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Musicanti di strada

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L’uno è morto, e l’anima è stata strappata
all’altro ancora vivo, lui che, percorrendo le strade
avvolto in un’identità come un cappotto, vede ripetutamente
gli stessi angoli, volumetrie, ombre
sotto gli alberi.Più lontano di quanto chiunque sia mai stato
chiamato, attraverso arie e modi vieppiù
da quartieri alti, con l’autunno che cade su ogni cosa:
le foglie sfarzose un mucchio di armi e bagagli
di un’oscura famiglia che viene sfrattata
e gettata nel mondo in cui era, ed è.L’altro tirava in secca
fugaci squarci di quello che l’altro faceva: rivelazioni, alfine. Così giunsero a odiarsi e a dimenticarsi.

Così cullo questo violino mediocre che conosce
solo motivi scordati di varietà, ma sostiene
la possibilità del libero esercizio retorico ancorato
a un ritornello tedioso, l’anno che ruota su stesso
a novembre, con gli intrstizi tra i giorni
più letterali, la carne più visibile sull’osso.
Il nostro interrogativo su un luogo d’origine aleggia
come fumo:il modo in cui facevamo scampagnate in pineta,
in vallette dove l’acqua affiorava sempre, e lasciavamo
i nostri rifiuti, sperma ed escrementi ovunque, spalmati
sul paesaggio, per fare di noi quello che potevamo.

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

John Ashbery è uno dei grandi della poesia americana contemporanea. Post- moderno, post-surrealista, nella sua vita ha ricevuto riconoscimenti e premi importanti, ma ancora oggi ci si chiede se le sue poesie “significhino” qualcosa. Molta critica si è spesa più sulle costruzioni sintattiche che sui contenuti. Per leggere una poesia di Ashbery, con l’intento di spiegarne il senso tradizionale, bisogna far un atto di fede semantica.
Ad ogni prima lettura, man mano che vai avanti, ti sembra di inoltrarti in una selva di immagini generalizzate, di riferimenti a tempi imprecisati, di pronomi senza antecedenti, la notte, il giorno, specchi e clessidre, alberi fiumi, montagne…..Parti di nuovo daccapo, pensando di non ricordare, ogni altro elemento ti manda in confusione e perdi ogni speranza di capirne il significato. E’ un labirinto testuale, dove il linguaggio supera la realtà che vuole rappresentare. Eppure, dopo aver letto le sue poesie, rimangono nella testa, come un’eco, parole, espressioni, frasi nelle quali ti sembra di riconoscere i tuoi pensieri. A poco a poco, scopri che il suo argomentare, a tratti strano e disarmante, irridente, bizzarro, ironico e filosofico, ti è familiare. E ti viene da pensare che il poeta voglia dirti che, in fondo, accade così anche nelle nostre vite: la coscienza umana è un mistero grande, siamo circondati da tanti significati, la realtà con la sua complessità, ci confonde, cerchiamo in tutti i modi di dare un senso a tutto ma, nonostante i nostri sforzi, non ci riusciamo. Ed allora, è inutile piangere sulle aspettative deluse, forse l’equilibrio sta nell’abitudine alla “pluralità” di interpretazione di ogni fenomeno, di ogni esperienza, perchè abbiamo fatto il massimo “ per fare di noi quello che potevamo”

nel blog altre poesie di Ashbery


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