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Cosa c’è in paradiso che non ci sia già qui?

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I

Lusinghe di vestaglia, ad ora tarda
caffè ed arance sulla sedia al sole,
la verde libertà di un pappagallo,
su un tappeto si fondono a disperdere
silenzi di un arcaico sacrificio.
Essa sogna e risente il nero stupro
dell’antica rovina, quasi quiete
che fra lampade acquatiche s’abbuia.
Le agre arance e le ali d’oro verde
sembran parte di un funebre corteo
che striscia sopra l’acqua senza suono.
Il giorno è come oceano senza suono,
cheto al passo dei suoi sognanti piedi,
volti oltremare verso Palestina,
muto regno del sangue e del sepolcro…..

VI.
Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni…

 

Wallace Stevens
Reading, 2 10 1879 – Hartford, 2 8 1955

da “Mattino domenicale”

Traduzione Renato Poggioli

 

Sono  la prima  e la sesta delle otto strofe che compongono il   poemetto “Mattino domenicale”, un capolavoro.  Quando, davvero,  una poesia col  suono, col ritmo e l’immaginazione dà  forma e significato   a un mondo di cose che sono tutto e il contrario di tutto:  ordine e  disordine,  un di qua e un al di là, la morte e la vita, l’eterno e l’effimero…e raggiunge la perfezione!


La Poesia è lo spazio intorno al silenzio

Chi passa spesso tra queste pagine sa che, per indole o vocazione, sono una “solitaria”. Non che non mi piacciano gli altri, specialmente se sono simpatici e divertenti, o perché non abbia nulla da dire: quante considerazioni ci sarebbero da fare su ciò che ogni giorno accade! ma ci sono già tutti che esternano opinioni su tutto, perciò,  molto spesso preferisco intrattenermi con i miei pensieri o godermi il silenzio, bene prezioso in via d’estinzione (ahinoi!!!).                                                                                                                  A me piace leggere la Poesia, maestra di essenzialità nella conoscenza del mondo e dell’animo umano, materia viva che riempie gli incavi vuoti  del linguaggio.                   Un poeta francese dice  “ la Poesia è lo spazio intorno al silenzio”. Non ho mai sentito definizione più bella.  Così oggi mi piacerebbe, attraverso le parole del  poeta messicano   Mario Licón Cabrera, ringraziare anch’io la Poesia, il posto dove vanno a finire le cose immaginate e quelle  ricordate. La Poesia, questa cosa che  a forza di leggerla e rileggerla, finisci per  confonderla con la speranza e questo ti scalda il cuore.  

 

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Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 

Mario Licón Cabrera (Nuevo Casas Grandes, Chihuahua, Messico, 1949)

da La reverberación de la ceniza

traduzione  di Lucia Cupertino

 


…una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera

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Le portiere spalancate a vuoto sulla sera di nebbia 
nessuno che salga o scenda se non 
una folata di smog la voce dello strillone 
– paradossale – il Tempo di Milano l’alibi 
e il beneficio della nebbia cose occulte 
camminano al coperto muovono verso di me 
divergono da me passato come storia passato 
come memoria: il venti il tredici il trentatre 
anni come cifre tramviarie 
o solo indizio ammiccante della radice perduta 
una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera
infatti è sera qualunque traversata da tram semivuoti 

mi vedi avanzare come sai nei quartieri senza ricordo 
mai visto un quartiere così ricco in ricordi 
come questi sedicenti «senza» nei versi del giovane Erba 
tra due fonde barriere dentro un grigio tunnel 
con che pena il trasporto buca la nebbia stasera 
alibi ma beneficio della nebbia globalità del possibile 
che si nasconde ma per fiorire 
in alberi e fontane questa polvere d’anni di Milano

 

 

Vittorio Sereni, Luino 27 7 1913 – Milano, 10 2 1983

L’alibi e il beneficio da “Gli strumenti umani” 

 

…una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera…

Al di là del tema affascinante e complesso della sovrapposizione di presente e passato, della memoria collettiva e personale, della nebbia  che  offusca  non solo  il ricordo ma anche la coscienza, la nebbia,   innocente giustificazione della fuga dal reale……….al di là di tutto questo, ma avete mai letto un verso così bello e pieno di speranza? 

Annamaria S.

