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Syringa

E’ qui che Orfeo ha commesso l’errore.
Euridice, ovvio, è svanita nell’ombra;
sarebbe svanita anche se non si fosse voltato”

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

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Siringa o flauto di Pan è il caratteristico strumento musicale del dio dei boschi. Prende il nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa che, spaventata dall’aspetto di Pan e da questo inseguita, preferì mutarsi in canna sulle rive del fiume Ladone. Il dio allora, tagliò sette canne di lunghezze decrescenti e le unì tra loro, creando un flauto, siringa, appunto. Il suo nome dà il titolo alla poesia.
Nel suo lungo componimento, Ashbery evoca il mito di Orfeo, spostando la narrazione dall’infelice cantore di Euridice al tema più generale di cosa sia la poesia. Ashbery sembra ammonire che l’arte trascende i suoi artifici, Orfeo è ridotto in brandelli, il suo canto è un piccolo frammento, non è più materia per la Poesia che, come la musica, va ascoltata nel suo fluire nel tempo, non potendo “isolarne una nota e dire che è buona o cattiva”. Così, il canto di Orfeo non è altro che “ciò che accadde tanto tempo prima, in un piccolo paese, un’estate come un’altra”
La poesia, insomma, vive oltre il contesto del suo farsi e la sua storia procede.

Citare più frammenti della poesia Syringa, non avrebbe, pur volendo, agevolato la sua comprensione, vista la complessità dei testi di Ashbery. Ho preferito riportare pochi versi, la risposta a una domanda, quella che la poesia di tutti i tempi si è sempre posta: perchè si è voltato?

Qui nel blog altre riletture del mito Orfeo ed Euridice


Io, come te

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Io, come te,
amo l’amore, la vita, il dolce incanto
delle cose, il paesaggio
celeste dei giorni di gennaio.
Anche il mio sangue freme
e rido attraverso occhi
che hanno conosciuto il germinare delle lacrime.
Credo che il mondo è bello,
che la poesia è come il pane, di tutti.
E che le mie vene non finiscono in me
ma nel sangue unanime
di coloro che lottano per la vita,
l’amore,
le cose,
il paesaggio e il pane,
la poesia di tutti.

Roque Dalton *
San Salvador, 14 maggio 1935 – Quezaltepeque 10 maggio 1975

da Poesie clandestine
Traduzione Irene Campagna ed Emanuela Jossa

*Giornalista, scrittore, poeta, guerrigliero salvadoregno.
Questa poesia è tra quelle che lui scrive e diffonde, in clandestinità, quando aderisce all’esercito rivoluzionario del popolo (ERP) nato dalla scissione del partito comunista salvadoregno nel 1969. E saranno proprio i suoi compagni di lotta ad ucciderlo nel 1975, con l’accusa infamante di essere un informatore della CIA. In verità tale accusa si rivelò poi infondata.


L’ispirazione endecasillaba

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Falesie di Monterey

Come un gusto un profumo che evapora
tra la gola e le nari sentire
pianamente salire poesia

Nel silenzio del corpo rifiutato
pesare le parole ad una ad una
come chi sfregola piano sul palato

la madeleine di un’infanzia non sua

Perché tutta la vita e l’amore
e il dolore
e i sentimenti che pensavi eccelsi
e i pensieri che credevi arguti
non potrebbero da soli riempire
la battute di questo endecasillabo.

Luciana Stegagno Picchio.
Alessandria, 26 4 1920 — Roma 28 8 2008
da “La terra dei lotofagi”

La terra dei lotofagi è un lungo dialogo, in prosa e versi, con il poeta portoghese Jorge de Sena che visse sempre in esilio per motivi politici. La raccolta, scritta dopo la morte del poeta, nel titolo si ispira all’Odissea. Ulisse racconta di un popolo che mangiava uno strano fiore, il loto, che aveva il potere di far perdere la memoria. Ulisse fa di tutto per non cibarsene, perché vuole tornare ad Itaca. Jorge de Sena, invece, non sopportando la condizione dell’esule, avrebbe voluto mangiarne, così da dimenticare il dolore per la lontananza dalla sua terra.


