghittose
indifferenze
per superficiali virtù di giocolieri
– un colpo al cerchio uno alle doghe
malmesse – con un occhio alla ragion
pratica passando per l’etica
e per lo stoccafisso,
che tu lo voglia o meno
sei operaio ed ingegnere di questo
triste ostello e corrotto corruttore
e niente hai fatto
nè gesto tracciato nell’aria
né scongiuro né rito sacrificale
né comizio civile né protesta gridata
né un’idea inventasti che fosse una
a ricucire queste ferite sì slabbrate
se non l’indignata ipocrisia
di chi ruba le carrube ai cavalli
di piazza per dichiarata professione
animalista o i luoghi comuni
alla rete per fingere rivoluzioni
o rotazioni o circonvallazioni
– sulle circolari il tempo s’azzera
ogni volta ed ogni centro diventa periferia –
chè né i cavalli di piazza né gli abitanti della rete
hanno mani da roteare e cervelli
ben fatti da connettere.
Che tu lo voglia o meno
paghi con lo sconto il piccolo cabotaggio
e la quotidiana ipocrisia
per una vita con gli occhi cuciti
e i cappotti negli armadi.
Niente hai fatto per fermare
la palude ed ora palude sei
senza spigoli e senza direzioni
senza suoni e senza dissonanze
senza colori e senza sapori.
Ferita slabbrata sei e corpo tumefatto
noia sei e parola piana
senza la bellezza del respiro
che c’è nelle parole tronche
un soprassalto sincero
di fonica dignità
– è fonè la poesia
è fonè l’indignazione
è fonè l’ira che infiniti lutti…
è fonè gridare il proprio nome a dio
a rivendicare l’umano destino di dolore
è fonè gridare tutti i no del mondo
all’impotente prepotente di turno –
un soprassalto di gusto
che sta tra il palato e l’ipofisi
quasi il sapore dimenticato dell’antica
libertà .

Pietro Pasquale Daniele


La dissipazione

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L’abbiamo consumato il presente
dissipato stropicciato
– ci lanciavano dall’alto grandi fogli
di disegno come proiettili a richiamarci –
– è quello stronzo che vuole attirare
la mia attenzione –
abbiamo fatto di questa vita
scialo di triti fatti vano

ma senza crudeltà
per richiamare l’attenzione alle urgenze
per stare sui fatti e sul presente
per imperizia ed egoismo
per superficiale inanità
pensando che ogni attimo fosse
il prima e il dopo
di ogni altro attimo all’infinito.

E forse altro c’era
– ancora mi lancia fogli da disegno
dal quarto piano
appallottolati per attirare la mia attenzione –
– è sempre quello stronzo
che vuole a segni educarmi
al rispetto dei tempi-
forse era il sospetto che
ogni attimo fosse l’assoluto tempo
della felicità pura
l’unica possibilità di questa vita
il divino incarnato
il divino sole
o la divina luna
unica porta verso l’infinito.
Ed altra non ce ne sarebbe stata.

Ed era l’attimo della verità
alle cinque della tarda
o a mezzanotte
quando la vita è in bilico
e ti sembra di andare
da prua a poppa
sulla tolda di una nave in tempesta.
L’abbiamo trascurata questa verità
e nemmeno l’abbiamo guardata
in faccia
con l’ironia che ci vuole
ogni volta che si parla
di miracoli.

Che non esistono è vero
ma, a pensarci bene,
sono miracolosamente fuori
dalla nostra vita.
E’ stato uno scialo questa vita
e ricordo mio figlio
che con orgoglio rivendica tuttora
averci messo otto anni otto
a laurearsi.
Prima di consegnarsi mani e piedi
alla tristezza infinita
della linea retta.
O della vita retta.
Non saprei.
Forse l’etica dovrebbe ogni tanto
fare un salto dalla parte
dell’impenitenza e gridare
– ero io cazzo quello
ero proprio io
e non sperate mai ch’io mi penta. –

Pietro Pasquale Daniele


…..perché l’uno è il più numeroso dei numeri che c’è, il più grande labirinto e il più impenetrabile dei giardini dai sentieri intrecciati…..

