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Io sono Tiresia….

Baron Adolf de Meyer

 

….Ho veduto quel che ho veduto
E ho patito quel che ho patito.
A consultarmi nella caligine fosca
vennero ombre nell’inferno
e io ripieno di sapienza più degli uomini in carne,
ma l’ombra nell’ombra è il sapere….

 

Ezra Pound.  Usa, 30 10 1885 – Venezia, 1º  11 1972

dai Cantos


Mattutino

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Vuoi sapere come passo il tempo?

Cammino sul prato davanti, fingendo

di diserbare. Dovresti sapere

che non diserbo mai, in ginocchio, sradicando

ciuffi di trifoglio dalle aiole fiorite: in realtà

sto cercando coraggio, qualche indizio

che la mia vita cambierà…

 

 

Louise Glück, New York 22 6 1943

da “L’iris selvatico” premio Pulitzer per la poesia 1993

traduzione Massimo Bacigalupo

 

“L’iris selvatico” premio Pulitzer 1993, della poeta americana Louise Gluck, non è una raccolta di poesie ma un vero e proprio poema che racconta l’inafferrabile avventura dell’esistenza umana. Tante voci compongono questo poema: quella dei fiori, tanto simili agli esseri umani ma che, a differenza degli uomini, accettano il loro destino “…Le vostre vite non sono circolari come le loro: le vostre vite sono il volo dell’uccello che inizia e finisce nell’immobilità…”; quella del giardiniere, il poeta che piange la giovinezza andata, l’amore perduto e l’abbandono di un “Padre irraggiungibile” e assente “…lasciati soli ci esaurimmo a vicenda….”; quella di un dio ironico, a tratti arrabbiato, nei confronti dell’incontentabilità umana”… Perchè vi avrei fatto se avessi voluto limitarmi al segno ascendente, la stella, il fuoco, la furia?…”. La prima voce è quella dell’iris selvatico che narra la sua nascita “…Alla fine del mio soffrire c’era una porta..” L’ultima è quella dei gigli, d’oro d’argento e bianchi, che alla fine dell’estate, metafora dell’esistenza e della breve stagione dei fiori, hanno paura della morte” …guarda, sopra il giardino: sorge la luna piena. La prossima non la vedrò..” e, nonostante tutto, sono felici d’aver vissuto “Zitto, amore. Non mi importa quante estati vivo per ritornare: in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità”. La poesia è colloquiale, eppure intima, ricca di suggestioni, metafisica, incantata.


Profumo di memoria

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Un profumo di memoria percorre la camera da letto

da poco rinnovata.

E’ un odore dolce di cose che sono state,

mentre nel cielo un sole rosso sangue

lancia i suoi ultimi raggi

sul pavimento appena levigato.

Mi sto a poco a poco riconciliando con la malinconia

e inspirando quest’odore di vernice mi dico:

non morirò mai.

Perché?

Perché ricordo molte più cose di quelle

a cui rinuncio

e questo per me vuol dire

eternità.

 

Robert Lowell

Boston, 1 3 1917 – New York, 12 9 1977

da “Poesie 1940 – 1970” trad. R. Anzilotti


io porto il tuo cuore in me

Questa famosa poesia di Edward Estlin Cummings  l’ho, tempo fa, già pubblicata qui. Oggi, grazie al suggerimento di Andrea Giardina, la ripropongo nella traduzione, davvero notevole, di  Mary de Rachewiltz, traduttrice, poeta, saggista, figlia di Ezra Pound.  

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io porto il tuo cuore in me (lo porto nel
mio cuore) non lo lascio mai (ovunque
vado tu vai, cara; e quel che faccio
io da solo lo fai tu, tesoro mio)
non temo
fato (tu sei il mio fato, mia dolce) né
voglio il mondo (bella, mio mondo, mia fedele)
tu sei quel che luna sempre fu
e quel che un sole sempre canterà sei tu

qui sta il piú grande segreto che nessuno sa
(qui l’intima radice e bocciolo e cielo
di un albero chiamato vita; che cresce
piú alto di quanto anima speri e mente
celi) e questa meraviglia regge le stelle
io porto il tuo cuore (lo porto nel mio cuore)

 

Edward Estlin Cummings  

Cambridge, 14 ottbre 1894 – North Conway, 3 settembre 1962


Piccola mia….

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Piccola mia, sebbene io e te
ci stringiamo forte
contro la corrente di quel grande fiume
che abbraccia i continenti,
il nostro centro è liquido.
 
Un giorno accoglierai le onde
tra le tue braccia come un amante,
come faccio io adesso, per ore,
un po’ dentro, un po’ fuori
da quel seducente elemento.

Lasciati portare sempre dalla tua madre rabdomante,
anche se sarò già dissolta.
Cavalca le onde, così luminosa,
così meravigliosa, così selvaggia gioca.

