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…una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera

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Le portiere spalancate a vuoto sulla sera di nebbia 
nessuno che salga o scenda se non 
una folata di smog la voce dello strillone 
– paradossale – il Tempo di Milano l’alibi 
e il beneficio della nebbia cose occulte 
camminano al coperto muovono verso di me 
divergono da me passato come storia passato 
come memoria: il venti il tredici il trentatre 
anni come cifre tramviarie 
o solo indizio ammiccante della radice perduta 
una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera
infatti è sera qualunque traversata da tram semivuoti 

mi vedi avanzare come sai nei quartieri senza ricordo 
mai visto un quartiere così ricco in ricordi 
come questi sedicenti «senza» nei versi del giovane Erba 
tra due fonde barriere dentro un grigio tunnel 
con che pena il trasporto buca la nebbia stasera 
alibi ma beneficio della nebbia globalità del possibile 
che si nasconde ma per fiorire 
in alberi e fontane questa polvere d’anni di Milano

 

 

Vittorio Sereni, Luino 27 7 1913 – Milano, 10 2 1983

L’alibi e il beneficio da “Gli strumenti umani” 

 

…una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera…

Al di là del tema affascinante e complesso della sovrapposizione di presente e passato, della memoria collettiva e personale, della nebbia  che  offusca  non solo  il ricordo ma anche la coscienza, la nebbia,   innocente giustificazione della fuga dal reale……….al di là di tutto questo, ma avete mai letto un verso così bello e pieno di speranza? 

Annamaria S.

 

 


… e Ilaria, solo Ilaria…

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…  e Ilaria, solo Ilaria…

Dentro nel claustrale transetto

come dentro un acquario, son di marmo

rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma

lontananza. Lì c’è l’aurora

e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.

Sonno, i secoli vuoti: nessuno

scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia

perduta nella morte, quando

la sua età fu più pura e necessaria.

 

Pier Paolo Pasolini  

da “Appennino” in  “Le ceneri di Gramsci”, 1957 

 

L’incapacità  ad accettare la più umana e incontrovertibile realtà che ci riguarda e cioè la morte che colpisce una persona giovane e bella, fu certamente fonte di ispirazione per lo scultore del 400 Jacopo Della Quercia. E’ suo il monumento funebre in marmo della povera Ilaria, che morì di parto a soli 25 anni.

Nei versi di Pasolini, invece, l’immagine impietrita della bella lucchese rappresenta l’Italia popolare, quella semplice e povera sempre rimpianta dal poeta friulano.

 

 


Notturno

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Il vento del sud soffia di nuovo da qualche parte di me – solido

 

Quante sono le sue parti

 

tanti sono io.

 

Vagare su foglie secche, sfatte e caduche che mi rivestono come lacrime

 

L’autunno non è cordiale come settembre

 

 come quella di pelle liscia e ardente che mi accarezzò la faccia

 

scolorata dal tempo

 

Oggi il giorno non è accaduto

 

il mondo intero è evaporato e la pioggia ha cancellato ciò che

 

non c’era già più.

 

 

 

Narlan Matos. Bahia, Brasile 1975

 

da “Signore e signori, l’alba!”  in La provincia oscura

 

traduzione di Giorgio Mobili

 

 

Qualche considerazione mentre inizio a leggere “La provincia oscura” del poeta Narlan Matos,  un poeta brasiliano che amo moltissimo. 

Ricordo che la contezza del  mio innamoramento perso per la poesia sudamericana in generale,   l’ebbi alla lettura de “ Il fiume” di Javier Heraud: il viaggio esistenziale associato al corso di un fiume non era semplicemente una metafora del cammino dell’uomo su questa terra. Il fiume che scorre era la metafora del tempo cosmico, dell’universo in cui, volontariamente,  l’essere umano si immerge  per sentirsene parte, un’ infinitesima parte, un piccolo segmento di un tutto dove cercare e riconoscere l’assoluto e, in esso, il  senso del nostro stare al mondo. La poesia sudamericana è una poesia cosmica,  una poesia che sembra resistere al razionalismo e si affida a una sensibiltà primordiale,  che cerca disperatamente il valore assoluto nella continuità materiale e spirituale  tra l’uomo e l’intero esistente. Una poesia  totalizzante ma  intima e personale, segnata spesso da una malinconia struggente quando chiede conto,  al vento e al mare,  del dolore umano e della morte dinanzi all’infinità dell’oceano, una poesia in cui si sente forte il legame di identità con i luoghi della propria storia ma anche della storia collettiva, quella  di un intero popolo.   E poi una cosa che mi ha sempre colpito:  in molti paesi di quella parte del mondo, afflitta da dittature, conflitti e   povertà, si organizzano da decenni festival della poesia. Un esempio su tutti, a Medellin, da 26 anni il Festival Internazionale di Poesia , è uno dei festival di poesia più conosciuto al mondo e emblema della resistenza civile  attraverso la poesia e l’arte. Durante il Festival, più di 100 poeti provenienti da tutto il mondo leggono le proprie poesie in varie zone della città. A Cuba ogni anno per il festival della poesia si svolgono numerosissimi eventi nei luoghi più significativi del paese…..