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Poteva succedere di tutto
in quei giorni dell’ira e della passione
quando cambiano senza motivi
le regole del vivere assieme fra umani
e ogni battito di ciglia
diventa imperio di possesso e proprietà
marchio a fuoco in mezzo agli occhi
quando gesti cortesi e carezze
e semplici parole
di quelle che si usano per navigare
a vista con la serenità che c’è
negli oggetti semplici
all’improvviso
fortunale diventano
e minaccia ed eruzione
e disordine infinito sotto al cielo.
Poteva succedere allora
che l’armonia che tutto tiene
e i sette respiri dell’arcobaleno
( chiamala se vuoi bellezza
o innominata leggerezza )
e il ponte che unisce
una riva all’altra riva
e il sotto e il sopra
e il dentro al fuori
diventassero d’un tratto
per sospensione di civiltà
rombo di temporale e frammenti d’ossidiana
e ferita e faglia e tempo slabbrato.
Tutto poteva succedere
per l’inadeguata scienza degli umani
e per il groviglio dei sentimenti
che li impaccia
per le matematiche e le alchimie
delle sensibilità che viaggiano
per approssimazioni e sconti
per superficialità primitive
quanto il calcolo che si fa
dei granelli di sabbia nel deserto.
Tu pensi
– sono miliardi così all’ingrosso –
E non ti accorgi che sono un unico deserto
perché l’uno è il più numeroso
dei numeri che c’è
e il più grande labirinto
e il più impenetrabile
dei giardini dai sentieri intrecciati.
Perché gli umani sono superficiali
quanto il calcolo che si fanno
di quanto ferisce una sofferenza.
Tu pensi
– soffrirà al massimo un’ora
o pochi giorni o qualche mese –
e non ti accorgi
che il dolore che sulla punta di uno spillo
è tempesta e terremoto di per sé
e voragine pura di indifferenza
e scandalo al diritto ad essere felice
e negazione del nome e della nascita
e pesa quanto la violenza
che schiaccia immotivata le farfalle
che non hanno sindacati e partiti
a cui appellarsi
e solo il volo traverso e le traiettorie sghembe
usano per scrivere nell’aria
storie mute d’infinito dolore.
Poteva succedere di tutto
in quei giorni dell’ira e della gelosia
o della vendetta e della giustizia
oltre i principi e i limiti fino a quelli più estremi.
Poteva succedere di tutto.
Tutto quello che è successo finora.
Per lo meno. Grazie a dio.
E grazie a dio alla fin fine
noi umani siamo il fiore
dell’ universo.

Pietro Pasquale Daniele

E’infinita l’impotenza e la fragilità dell’uomo, con la sua scienza inadeguata, col groviglio inestricabile dei sentimenti che lo “impaccia”, con la superficiale presunzione di poter misurare il dolore. “In quei giorni dell’ira e della gelosia o della vendetta e della giustizia” tutto può succedere. Ciò che pensiamo regolato dall’ordine e l’armonia “per sospensione di civiltà” diventa ingovernabile. Numeri, caso, labirinti…tutto può succedere “oltre i principi e i limiti fino a quelli più estremi” Iraida