 

Emily Grosholz,  Filadelfia 17  10  1950 

traduzione di Sara Amadori


Dalla torre degli anni che chiamo vita…

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Dalla torre degli anni che chiamo vita
guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo –
la storia incerta, il nodo al fazzoletto,
il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
in un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
la lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
e la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
e la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
meglio ricordate che rivissute.

 

Anne Stevenson, Cambridge 3  1  1933

La vita delle parole

traduzione di Carla Buranello


Oh, cuore, strano cuore….

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Tornano le stagioni, gli anni cambiano
senza bisogno di consigli o aiuto.
Senza pensarci, la luna ha il suo ciclo:
piena, crescente, ancora piena.

La candida luna entra nel cuore del fiume;
le azalee in fiore stordiscono l’aria;
in piena notte una pigna cade a terra;
il nostro bivacco smuore sui monti vuoti.

Acute stelle balenano tra i rami frementi;
il lago è un nero abisso nella notte cristallina;
alta in cielo, l’oscura punta di un picco
innevato taglia in due la Corona Boreale.

Oh, cuore, strano cuore
intransigente e corruttibile, siamo distesi
qui, incantati dalla luce stellare sull’acqua
e questi momenti che dovrebbero essere 
eterni

ci scivolano accanto insensibili come l’acqua.

 

Kenneth Rexroth

South Bend, 22 12 1905 – Montecito, 6 6 1982   

trad. Francesco D’alessandro


Se la mente fosse semplice…

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Una notte chiara
se la mente fosse semplice,
se la mente fosse nuda di tutto
se fosse chiara la mente
tranne che delle necessità più antiche:
cucchiaio di legno coltello specchio
tazza lampada scalpello
un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
un lenzuolo
gettato via nel sonno
Una notte chiara in cui due pianeti
sembrano avvinghiarsi l’uno all’altro in cui l’erba
terrestre
si muove come seta nella luce stellare
Se la mente fosse
chiara
se la mente fosse semplice potresti prendere questa
mente
questo particolare stato e dire
Così vivrei se potessi scegliere:
questo è ciò che è possibile
Una notte chiara.

Ma la mente
della donna che immagina tutto questo
la mente
che rende tutto questo possibile
non è chiara come la notte
non è mai semplice
non può abbracciare
le sue verità come si abbracciano i pianeti in transito
non così facilmente
si libera dal rimorso
non così facilmente
compie il miracolo
per cui la mente è famosa
o era famosa
non diventa astratta e pura a comando
la mente di questa donna
non desidera neppure quel miracolo
ha una diversa missione
nell’universo
Se la mente fosse semplice
se la mente fosse nuda
potrebbe assomigliare a una stanza
un interno pulito
ma come potrebbe essere possibile ora
date le voci delle città- fantasma
le loro minute, vaste configurazioni
che attendono di essere decifrate
la notte oracolare
densa di suoni
Se potesse mai ridursi a qualcosa di simile
a un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
niente di più
un lenzuolo
gettato via nel sonno
ma la mente
della donna che pensa questo
è avvolta nella battaglia
occupata da una diversa missione
uno stelo d’erba secca erba piumosa radicata nella neve
che si agita nell’aria gelida una bacchetta fiera
che disegna grafici

Anche il dito scorre
su pagine di un libro
ha più buon senso della poesia che legge
conosce attraverso la poesia
attraverso i vetri piumati di ghiaccio
l’inverno
che contrae gli artigli
il vento-falco
pronto ad uccidere.

 

Adrienne Rich,Baltimora, 16 5 1929 – Santa Cruz, 27 3 2012
da “Una pazienza selvaggia mi ha portato sin qui” Poesie 1978-1981,
in “Cartografie del silenzio”1980

Traduzione di Liana Borghi

 


mettici dentro tutto

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Metti a frutto le cose che ti circondano.
Questa pioggerellina
fuori dalla finestra, ad esempio.
La sigaretta che ho tra le dita,
Questi piedi sul divano.
Il suono del rock-and-roll sullo sfondo,
La Ferrari rossa che ho in mente.
La donna che si sbatte
ubriaca in giro per la cucina…
Mettici dentro tutto,
Mettilo a frutto.

 

Raymond Carver

Oregon 25 5 1938 – Port Angeles, 2 8 1988

da “Il nuovo sentiero per la cascata” in “orientarsi con le stelle”

trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante


la poesia è te

 

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Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? E’ quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

E’ stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

 

 

John Ashbery, Rochester 1927
da ” Treno ombra” in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

 

 

“…le poesie di Ashbery non spiegano né simbolizzano e nemmeno si riferiscono a qualche esperienza che il poeta ha avuto…sono loro stesse ad essere qualcosa, esse sono la loro stessa creazione e sarebbe più giusto dire che il mondo, invece, è una loro chiosa, un saggio critico su di esse…”  Richard Howard (nella prefazione a “Un mondo che non può essere migliore”)


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