 

 


… e Ilaria, solo Ilaria…

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…  e Ilaria, solo Ilaria…

Dentro nel claustrale transetto

come dentro un acquario, son di marmo

rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma

lontananza. Lì c’è l’aurora

e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.

Sonno, i secoli vuoti: nessuno

scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia

perduta nella morte, quando

la sua età fu più pura e necessaria.

 

Pier Paolo Pasolini  

da “Appennino” in  “Le ceneri di Gramsci”, 1957 

 

L’incapacità  ad accettare la più umana e incontrovertibile realtà che ci riguarda e cioè la morte che colpisce una persona giovane e bella, fu certamente fonte di ispirazione per lo scultore del 400 Jacopo Della Quercia. E’ suo il monumento funebre in marmo della povera Ilaria, che morì di parto a soli 25 anni.

Nei versi di Pasolini, invece, l’immagine impietrita della bella lucchese rappresenta l’Italia popolare, quella semplice e povera sempre rimpianta dal poeta friulano.

 

 


Notturno

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Il vento del sud soffia di nuovo da qualche parte di me – solido

 

Quante sono le sue parti

 

tanti sono io.

 

Vagare su foglie secche, sfatte e caduche che mi rivestono come lacrime

 

L’autunno non è cordiale come settembre

 

 come quella di pelle liscia e ardente che mi accarezzò la faccia

 

scolorata dal tempo

 

Oggi il giorno non è accaduto

 

il mondo intero è evaporato e la pioggia ha cancellato ciò che

 

non c’era già più.

 

 

 

Narlan Matos. Bahia, Brasile 1975

 

da “Signore e signori, l’alba!”  in La provincia oscura

 

traduzione di Giorgio Mobili

 

 

Qualche considerazione mentre inizio a leggere “La provincia oscura” del poeta Narlan Matos,  un poeta brasiliano che amo moltissimo. 

Ricordo che la contezza del  mio innamoramento perso per la poesia sudamericana in generale,   l’ebbi alla lettura de “ Il fiume” di Javier Heraud: il viaggio esistenziale associato al corso di un fiume non era semplicemente una metafora del cammino dell’uomo su questa terra. Il fiume che scorre era la metafora del tempo cosmico, dell’universo in cui, volontariamente,  l’essere umano si immerge  per sentirsene parte, un’ infinitesima parte, un piccolo segmento di un tutto dove cercare e riconoscere l’assoluto e, in esso, il  senso del nostro stare al mondo. La poesia sudamericana è una poesia cosmica,  una poesia che sembra resistere al razionalismo e si affida a una sensibiltà primordiale,  che cerca disperatamente il valore assoluto nella continuità materiale e spirituale  tra l’uomo e l’intero esistente. Una poesia  totalizzante ma  intima e personale, segnata spesso da una malinconia struggente quando chiede conto,  al vento e al mare,  del dolore umano e della morte dinanzi all’infinità dell’oceano, una poesia in cui si sente forte il legame di identità con i luoghi della propria storia ma anche della storia collettiva, quella  di un intero popolo.   E poi una cosa che mi ha sempre colpito:  in molti paesi di quella parte del mondo, afflitta da dittature, conflitti e   povertà, si organizzano da decenni festival della poesia. Un esempio su tutti, a Medellin, da 26 anni il Festival Internazionale di Poesia , è uno dei festival di poesia più conosciuto al mondo e emblema della resistenza civile  attraverso la poesia e l’arte. Durante il Festival, più di 100 poeti provenienti da tutto il mondo leggono le proprie poesie in varie zone della città. A Cuba ogni anno per il festival della poesia si svolgono numerosissimi eventi nei luoghi più significativi del paese…..

E ora comincia la lettura….

 

 


16/18 settembre 1982. Il massacro di Sabra e Shatila

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Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra:
La poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

Mahmud Darwish

Birpwa, 13 marzo 1941 – Houston, 9 agosto 2008

Erano piombati alle nove d’un mercoledi’ sera, i falangisti di papà Gemayel,…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare i disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta ……… alla fine i morti furono piu’ di mille” (Oriana Fallaci)


Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!

A ogni partenza, di tutto ciò che lasciamo dietro di noi, sentiamo nostalgia, fosse anche un breve tratto, come quello che intercorre tra il molo e la nave che prende il largo. Annamaria S.

 

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Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

Fernando Pessoa
Lisbona, 13 6 1888 – Lisbona, 30 11 1935
da “Ode marittima”


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