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Mi è molto difficile dirti figlio….

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Mi

è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo

perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo

 mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo

per dirti così semplicemente figlio senza letteratura

così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo

malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia

malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo.

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così, vorrei che fossero ben visibili i timori e le  fragilità che hanno caratterizzato il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.


Fuoco amico

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è un po’ come quando ci esponiamo storcendo il naso

girando il collo fino al cuore della nuca

per prenderci di spalle

come in una contraddanza

una parata prima della fuga

 

non so perché si guarda il mondo di sbieco

un po’ di lato

contortamente aperti al fuoco –

amico

lo chiamano così quando uccide per difesa

 

ma non lo so, [..]

non lo so più perché scrivo scribacchio scarabocchio

e mi odio in un grido

cupo muto mutevole

in inchiostro simpatico nero verde azzurro

           zero

                               zero

sono uno zero che ha bisogno di un punto

o solo una virgola da appendere al cielo

un ciglio un appiglio un uscio semichiuso

o semiaperto

[ma quella è storia per gli ottimisti

che riescono a bersi l’ultima goccia del bicchiere]

 

io non lo so più [..]

mi siedo di spalle di sbieco di sbircio                                                                         

te o il mondo

che è lo stesso, adesso.

 

Natàlia Castaldi ,  Messina 13 gennaio 1971

da “Dialoghi con nessuno”

 

E’ la seconda poesia di  Natàlia Castaldi che posto qui nel mio blog.  Di lei  ho letto poco o niente. So che è  una giovane donna siciliana, io  invece ho vissuto molte   primavere e, proprio per questo mi stupisco,  perché nelle sue parole mi sembra di sentire riecheggiare  i miei pensieri.     

Una poeta di cui non ricordo più il nome (mi accorgo che sono sempre più numerose le cose che dimentico, ahimé)  dice più o meno così  ” sentirsi a casa nelle parole dell’altro, che non sono le tue e tuttavia confermano che  un (altro) pensiero del mondo conferma il mio pensiero,  mi fa sentire in relazione e perciò meno sola” . Trovo che sia vero e riguardi proprio una delle ragioni della Poesia.

 


Strofe in fondo alla via

 

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La strada è bellissima – disse il ragazzo

La strada è assai faticosa – disse il giovane

La strada è molto lunga – disse l’uomo

Il vecchio si adagiò sul ciglio della strada.

 

Un tramonto d’oro e di rubino gli colora la canizie

L’erba brilla ai suoi piedi, rugiada della sera

L’ultimo uccello del giorno canticchia sopra la sua testa:

ti ricordi ancora quanto era bella, faticosa e lunga, la strada?

 

 

Leah Goldberg,

Königsberg, 29 maggio 1911 – Gerusalemme, 15 gennaio 1970

 da Antologia (1970)

traduzione di Sarah  Kaminski ed Elena Loewenthal

 

Ogni stadio del nostro cammino, lungo il corso della vita, comprende quello successivo, senza che nulla noi perdiamo.  Così,  l’uomo con i capelli bianchi  non deve guardare indietro, perché  la gioventù e  l’età adulta sono dentro di lui,  la vecchiaia le comprende tutte. 


E così siamo monadi dopotutto…

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E così siamo monadi dopotutto,

che sollievo, finite e indipendenti

eppure collegate a ogni agglomerato di particelle elementari

(pigna, parchimetro, vodka orange)

che abbiamo mai toccato per quanto di sfuggita,

bosone di un soffio del respiro di Platone

passato due millenni dopo nella penna di un pollo di Mumbai,

aria che respiro piena di fermioni del pranzo d’incoronazione del quarto re di Axum,

così che se leggessi ora un qualsiasi palmo elettronico potresti sapere

come sarà nel 4005.

Tutto ciò è scientificamente provato.

Amo la scienza, irradia più immaginazione e desiderio

di tutte le poesie d’amore mai pubblicate

e mi fa capire perché amo starmene da sola

e ricordare le zampe di un cane sulle mie spalle

(le sue zampe e le mie spalle cambiate per sempre)

che ascoltare dieci miei concittadini

discutere del dissesto delle nostre strade

in un paese che non ha etica del lavoro

e ha troppo poco ubuntu

queste strade abitate dai residui del fumo della pipa di Einstein

descrivono ciascuna lievemente tutto il resto

senza fare tante storie,

e senza illudersi che il mondo giri

intorno a ciò che ha da dire,

anche se invece è così

come la scienza ci dimostra sempre più.

