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…..una felice bruma intorno al pensiero

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Nella mia mente è scolpita una poesia
che esprimerà la mia anima intera.
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola
non è neppure come la sogno.

E’ un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,

e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.

Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.

 

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre

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I poeti

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I poeti animali parlanti

sciagurano in bellezza versi

profumati – nessuno li legge,

nessuno li ascolta. Gridano

nel deserto la loro legge di gravità.

Dario Bellezza

Roma 5 settembre 1944, Roma  31 marzo 1996


La poesia che prese il posto di una montagna

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Era là, parola per parola,
La poesia che prese il posto di una montagna.

Ne respirava l’ossigeno
Persino quando il libro stava voltato nella polvere del tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
Di un luogo da raggiungere nella direzione sua,

Come avesse ricomposto i pini,
Spostato le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per arrivare al punto d’osservazione giusto.
Dove sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando

Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
Riconoscere la sua casa unica e solitaria.

 

Wallace Stevens
Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955
in “IL mondo come meditazione”

 

La poesia può creare un mondo e il poeta non ha bisogno di sofisticati concetti o costruzioni grammaticali inconsuete. Bastano le cose che ci circondano, perchè la poesia non ha un carattere epico ed eccezionale, è una esperienza continua, quotidiana, consueta….


Settembre

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La stanza aperta, la finestra, il dettaglio di un uccello; la cittadina,
i pomeriggi, la storia che ciò diventa……
….In questa poesia,
queste parole spaziate in quartieri,
stai leggendo le coperte, gli angoli disperati
di lenzuola pulite come pagine, bianche e nette.
Il telaio alla finestra, la struttura del letto.
Settembre era mobilia
rivestita di colore, un cassettone fitto
di bottiglie in vetro inciso.
Giallo pallido, come il bicchiere dello zar.
Il verde chiaro dello stelo di un giglio.
Ecco tuo figlio e un libro accanto al letto. Buona notte,
parole di carta, lettere che si tengono per mano, buona notte,
stormo leggero come petali
che affondano nell’epidermide.
Potessi fare di questa storia una collana,
con le sue pallide stelle di settembre a giustificare il blu,
ti avvolgerei in una calma come un canto verticale,
ti porterei in alto nella sua ascesa intricata.
Non può sorprenderci
che la carta ci sostenga. Che tutto attorno è bianco.
Che uccelli troppo piccoli
per cantarti ti cantino.

Amy Newman, poeta americana
da “Camera Lyrica”
traduzione di Paola Loreto

Leggo e penso ai tanti settembre passati nella mia vita. Di essi ricordo soprattutto gli odori e i colori: l’intenso profumo delle prime piogge sull’erba del prato di casa, i colori più vividi delle foglie dei platani lungo la strada principale. Ma anche l’indimenticabile tepore del golfino sulle spalle nelle fresche serate in giardino a parlare dei mesi a venire: i figli bambini, il loro corso di nuoto, l’elenco dei libri scolastici da comprare, i films a Venezia, la legna da comprare per il camino….momenti, immagini, dettagli, ricordi che diventano un pezzo di storia personale. E siccome il potere evocativo dei ricordi scuote i sentimenti e le emozioni esattamente come fa la poesia, non si può dar torto ad Aldous Huxley quando dice ” La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata

Annamaria S.


………preferisco la solitudine di una poesia

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Tra il confino e l’esilio
preferisco la solitudine di una poesia
che sorvola altre intemperie,
regioni piovose che rimuovono i rottami del ricordo.

Non lasciare messaggi nelle cassette postali dell’alba,
nel mio sangue non spegnere il tuo dolore.

Accompagna la solitudine della poesia
e torna come un angelo, ebbra di Paradiso.

 

Federico Díaz-Granados, Bogotá (Colombia) 1974
da “Alloggio provvisorio”
traduzione di Alessio Brandolini


E ricordo anche alcuni versi che seppero convincermi……

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Esistono momenti in cui lasciamo
le parole d’amore ed i silenzi
per parlar di poesia.
Tu riposi la voce nel passato
e ricordi il titolo di un libro,
la storia di certi versi,
la notte giovanile di alcuni cantautori,
l’importanza che hanno
poeti e bandiere nella tua vita.
Io ti parlo di virgole e maiuscole,
d’immagini che eccedono o che mancano,
della necessità di ottenere un ritmo
che sostenga la storia,
come con le mani si sostengono
l’umidità e le mura d’un castello di sabbia.

E ricordo anche alcuni versi
in notti dove virgole e maiuscole,
metafore e ritmi,
riscaldarono casa mia,
mi fecero compagnia,
seppero convincermi
col tuo stesso potere seduttivo…
……………………………..

 

Luis García Montero, Granada 1958
da “Completamente venerdì”
traduzione di Alessandro Ghignoli


Poésie sans les mots

Ho sempre pensato che la fotografia con lo scopo, all’inizio, di strappare al flusso della vita l’attimo e fissarlo per sempre, abbia acquisito via via, la funzione di cercare e mostrare in ciò che ha visto, nell’attimo irripetibile della contemporaneità, un frammento di senso al grande enigma della vita, del mondo. Come se tra le pieghe del reale, ci fosse un’intercapedine, un lampo di tempo che sfugge allo sguardo e alla comprensione umana, uno spazio dove abita il segreto dell’esistenza che la fotografia cerca di catturare.
Proprio come la Poesia che è conoscenza stra-ordinaria, “ulteriore”, direi, di tutto ciò che appartiene alla vita e forse anche di ciò che la trascende, la poesia, in cui ogni verso letto, credo sia una “rivelazione”.
A volte una fotografia è quella che Mallarmé chiamò “poésie sans les mots”, una poesia senza parole, un ritorno alla primordiale potenza dell’immagine, prerogativa della narrazione poetica.

