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La vita, come si dice, è……

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Nodo allentato su una corda corta,
la vita continua a sgusciar via sotto di me, intatta ma
calante,
il suo schema perde schema,
l’abisso blu dell’aria d’ogni giorno
l’inala e l’esala
in nuvolette come di fumo,
in piccole filze e fili di vento.
Tutto quello che il lapis dice è cancellabile,
ma non le nostre voci, parole nere e permanenti,
che imbrattano la vita come fuliggine,
ma non le nostre memorie,
incise come sagome nella mente,
ma non le nostre irrecuperabili azioni…
Il lapis tutto sparge e poi tutto riprende.
Per esempio, eccomi qui fra Hollywood Boulevard e Vine,
a quasi 60 anni, la vigilia di Natale, carni in mostra e mezzani
e incessante su Walk of Fame
lo spengersi di canne
sperando che qualcosa di non-troppo-terribile accada sulla strada.
La raffica di pioggia si è bloccata di schianto,
le fronde della palma ciondolano seducenti.
La vita, come si dice, è bella.

Charles Wright
da Black Zodiac, 1997
in Crepuscolo americano e altre poesie a cura di Antonella Francini

Charles Wright è nato a Pickwick Dam,Tennessee, nel 1935. Traduttore di Montale e Campana, nel 1995 è diventato membro dell’American Academy of Arts and Letters; nel 1998 gli è stato assegnato il Premio Pulitzer. Insegna all’Università di Virginia.

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Speak to me, aching heart.

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“Parlami, cuore in pena: perché stai piangendo
al buio, nel garage
col tuo sacco della spazzatura?
Non tocca a te farlo
a te spetta
svuotare la lavastoviglie…
E’ questo il modo di comportarsi
con tuo marito, non rispondere
quando ti chiama?
E’ questo il modo in cui
il cuore si comporta
quando è scheggiato:
vuole stare da solo
con la spazzatura?”

Louise Glück, New York 22 6 1943


Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.

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Questa stanza
La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.

John Ashbery, Rochester 1927
da “Un mondo che non può essere migliore”

John Ashbery è uno dei maggiori poeti statunitensi viventi. Siccome è difficile collocarlo in una corrente particolare, viene definito” autore molto vicino al canone postmoderno”(sic!) La sua scrittura attinge al linguaggio quotidiano e colloquiale ed è irridente e parodistica. Ashbery è convinto che la poesia non debba per forza esprimere l’inconscio visionario del poeta o disvelare il senso delle cose, ma creare essa stessa un senso. Damiano Abeni e Moira Egan, traduttori in Italia della poesia di Ashbery, danno una lettura particolarissima della poesia sopra pubblicata.
In poetica, la stanza è sinonimo di strofa, i piedi sono l’unità metrica. Le parole “pastasciutta” “ quaglia” sarebbero figure retoriche……..insomma il poeta non sta parlando di una stanza qualsiasi, sta parlando della Poesia. E la domanda finale ”Perché ti dico questo? / Nemmeno sei qui” sarebbe l’eterna domanda che si fa il poeta di fronte alla consapevolezza della “inutilità” della poesia.

Qui, l’articolo di Abeni su Minima&Moralia


Padre irraggiungibile….

tumblr_m9sj8r6a6f1qhgyl1o1_500MATTUTINO
Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

Louise Glück, New York 22 6 1943
da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993


La casa era silenzio e il mondo era calma

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La casa era silenzio e il mondo era calma
Il lettore divenne il libro; e la notte estiva
era il sentire del libro
La casa era silenzio e il mondo era calma
Le parole furono dette come se il libro non ci fosse
se non che il lettore era chino sulla pagina,
Voleva stare chino, voleva molto tanto essere
lo studioso a cui il suo libro dice il vero, a cui
la notte estiva è come una perfezione del pensiero.
La casa era silenzio perchè così doveva essere.
Il silenzio era parte del senso, parte della mente:
il passaggio che conduce la perfezione alla pagina.
E il mondo era calmo. La verità in un mondo calmo.
in cui non c’è altro senso, essa stessa
è calma, essa stessa è estate e notte, essa stessa
è il lettore che a tarda ora chino legge.

Wallace Stevens
Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955

Una sera d’estate, il silenzio della casa, un libro, un uomo che legge e in quel libro cerca la verità (…a cui il suo libro dice il vero..) la perfezione dell’esistenza. La vita di tutti i giorni e del mondo è come sospesa. Legge e diventa lui stesso creatore della realtà a cui tutto appartiene(…il lettore divenne il libro…): in quel momento magico, il lettore, il libro, la casa, la notte, il mondo, il silenzio, non sono unità diverse e separate, tutto si fonde e si riversa nella “calma” universale (…la verità in un mondo calmo…): sono loro, insieme, la totalità e la sostanza dell’esistenza (… non c’è altro senso…) sono loro la “verità, l’unico senso. Iraida

Altre poesie di Wallace Stevens Qui


Lunedì è il più crudele dei giorni!

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Lunedì è il più crudele dei giorni. Alle otto e un quarto l’aula è immersa in un insolito silenzio. Sguardi persi nel vuoto. Altri occhi, appuntati e fissi come chiodi, non hanno bisogno di nascondere ciò che vorrebbero dire…ecco, di nuovo imprigionati, interrogati, valutati, etichettati e poi, a seconda dei casi, puniti, premiati, redarguiti, coccolati, colpevolizzati, minacciati…..
Accidenti! Ma perché mi viene da pensare che hanno ragione loro? Iraida

In un’aula

Parlando di poesia, spostando le braccia
piene di libri sul tavolino dove le facce
guardano in giù oppure in alto, ascoltando, leggendo
ad alta voce, parlando di consonanti, di elisioni,
intrappolate nel come, ignorando il perché;
guardo il tuo viso, Jude,
né immusonito né remissivo,
opaco nell’obliqua pioggia di polvere sulla tavola:
una presenza come la pietra, se la pietra potesse pensare
Ciò che non posso dire, è me. Per questo sono venuta.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012


Senza quella felicità

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Felicità

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata.

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né di amicizia affettuosa
né un grande, brillante gioco di parole.

Sono i superstiti sopravvissuti
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più

dagli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo
da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità

Jack Hirschman
(nato a New York, 13 dicembre 1933)


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