 

Karen Press, Città del Capo 1956

“Grazie Lee Smolin, grazie mister Leibniz”

da “Pietre per le mie tasche” 

trad. di Paola Splendore

 

Il  lavoro di autrice di manuali di matematica e fisica, la formazione, spiegano l’utilizzo frequente, nella  poesia  di Karen Press, di termini che appartengono al lessico scientifico (bosoni, fermioni..).

Mettendo, tuttavia, in discussione ed ironizzando sulla “scientificità” come valore assoluto o in contrasto con l’immaginazione “Amo la scienza, irradia più immaginazione e desiderio di tutte le poesie d’amore mai pubblicate..”,  fa prevalere su tutto l’elemento umano,  che è quanto di più approssimativo, incerto ed impreciso che possa esserci a questo mondo.

( e meno male, dico io!)

 


A volte la vita

 

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a volte

 

ci guardiamo in silenzio

 

io e la vita

 

a volte duole, duole

 

bianca,

 

lenta

 

sprofonda nella carne

 

come una bottiglia vuota sprofonda nello

 

stagno

 

che la sta riempiendo

 

a volte, in silenzio, piange

 

e qualcosa di sacro luccica nel mondo,

 

in silenzio, riverbera nelle parole.

 

 

Hugo Mujica, Buenos Aires 1942

da Poesie scelte,  Raffaelli editore

 

A volte la vita scivola lenta, pacata, avvolgente. A volte affonda nella carne come cocci di vetro appuntiti.  A volte…..penso che la vita sia qualcosa di  tanto più grande di noi. 

Annamaria S.

 


Contratiempo

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Preferisce la sua vestaglia di pruni e baccelli

la terra: ha quasi freddo.

Il serbatoio dell’acqua sopra il patio

era uno strano polifemo addormentato

 

e le isole si doravano nell’ossido dell’acqua.

Si vedono dalla sponda gli ailanti agitati,

forse la linfa gli sta dando alla testa.

Qui, sotto l’asfalto, l’odore dell’eucalipto

 

ricorda alla strada il dirupo in cui è nata.

Si vede un’antenna offesa con la luna

– l’edificio, una cartolina con troppi francobolli –

e alla finestra le tue camicie che si asciugano:

 

farfalle tutte ali, sola carne

una molletta di legno. Dirai che sono i soliti

vaneggiamenti miei, però guardale adesso: stanno svolazzando!

Finalmente abbiamo tempo per cose così.

 

Edgardo Dobry 

Rosario, Argentina 27 4 1962

da “Contrattempo”

traduzione di Francesco Tarquini

 

Molte volte, alcune cose inaspettatamente appaiono diverse da come le abbiamo sempre viste,  a volte si mostrano   in se stesse o col valore che  diamo loro. Un’attenzione nuova o forse, più probabilmente,  una differente prospettiva?  E’ come se vivessimo in una dimensione, la cui misura  non è scandita dal tempo ma dal grado di emotività che  il reale esercita su di noi: non viviamo il tempo della storia e  non viviamo neanche il presente. Così,  ha una sua suggestione l’idea che il titolo,  che l’autore dà alla raccolta  “Contrattempo” , vada al di là del suo significato, per diventare “Controtempo” , in spagnolo  “Contratiempo”. Viviamo  in una dimensione , la cui prerogativa non è la continuità di un  tempo storico ma la frammentarietà, la scomponibilità dei momenti della nostra vita. 

 


Strati

 

 

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Ho camminato attraverso molte vite,

tra di esse c’è la mia,

e non sono più ciò che ero,

pur se qualche principio essenziale

mi rimane, da cui  faccio  fatica

a non allontanarmi.

Quando mi guardo alle spalle,

quanto questo è necessario,

prima di poter raccogliere le forze,

per procedere nel mio viaggio,

vedo le tappe fondamentali

mentre vado incontro all’orizzonte

e i fuochi che si spengono lentamente

negli accampamenti abbandonati,

sui di essi  avvoltoi

ruotano con   ali pesanti.

Oh, io stesso avevo una tribù

fatta di affetti 

ormai dispersi!

Come potrà il cuore  riconcialiarsi

con il dolore di tante perdite?

In un vento crescente

le traversie dei miei amici,

coloro che sono caduti lungo la strada,

pungono amaramente la mia faccia.

Eppure mi giro, mi giro,

alquanto esultante  ,

con la  volontà di andare salvo

ovunque ho bisogno di andare,

e ogni pietra della strada

è per me preziosa.