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Una fotografia trovata in rete

in un lampo di luce

uno spazio poetico

dove si narra una storia.

Un vicolo di Napoli, certamente.

Anni settanta o forse ottanta, certamente

(è quello che dicono i manifesti elettorali)

un uomo e una donna

in atteggiamento confidenziale ma complice,

è come se volessero nascondersi agli occhi della gente

che li osserva con malizia.

Un sentimento contrastato? un amore impossibile?

In alto i panni stesi e il degrado di un quartiere popolare.

Più in là quadri di santi e di madonne

in una città dove, da sempre,

per l’amore o per i guai,

si spera in un miracolo del cielo.

 

Annamaria Sessa


“Non cantare la rosa, poeta: falla fiorire nella poesia” Vicente Huidobro

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Un poeta non deve in primavera
passare da solo per i parchi.

Sotto i rami si abbracciano le coppie
e l’erba è umida.

Non deve attraversare
da solo i parchi in primavera.

Ci sono nuvole lanceolate, voli, resti
di amore usato già in terra, e i lillà,
i lillà così dolci, come feriscono.

In primavera è pericoloso il mondo.

 

Juan Cobos Wilkins, Huelva (Spagna) 1957

da “Biografia impura”


L’angelo necessario

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Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?

 

Wallace Stevens
Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955

“La principale relazione tra la poesia e la pittura al giorno d’oggi, è semplicemente questa: in un’epoca nella quale l’incredulità è così profondamente prevalente o, se non l’incredulità, l’indifferenza per le questioni di fede, la poesia, la pittura e le arti in genere sono, a modo loro, una compensazione per quello che è stato perduto…non una fase dell’umanesimo ma una vitale affermazione del sé…” (W. Stevens)

Nel 1951 Wallace Stevens tenne una conferenza al Museum of Modern Art di New York sulle relazioni tra poesia e pittura. Il saggio fu pubblicato in un libro intitolato “L’angelo necessario”. Il titolo era tratto da una sua poesia, ispirata da un dipinto che aveva ordinato senza averlo visto. Il quadro dovette colpirlo molto: era la dimostrazione che la sola forza immaginativa dell’artista poteva creare la realtà.


Fu così che la Poesia mi salvò.

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Viaggiatore d’inchiostro
Cerchi
sull’orlo delle pagine
questi viali di parole
dove freme
un battito d’ali
smarrito sotto il cielo
chiarità d’acqua abbagliata
al tuo sguardo assetato
lenta parola
alla notte del fiume
dove stregato di parole
che frantumano la tua voce
leggi il mondo
tracciato sul palmo rovesciato
della poesia.

Cécile Oumhani. Namur, Belgio 12 dicembre 1952
Traduzione di Viviane Ciampi
dal sito Fili d’aquilone

Era un mattino di dicembre di sei anni fa. All’improvviso, la telefonata concitata di mio figlio, l’aria ovattata della sala di rianimazione e mio marito in un limbo dal quale non sarebbe più tornato. Dalle mattinate a scuola, tra letteratura e declinazioni latine, mi ritrovai, per un tempo che durò due anni, ad avere a che fare con aspiratori tracheostomici, pompe di alimentazione, cateteri e terapie farmacologiche complesse ed estenuanti. Non dimenticherò mai il rumore continuo del motore del materasso antidecubito e quello del bip bip del saturimetro che risuonavano nella casa e nella mia testa. Scandivano i miei giorni e le mie notti, senza soluzione di continuità. Mio marito era in quello che, in termini medici, si chiama: stato vegetativo permanente. Il suo corpo era lì, congegno perfetto che continuava a funzionare a ritmi regolari: il cuore batteva, i reni filtravano, la bocca sbadigliava, e io, a chiedermi dove fossero le sue emozioni, i suoi desideri, l’amore per i nostri figli, le sue risate e tutti i baci che mi aveva dato. Sfinita e disperata, frugavo nei suoi occhi persi e trovavo solo il vuoto di un mondo senza tempo, senza luoghi, un buco nero di dolore, dove sarei annegata di sicuro. Avevo smarrito ogni contatto con la realtà ma , soprattutto, con me stessa: non mi “sentivo” più, non sentivo i miei pensieri, le mie emozioni, ero accartocciata nella mia disperazione. Leggevo un libro dopo l’altro, incapace di concentrarmi, divoravo pagine e pagine di parole che neanche ricordavo, dopo averle lette.
Poi, fu come un’illuminazione: non mi serviva leggere storie inventate, romanzi che “interpretavano” la realtà, avevo bisogno della realtà stessa, quei “viali di parole” lasciate, come scie nell’aria, dai “Viaggiatori d’inchiostro”, i poeti. Volevo capire quello che mi era accaduto, volevo riprendermi quello che avevo dimenticato, poter avere ancora passioni, immaginazione, emozioni, volevo “sentire” con tutti i miei sensi, di nuovo il mondo, la vita e me stessa, volevo essere libera.
Fu così che la Poesia mi salvò.
Iraida (Annamaria)


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