Gli occhi di Margherita

 

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Nei tuoi occhi ho trovato i libri che non ho scritto:
pianure, città, boschi, orizzonti, canali.
Le montagne imperiali della terra ho trovato,
coi tramonti e le nuvole purpuree. I grandi viaggi
che non ho fatto li ho trovati nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato gli amici sorridenti
che mi rubò la terra, l’erba, la neve, il buio.
Le frasi che mi direbbero, le ho trovate nei tuoi occhi.
Le croci non confitte in terra a battaglia finita,
lunghe file di anonime croci, da ogni parte,
croci di tutti i popoli, le ho trovate nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato la fine della guerra.
Sole e uccelli sui rami! Il mio mondo infantile
coi suoi disegni d’oro l’ho trovato nei tuoi occhi.
Ho trovato le tristi colline della patria
che si ergevano mute quasi udissero la mia voce.
Arrivo! Al mio urlo «Arrivo», il fremito leggero
degli umili corbezzoli, l’ho trovato nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato le notti che scorrevano immensi fiumi di
silenzio, come al tempo dei miei sei anni.
La luce astrale della pena l’ho trovata nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato la gente che mi ricordava
e ilmondo dell’infanzia che mi chiamava a nome.
La tenda della giustizia, la bontà che faceva cenno
ai monti di accostarsi, l’ho trovata nei tuoi occhi.
Ho trovato l’eternità del sole rinnovata.
L’erba, le stelle, l’alba. Mia madre vestita di bianco
come la Pace, l’ho trovata nei tuoi occhi.
Fosse tutto più semplice quaggiù, come il «buongiorno»
e la «buonanotte», o la luce all’ alba sopra i vetri,
fosse tutto più semplice quaggiù, noi in questo mondo
avremmo una casa infinita. Saremmo angeli.
un mio lamento eterno l’ho trovato nei tuoi occhi.

 

Nikiforos Vrettakos. Sparta 1911 – Atene 1991
da “Il libro di Margherita” 1949


Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato. E.Pound

La poesia, secondo Rilke, non è come crede la gente, sentimento. La poesia è esperienza “Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino…… Si deve poter ripensare a incontri inaspettati e a separazioni ….al mare, ai mari, a notti di viaggio. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra…. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino….” R. M. Rilke da “I quaderni di Malte Laurids Brigge”
La poesia è studio, rappresenta il livello più alto di ricerca linguistica. La Poesia è conoscenza, acuisce la percezione del mondo e, in certi casi, è capace di profonde intuizioni sulla realtà, sul mondo, sull’esistenza umana.
E’ perciò un vero peccato banalizzarla o farne una lettura sommaria e superficiale. Iraida

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Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.

Valerio Magrelli
da “Didascalie per la lettura di un giornale” 1999


Poesia per restare immune

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Reco una grata tra le mie dita
una prigione di vento che ti parla
toccami e sarò libero.
Reco due occhi che si aprono
grandi nella notte
e un abisso che separa
il mio corpo
da un altro corpo.
Quattro milioni di anni
mi imprigionarono
aria vuota in un fianco
e mi riconsegno al suolo
perfino la libertà atterrisce
nell’ultimo istante.
Non mi riconosco
in un’alba di traditori
in una lama ossidata
dall’odore dei miei morti
né nella fredda corteccia
degli alberi che attendono
sarà che già mi sono abituato
affinché sotterrino nei miei occhi
una sera amara
e due aghi di cielo.
Che altro può ferirmi ?

 

Francisco Ruiz Udiel, Estelí 1977 – Managua 2010.

Poco più che trentenne, Francisco Ruiz Udiel, premiato e celebrato poeta nicaraguense (nel 2005 ottenne il “Premio Internazionale Ernesto Cardenal per la Poesia giovane” con la raccolta “Qualcuno mi vede piangere nel sogno”) decise di porre fine alla sua vita. Nonostante tutto, nonostante la Poesia.