Nella mia notte più buia,

quando la luna era coperta

e  vagavo tra le macerie,

una voce da una nuvola

mi ha detto:

“Vivi sui molteplici strati della tua vita

non sulle  macerie”

Anche se non sono capace

a decifrarlo,

senza dubbio il prossimo capitolo

nel mio libro dei mutamenti

è già scritto.

 

Stanley Kunitz,  Worcester 29 7 1905 – New York 14 5 2006

Traduzione mia

 

 In geologia ogni strato della superficie terrestre racconta la storia di un’epoca  diversa. Per le nostre vite  non è forse lo stesso? ogni esperienza lascia uno strato in evidenza: quello che ci è successo in un determinato periodo , quello che abbiamo fatto o quello che è stato fatto a noi.

Ciò che di doloroso ci è accade, vorremmo facilmente dimenticarlo e certe volte , guardando indietro, il passato sembra un mucchio di  macerie fumanti.

Questa poesia invita ad avere il coraggio di abbracciare tutti “gli strati” tutte  le fasi della nostra vita, perché  l’essenza della nostra  esistenza si trova proprio lì, tra quegli “strati” e tutti hanno contribuito a renderci quello che siamo. Mentre viviamo, gli eventi ci cambiano: tra “…i fuochi che si spengono lentamente negli accampamenti abbandonati..” , in  quelle aree di sosta,  abbiamo lasciato luoghi, cose e persone che  amavamo e ci amavano “… avevo una tribù fatta di affetti e relazioni ormai dispersi…” Li ricordiamo con tristezza perché senza la loro presenza nella nostra vita, non siamo più gli stessi. Ma il vuoto non può essere riempito con la sofferenza, si deve necessariamente venire a patti con i propri dolori per andare avanti. La  vita non è un cumulo di macerie su cui sederci ma una serie di stratificazioni, strade percorse, dove ogni “pietra è preziosa” per un nuovo inizio. Ogni esperienza racconta il viaggio della nostra esistenza, varia e piena  di trasformazioni che ancora ci attendono, perché siamo vivi “…eppure mi giro, mi giro, alquanto esultante  con la  volontà di andare..”   con la ferma convinzione che ci deve essere “..qualche principio essenziale..” ,  a prescindere da ogni  credo religioso,  un “senso all’esistenza” che,  in ognuno di noi,  rimane costante, ha fatto di noi ciò che siamo  e ancora ci guida.

Noi non viviamo  alla giornata ma con tutte le nostre storie dentro. Sempre.


io lo confesso

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io lo confesso:
non ho nulla da dire o fare o da tacere
ho smesso e dismesso a turno o a caso
donne calzini e ciò che tocca se tocca quando tocca
ho avuto cose buone per un week-end
e cose buttate via senza assaggiarle
ho sentito parlare di me in luoghi
che non mi appartenevano
io stesso mi sono sempre chiesto
ma che ci faccio qui ma c’ero
qualche volta ho creduto
dalla mia impazienza
di essere dove dovevo

qualche volta mi sono chiesto se ero felice.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012
frammento di “Tomorrow”
da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 

La prima volta che vidi Emilio, eravamo nel giardino dell’istituto delle suore di San Giuseppe durante l’ora di ricreazione, era la fine degli anni cinquanta. Avremo avuto sei o sette anni ed io ero in classe con il suo unico fratello, più piccolo di lui di un anno.
Poi la vita, misteriosamente, va avanti a passi sempre più lunghi e spediti.
Giovane e preparatissimo insegnante di latino e greco, si trasferì nella grande città e diventò  docente di una scuola prestigiosa. Una strada alquanto in salita, invece, fu la sua vita affettiva che non gli risparmiò esperienze dolorose e qualche scelta sofferta.
In tanti anni l’avrò visto tre o quattro volte e sempre di sfuggita.
Fino al settembre del duemilaquattro quando arrivò, fresco di trasferimento, nel mio liceo. Era tornato da dove era partito.
Ormai adulti, con un bel pezzo di strada già percorsa dietro di noi, ci riconoscemmo subito, nonostante il lavoro impietoso del tempo sui nostri volti.
Gli chiesi di lui e mi rispose che, fino ad allora, aveva speso il tempo come fa il resto dell’umantà, comprando felicità e dolore in eguale misura, e che si era reso conto di invecchiare, perché non aveva più tanta “fretta di vivere”.
Perché ne parlo? Perché Emilio, prima ancora di essere un grande poeta, era un’anima straordinaria, nel senso di “fuori dall’ordinario”: sua era l’eterna sensazione di aver perso qualcosa che pure sapeva di non aver mai posseduto, e tuttavia, ancora così candido da credere nei sogni, negli ideali. Portava negli occhi una tristezza che, e ne era consapevole, nessuno era disposto a perdonare, per via di quel “principio di realtà” che i “tutteguali sempreguali” non riconoscono ai Poeti. Sapeva bene che la poesia serviva a poco, eppure, spasmodicamente cercava nelle parole il cuore pulsante della vita, dell’amore, dell’io, di se stesso.
Parole tenere o affilate come spade, dove ci siamo noi, con le nostre storie, le nostre vite.
Iraida (Annamaria)


