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I poeti

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I poeti animali parlanti

sciagurano in bellezza versi

profumati – nessuno li legge,

nessuno li ascolta. Gridano

nel deserto la loro legge di gravità.

Dario Bellezza

Roma 5 settembre 1944, Roma  31 marzo 1996


E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare…e avere la grande pazienza di aspettare che ritornino

 

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………………….
Poiché i versi non sono, come crede la gente,
sentimenti (che si hanno già presto),
sono esperienze.
Per un solo verso si devono vedere molte città,
uomini e cose, si devono conoscere gli animali,
si deve sentire come gli uccelli volano,
e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute,
a incontri inaspettati
e a separazioni che si videro venire da lontano,
a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati,
ai genitori che eravamo costretti a mortificare
quando ci porgevano una gioia e non la capivamo,
a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano
con tante trasformazioni così profonde e gravi,
a giorni in camere silenziose, raccolte,
e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio
che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle,
e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore,
nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti,
e di lievi, bianche puerpere addormentate che si schiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati,
si deve essere rimasti presso i morti
nella camera con la finestra aperta
e i rumori che giungono a folate.
E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti,
e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino.
Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono.
Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto,
senza nome e non più scindibili da noi,
solo allora può darsi che in una rarissima ora
sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

 

Rainer Maria Rilke, Praga, 4 12 1875 – Montreux, 29 12 1926
da “I Quaderni di Malte Laurids Brigge”

 

Non ho ancora finito di leggerlo questo romanzo che segna lo spartiacque tra ciò che si definisce romanzo tradizionale e la prosa antiromanzesca, caratterizzante la letteratura del primo novecento. Non ho ancora terminato ma mi piace riportare questo brano (un vero manifesto di poetica) che, mentre definisce cosa è la Poesia, è esso stesso poesia.


La poesia che prese il posto di una montagna

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Era là, parola per parola,
La poesia che prese il posto di una montagna.

Ne respirava l’ossigeno
Persino quando il libro stava voltato nella polvere del tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
Di un luogo da raggiungere nella direzione sua,

Come avesse ricomposto i pini,
Spostato le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per arrivare al punto d’osservazione giusto.
Dove sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando

Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
Riconoscere la sua casa unica e solitaria.

 

Wallace Stevens
Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955
in “IL mondo come meditazione”

 

La poesia può creare un mondo e il poeta non ha bisogno di sofisticati concetti o costruzioni grammaticali inconsuete. Bastano le cose che ci circondano, perchè la poesia non ha un carattere epico ed eccezionale, è una esperienza continua, quotidiana, consueta….


Settembre

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La stanza aperta, la finestra, il dettaglio di un uccello; la cittadina,
i pomeriggi, la storia che ciò diventa……
….In questa poesia,
queste parole spaziate in quartieri,
stai leggendo le coperte, gli angoli disperati
di lenzuola pulite come pagine, bianche e nette.
Il telaio alla finestra, la struttura del letto.
Settembre era mobilia
rivestita di colore, un cassettone fitto
di bottiglie in vetro inciso.
Giallo pallido, come il bicchiere dello zar.
Il verde chiaro dello stelo di un giglio.
Ecco tuo figlio e un libro accanto al letto. Buona notte,
parole di carta, lettere che si tengono per mano, buona notte,
stormo leggero come petali
che affondano nell’epidermide.
Potessi fare di questa storia una collana,
con le sue pallide stelle di settembre a giustificare il blu,
ti avvolgerei in una calma come un canto verticale,
ti porterei in alto nella sua ascesa intricata.
Non può sorprenderci
che la carta ci sostenga. Che tutto attorno è bianco.
Che uccelli troppo piccoli
per cantarti ti cantino.