L’ovvio che affoga il mondo

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Dicono troppo e nulla
di tutto voraci
e di niente affamati
mentre mettono in fila
rumori e parole e ragionamenti
e incontinenti finzioni
il catalogo del mondo
insomma
tra l’antipasto e il dolce
per divorarlo.
Parlano a caso i parlanti
stanziali di geografie logiche
come a caso volano le mosche
che gli spazi normano
del vuoto smisurato percorrendo.
Nell’angolo destro
dove i giochi delle latitudini e delle longitudini
varchi aprono e neri passaggi
nelle sintassi e nelle grammatiche
dei ricordi
e rimbalzi di trasalimenti
nel pianeta degli sconti e dei saldi
e delle assoluzioni
un ragno antico vive bene
nel silenzio
dove tutto è pesante
al punto giusto
e attento ascolta i soffi
delle parole incolori
come incolore è l’ovvio
che affoga il mondo.
E non c’è intelligenza né tecnica
che tenga
per evitare inconsistenze e smottamenti
di parole
e aborti e gelate invernali
e treni notturni che viaggiano
nel nulla
e aggettivi acidi come il caglio
e verbi intransitivi come rovi
come solo può esserlo
un cuore in inverno
e non c’è intelligenza o tecnica
o gioco del pari e dispari
sulle tabelle delle assonanze
per darsi una ragione
e un canto e una disperazione
e una dispersione o semplicemente
il coraggio di un mestiere di ragno
che ancora e ancora
dia un colore ai sensi della specie.
Sola resta la pazienza
di aspettare che al vento delle stelle
si asciughi il dolore del mondo
così giovane dopotutto e così morto.

Pietro Pasquale Daniele
dal sito http://www.vicoacitillo.it/


Un lungosenna ci manca….dalle nostre parti

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Lungosenna

Un lungosenna ci manca
da queste parti
e un fiume lento ed assassino
che come un ragionamento
attraversi la città impura
(vanno i batò lenti e scendono
Senza fretta verso dove)
un ragionamento che sia
la ferita e la sutura
di una città sventrata e persa
una ruga sul volto
di una donna che fu bella
e in altro modo si ridisegna al tempo
un lungosenna di merda
che separi il loglio dal grano
e in mezzo il nulla
del tempo che precipita
verso l’infinito orrore.
Perché questo è il giardino
della vergogna, viandante stupito,
questa è la città
in bilico sul rasoio delle sconfitte
giorno dopo giorno.
-fosti tu a dire di farlo
-fosti tu a farlo
-fosti tu a pensare e a non dire.
Un lungo fiume assassino che
acqua lustrale la città
questa per dio
purifichi per allagamento e per immersione
per rapina e per erosione
per spolpamento delle nefandezze
e giù nell’infinito mare
tutta trasporti l’arroganza
delle genti ignoranti
che ai figli ai propri figli per dio
l’orgoglio negarono
della bella gioventù.

Pietro Pasquale Daniele

Dal sito http://www.vicoacitillo.it/


Ché una vita certe volte invece serve a costruire anche una parola….


Poesia per Emilio

Avrei voluto che tu
almeno arrivassi a sentire
l’odore del pitosforo.
Sai, i mortali così limitati
spesso credono
a speranze minime e banali.
E tu avresti detto:
• E’ una cazzata –
fingendo di essere burbero.
Io speravo che almeno
potessi vedere
la vite sul terrazzo ben potata,
a marzo prossimo
e poi l’altro,
per rubare tempo agli dei
tanto i mortali sono egoisti
e confondono certe volte
le persone con le cose
e di esse trascurano
i dolori e l’usura.
Ma io non volevo perderti.
Ché una vita certe volte
Serve a costruire
piramidi e biblioteche
e carte nautiche e passaggi
a nord ovest
e imperi ed odi feroci
e strade che segnano regioni
e alvei profondi scavano
i mortali in una vita
dove scorrono sangue e sperma
e parole.
Ché una vita certe volte
invece
serve a costruire anche
una parola un’unica parola
un’eco quasi impercettibile
una carezza scontrosa
che ti faccia dire al telefono
• Sono d’accordo con te. O in disaccordo. Vedi tu. –
Forse sei l’unico uomo
sul pianeta
a cui mi va di parlare
dopotutto.

Pietro Pasquale Daniele

Dal sito http://www.vicoacitillo.it/


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