La mia patria A4

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La patria dell’inquietudine è qui
disposta a ripensarci
da un momento all’altro
e tuttavia non desiste dall’attendere
qualcosa d’indefinito.
La patria è qui,
fra queste pareti
a pochi metri l’uno dall’altro,
e neppure in tutto lo spazio in mezzo,
ma solo sul tavolo cosparso di fogli e di matite
pronte a scattare in piedi e mettersi a scrivere,
scheletri di vecchi calami rianimatisi all’improvviso
inutilizzati da tempo, dall’inchiostro rinsecchito,
Che scivolano frenetici sulla carta
senza lasciare traccia…
La patria dell’inquietudine è qui:
riuscirò mai un giorno
a decifrare le tracce che non si vedono,
ma che io so che esistono e che aspettano
che le passi in bella copia
nella mia patria A4?

Ana Blandiana, Timișoara, 25 marzo 1942
da “La mia patria A4” Nuove poesie
Traduzione di Mauro Barindi.

 

Delle sessanta e più poesie che compongono la raccolta “La mia patria A4”, ne ho lette la metà. A un certo punto ho sentito l’urgenza di andare a leggere il componimento che chiude il libro, avendogli già dato uno sguardo veloce all’inizio. Questo non perché mi stessi annoiando, anzi, ma perché quest’ultima poesia mi ha confermato l’impressione che, man mano che sfogliavo il libro, mi andavo facendo.
La Blandiana, poesia dopo poesia, disorientata da un mondo sfuggito agli dei, ricrea una patria personale, un territorio dove i confini sono quelli di un foglio, un foglio A4, tanti fogli A4, un paese fatto di spazi indefiniti, angeli caduti, città abbandonate, paesi visionari, clessidre incantate, tracce invisibili da decifrare come fossero parole da riportare in bella copia.
Una patria dell’inquietudine perché “…è difficile accarezzare le ali di un angelo(è difficile dire l’indicibile)…loro non sanno parlare..non sono adatte le parole per esprimerli…” dice così in un’altra poesia.
Una patria in A4 (la scrittura), perché è l’unica patria di cui può essere parte un Poeta.


Preghiera

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Dio delle libellule, delle falene,
dei picchi e delle civette,
Dio dei lombrichi, degli scorpioni,
e degli scarafaggi da cucina,
Dio che hai insegnato a ciascuno qualcosa
e sai in anticipo che cosa accadrà a ciascuno,
darei qualsiasi cosa pur di capire che cos’hai provato
quando hai stabilito le proporzioni
dei veleni, dei colori, dei profumi,
quando hai posto in un becco il canto
e in un altro il gracchio,
e in un’anima il crimine e in un’altra l’estasi,
darei qualsiasi cosa soprattutto pur di sapere
se hai avuto rimorsi
nel trasformare alcuni in vittime e altri in carnefici,
ugualmente colpevole nei confronti di tutti
perché hai messo tutti
di fronte al fatto compiuto.
Dio della colpevolezza di aver stabilito da solo
il rapporto tra il bene e il male,
la bilancia a fatica mantenuta in equilibrio
dal corpo insanguinato
del figlio che non ti assomiglia.

 

Ana Blandiana, Timișoara, 25 marzo 1942
da “La mia patria A4” Nuove poesie
Traduzione di Mauro Barindi.

 

E’ diretto e commovente questo dialogo dell’essere umano con la divinità.
Una preghiera che si trasforma in una riflessione drammatica sulle contraddizioni e la fragilità del mondo, sul significato o assenza di significato dell’universo intero.
Da una parte un creatore ritenuto “colpevole” di aver deciso, da solo ed inspiegabilmente, come distribuire nel mondo il bene ed il male, dall’altra l’inquietudine e i dubbi di un’umanità che si pone domande sul mistero della creazione e che non sa, d’altra parte, placare l’innata nostalgia del divino.


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