Amy Newman, poeta americana
da “Camera Lyrica”
traduzione di Paola Loreto

Leggo e penso ai tanti settembre passati nella mia vita. Di essi ricordo soprattutto gli odori e i colori: l’intenso profumo delle prime piogge sull’erba del prato di casa, i colori più vividi delle foglie dei sicomori lungo la strada principale. Ma anche l’indimenticabile tepore del golfino sulle spalle, nelle fresche serate in giardino a parlare dei mesi a venire: i ragazzi, il corso di nuoto, l’elenco dei libri, i films a Venezia, la legna da comprare per il camino….momenti, immagini, dettagli, ricordi che diventano un pezzo di storia personale. E siccome il potere evocativo dei ricordi scuote i sentimenti e le emozioni esattamente come fa la poesia, non si può dar torto ad Aldous Huxley quando dice ” La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata


………preferisco la solitudine di una poesia

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Tra il confino e l’esilio
preferisco la solitudine di una poesia
che sorvola altre intemperie,
regioni piovose che rimuovono i rottami del ricordo.

Non lasciare messaggi nelle cassette postali dell’alba,
nel mio sangue non spegnere il tuo dolore.

Accompagna la solitudine della poesia
e torna come un angelo, ebbra di Paradiso.

 

Federico Díaz-Granados, Bogotá (Colombia) 1974
da “Alloggio provvisorio”
traduzione di Alessio Brandolini


E ricordo anche alcuni versi che seppero convincermi……

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Esistono momenti in cui lasciamo
le parole d’amore ed i silenzi
per parlar di poesia.
Tu riposi la voce nel passato
e ricordi il titolo di un libro,
la storia di certi versi,
la notte giovanile di alcuni cantautori,
l’importanza che hanno
poeti e bandiere nella tua vita.
Io ti parlo di virgole e maiuscole,
d’immagini che eccedono o che mancano,
della necessità di ottenere un ritmo
che sostenga la storia,
come con le mani si sostengono
l’umidità e le mura d’un castello di sabbia.

E ricordo anche alcuni versi
in notti dove virgole e maiuscole,
metafore e ritmi,
riscaldarono casa mia,
mi fecero compagnia,
seppero convincermi
col tuo stesso potere seduttivo…
……………………………..

 

Luis García Montero, Granada 1958
da “Completamente venerdì”
traduzione di Alessandro Ghignoli


Poésie sans les mots

Ho sempre pensato che la fotografia con lo scopo, all’inizio, di strappare al flusso della vita l’attimo e fissarlo per sempre, abbia acquisito via via, la funzione di cercare e mostrare in ciò che ha visto, nell’attimo irripetibile della contemporaneità, un frammento di senso al grande enigma della vita, del mondo. Come se tra le pieghe del reale, ci fosse un’intercapedine, un lampo di tempo che sfugge allo sguardo e alla comprensione umana, uno spazio dove abita il segreto dell’esistenza che la fotografia cerca di catturare.
Proprio come la Poesia che è conoscenza stra-ordinaria, “ulteriore”, direi, di tutto ciò che appartiene alla vita e forse anche di ciò che la trascende, la poesia, in cui ogni verso letto, credo sia una “rivelazione”.
A volte una fotografia è quella che Mallarmé chiamò “poésie sans les mots”, una poesia senza parole, un ritorno alla primordiale potenza dell’immagine, prerogativa della narrazione poetica.

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Una fotografia trovata in rete

in un lampo di luce

uno spazio poetico

dove si narra una storia.

Un vicolo di Napoli, certamente.

Anni settanta o forse ottanta, certamente

(è quello che dicono i manifesti elettorali)

un uomo e una donna

in atteggiamento confidenziale ma complice,

è come se volessero nascondersi agli occhi della gente

che li osserva con malizia.

Un sentimento contrastato? un amore impossibile?

In alto i panni stesi e il degrado di un quartiere popolare.

Più in là quadri di santi e di madonne

in una città dove, da sempre,

per l’amore o per i guai,

si spera in un miracolo del cielo.

 

Annamaria Sessa


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