E ora comincia la lettura….

 

 


16/18 settembre 1982. Il massacro di Sabra e Shatila

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Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra:
La poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

 

Mahmoud Darwish

Birpwa, 13 marzo 1941 – Houston, 9 agosto 2008

Erano piombati alle nove d’un mercoledi’ sera, i falangisti di papà Gemayel,…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare i disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta ……… alla fine i morti furono piu’ di mille” (Oriana Fallaci)


Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!

A ogni partenza, di tutto ciò che lasciamo dietro di noi, sentiamo nostalgia, fosse anche un breve tratto, come quello che intercorre tra il molo e la nave che prende il largo. Annamaria S.

 

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Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

Fernando Pessoa
Lisbona, 13 6 1888 – Lisbona, 30 11 1935
da “Ode marittima”


(…) E fu più o meno da quel momento, che volli tornare indietro. Tornare per trovare l’origine. Una porta. Per ricominciare.. Tornare per ritrovare l’inizio, e me stesso tramite esso (V. O. Mateus)

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Quando partii non comparve nessuno sul bordo della pista.

Quando partii i viaggi erano cosa semplice e banale,

e non quest’ansia di dare un senso al

dolore, uno spazio all’assenza, una fonte

– per quanto minuscola – per saziare quella che

continua ad essere un’inesausta sete. Quando partii erano

 

tutti indaffarati a viaggiare, ma in un altro modo –

voracità di usurai, occhi spalancati

dove il tempo é negoziabile tanto quanto un futuro

ipotecato o una semplice ruota arrugginita. Quando

partii ebbero subito la cortesia di avvisarmi che la poesia

non ha mai salvato nessuno, che la ricerca delle radici

 

(inteso come la comprensione di un passato non

avvenuto) era cosa tanto ridicola quanto obsoleta

per le crasse risate di molti. Quanto partii la buganvillea

della casa di fronte era splendida e c’era

un gatto che passava per la rete. Quando partii una donna

nell’edificio accanto sbatteva un tappetino.

 

Mi fece un cenno di saluto. Sorrise. Quanto partii immaginai

il loro scherno, le telefonate dall’uno all’altro,

le chiacchiere. Quando partii non comparve nessuno

per salutarmi, c’erano solo: io, un progetto

vago, il tuo viso riflesso in lontananza

e il sole che batteva in pieno sopra i vetri.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira

 

Una storia scritta in un libro a cui mancano le prime pagine. Ho sempre pensato  che la mia vita, la vita di chi non conosce le proprie origini,  fosse una storia  così. Oppure un luogo disabitato,   un deserto di volti e di memorie, a cui  devi tornare “per saziare quella che continua ad essere un’inesausta sete”   per guarire da un’ossessioneper fare pace col mondo e con te stessa.  E così , senza bussole né coordinate,  devi partire. O tornare. Un ritorno dell’io al  suo principio, come voleva Plotino. Si parte,  in solitudine,  per la solitudine di un vissuto che non ricordi o che ti è sconosciuto ma nel quale ti senti ancora intrappolato, un viaggio doloroso ma necessario  se vuoi continuare a percorrere la tua vita ed  uscire dal senso di indeterminatezza che è come la tua ombra, non ti lascia mai.   La mèta è il punto di partenza, l’inizio, l’origine,  con cui hai bisogno di ricongiungerti, per dare uno spazio all’assenza e sentire finalmente la tua essenza. 

Iraida (Annamaria S.)

 


Senza titolo e abbastanza breve

 

 

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Ho lo sguardo fisso sugli angoli scuri della casa

tento di scoprire un incrocio di linee misteriose, e

con esse voglio costruire un tempio a forma di isola

o di mani disponibili per l’amore

 

in verità, sono riverso

sul tavolo in formica sporco di una taverna verde,

non so dove,

cerco i passeri radunati nello stordimento della notte

ubriaco intreccio le dita

possiedo gli insetti duri come unghie che dilacerano                 

i volti bianchi delle case abbandonate, in riva al mare

 

dicono che possedendo tutto questo

avrei potuto essere un uomo felice, che ha come difetto

interrogarsi circa la malinconia delle mani

questa memoria lama instancabile

 

una sigaretta

un’altra sigaretta certamente mi calmerà

cosa so io sulle tempeste del sangue?