 


…..difficile voler stare e volere cadere

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Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

Karin Boye
Göteborg 1900 – Alingsas 1941
da “Terre nascoste” 1924

Karin Boye nasce in Svezia, a Göteborg nel 1900 e muore suicida nel 1941 ad Alingsas, nello stesso anno in cui, per una drammatica coincidenza, si tolgono la vita Virginia Woolf e Marina Cvetaeva.
Negli anni Trenta partecipa al movimento socialista e pacifista legato alla rivista di Henry Barbusse, Clartè e si interessa a Freud e alla psicoanalisi animando la rivista Spektrum.
Tra le opere in prosa, il romanzo di fantascienza “Kallocain”, 1940, considerato il suo capolavoro, una denuncia delle dittature, un’anticipazione del “1984” di Orwell.


E allora, andiamo, tu ed io… *

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………………………………..
E non c’è più tempo per il telefono che squilla senza risposta
o prepararsi una faccia per incontrare le facce che incontri,
per dirsi solo divento vecchio, divento vecchio
o immaginare che all’angolo della strada
dio ci attenda per offrirci un caffè.
Se fosse così, gli direi: padreterno, dacci una seconda vita
perché questa l’abbiamo sprecata. Dacci il tempo di amarci,

senza avere più la storia fra i coglioni o un gesuita
con la voce in falsetto a ricordarci che questa l’abbiamo
buttata via.
Ma noi, dio non lo incontreremo. Nemmeno per offrirci
un caffé o discutere con noi di arte e di bellezza.
Altro tempo ci sarà, mio dolce amore:
il tempo di appassire, e poi di schianto cadere giù,
come la mela che ora alta rosseggia
rossa sul ramo più alto.

E allora, andiamo, tu ed io…

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 51 – Acerra, 23 7 2012
da “Barchette, esami II”

*questa è una delle tante riscritture, di Emilio, del poema di Eliot “The Love Song of J. Alfred Prufrock” (Canto d’amore di Prufrock)


La donna del poeta

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In cortile mi lavavo
Mi lavavo all’aperto ch’era notte.
Di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale sull’accetta. La botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
la terra, secondo la coscienza, è dura.
Troverai a stento più puro ordito della
verità d’una tela fresca di bucato.

Una stella si discioglie come sale nella botte,
più buia è l’acqua gelida,
più pura la morte, più salata la sventura,
ed è più vera e più terribile la terra.

Osip Mandel’štam, Varsavia 15 1 1891 – Vladivostok 27 12 1938.

Anche questa poesia è una delle tante che Nadezda Mandel’stam imparò a memoria, per salvarla dalla furia cieca dello stalinismo. E’dolorosa e commovente la storia di Nadezda e Osip. Il poeta russo, osteggiato e vittima del regime, incarcerato più volte, muore in un gulag siberiano. Nadezda, non fidandosi di nessuno, porta con sè a memoria le poesie del marito in esilio e, solo dopo la morte di Stalin, riuscirà a farle pubblicare anche in Russia.
Che bella storia d’amore!


Discorso del postino

2014-08-22 11.26.29

Sono in possesso di una bella collezione
di cartoline che non ho potuto consegnare.
Messe in rigoroso ordine alfabetico.
Saluti dalle ferie, firmati da unti politici,
tradimenti d’amore in stampatello,
consigli pratici: ti prego, non dimenticare
di chiudere il gas. Tutto ciò che lega
gli umani. Scritture spigliate che si sperperano,
altre puritane che si allungano in basso.
E tutti questi bei volti annullati:
Adenauer, Franco, il triste re di Grecia
che timbravano ancora un pezzo dopo
che era in esilio. Anche pellicani e tulipani
non mancano alla mia collezione.
Ma una cartolina mi è cara in modo particolare,
fu imbucata a New York, ha fatto il giro del mondo
senza liberarsi del suo messaggio.
Dice il testo: Non ti perdono.
Mai.

Michael Krüger
Wittgendorf, 9 dicembre 1943


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