E dell’acqua?

in fondo, amo solo il lato nascosto delle isole

sto immobile, la luce mi attraversa come un sisma

oggi, correrò alla velocità della mia solitudine

 

Alberto Raposo Pidwell Tavares  detto ( Al Berto)

Coimbra,  11 1 1948 – 13 6 1997

traduzione di Mariangela Semprevivo 

 

“..e mi suicido nel tentativo di trasformarmi in poesia e poter, finalmente, circolare liberamente” Al Berto.  

E davvero,  la poesia  diventa  il territorio in cui il poeta portoghese si rifugiò per essere se stesso ed esprimere liberamente, per esempio, la sua omosessualità o per denunciare i pregiudizi e la falsità delle convenzioni sociali del suo tempo.

 

 


…dici, parlami del mare

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Amica mia, dici,

parlami del mare.

 

E ti racconto della mia infanzia

che mi insegnò a guardare

la terra come terra,

come cielo il mare.

 

La valle, la montagna,

erano la realtà.

Il mare l’incertezza

il sogno, l’inquietudine.

 

E io, tu lo sai bene,

sono rimasta con il mare.

 

Un giorno vicino al molo

un vecchio pescatore,

tra le mani da bambina

mi mise una conchiglia.

 

La portai all’orecchio, ne riconobbi il suono

e iniziò a diventarmi

fugace il cuore,

come fragile barca

che porta una canzone.

 

Attraverso le mie vene che partono

da un lontano Simbad,

me ne vado, strano cammino,

a cercare un altro mare

dove un giorno mi vedranno

navigando a caso,

la distanza negli occhi,

il viso contro il vento.

 

Ancora mi bacia le labbra

il sapore del sale.

 

Amica mia, dici,

parlami del mare.

 

Meira Delmar

 Barranquilla ( Colombia) 21 4 1922 – Barranquilla, 18 3 2009

Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi

 

 

Da sempre il mare ha rappresentato l’ignoto e il desiderio di avventura. La terra, invece,  è la concretezza, è quel “principio di realtà” che ogni volta ci ricorda i limiti umani…ma anch’io credo di avere avuto sempre la vocazione a “rimanere col mare” anche se molto spesso mi sono fatta “male”

….La valle, la montagna, /erano la realtà. /Il mare l’incertezza /il sogno, l’inquietudine.

E io, tu lo sai bene,/sono rimasta con il mare….

 


La fretta dell’istante

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Aveva ragione il tempo nel condurre la propria ansia
a stabilirsi dove gli piaceva
e nel possedere i suoi rituali e ostilità.

Ora comprendo i suoi ritardi e balbettii
e la sua rapidità nelle scelte azzeccate,
l’ostinazione nel saldare alcune parole a un’estremità dell’infanzia
e altrettante in un angolo di questa roca strada
che tanto assomiglia alla vita, piena di sorprese e di silenzi.

Per questo motivo perdonami per le tante insolite ore,
per convocarti in notti di presagi e rancori
per ammucchiare nello stesso cassetto rovine e fatti quotidiani
tra la stanchezza dei giorni e l’ostinata musica dei silenzi.

Aveva ragione il tempo nel sostenere il proprio ritmo
e la vita di avere i suoi affanni
per starsene qui
con tutta la fretta dell’istante.

Per tale motivo perdonami per le urgenze
per non conoscere la grammatica e le parole di una lingua dimenticata
per aver smarrito taccuini, le chiavi
e la vecchia canzone dai ritmi precisi e cenere
come se nell’ansia del tempo
ciascun giorno, ignorando l’ora,
si perdessero i sogni.

 

Federico Díaz-Granados,  Bogotá (Colombia) 1974

da La fretta dell’istante 2015

Traduzione di Alessio Brandolini

La vita come una stazione e, in essa, una sala d’aspetto. Alle persone è dato di abbracciarsi ma solo per un po’.  Immersi nel tempo,  viviamo tra inevitabili addii e nostalgie. Ci affrettiamo ad andare, quando la vita ci fa male ma, nella “fretta dell’istante”,  perdiamo forse anche i nostri sogni.


Nonostante tutto!

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….ed il Dio delle mille parole

chiese agli angeli, un giorno,

di tacere le cose.

Una rosa rispose.

 

Gianfranco Isetta

da “Stat rosa”

Dopo  Bruxelles, Dio se potesse, ci chiederebbe di tacere per sempre. Eppure l’orrore e la barbarie possono ammutolire noi, miserabili esseri umani,  non la bellezza e il desiderio di vita (la rosa) che continueranno sempre a sopravviverci.  Nonostante tutto!


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