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Autunno

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Cosa fare

con questo autunno

senza autore né padrone.

Cosa fare

con la giovinezza delle rose

e la rugiada che canta alla finestra.

Cosa fare

con questa certezza di viaggio rinviato

di tempo che non ritorna

con mani gelate

senza altre mani.

Cosa fare

con questo fascio di violette

e questa farfalla

che non ha dimenticato il volo dell’infanzia.

Cosa fare

 

Silvia Loustau 

Mar del Plata (Argentina)

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Quadro di un pomeriggio di pioggia

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Grigio scuro in cielo. 

Velluto cenere  tra le nuvole dipinte.

Patina grigia in un tardo pomeriggio.

Grigio su grigio, pennello, pittore. 

Insonnia di grigia sera

sopra un desiderio sfocato.

Acqua  mite del cielo e increspata

acqua di fiume. Anima  incatenata

alla memoria, alla nostalgia, al dolore.

Gocce fugaci. Fiume in corsa

nel pomeriggio. Ricordo  sulla sponda,

di un’altra pioggia, un altro fiume e un’altra attesa.

Pioggia grigia su alberi alteri.

Mite l’acqua del cielo. 

Pennello delicato. 

Pittore che dipinge una chimera.

 

Antonio  Jesùs  Cruz,  Frìas (Argentina) 1951

 

Colori  vividi e spettrali di un cielo piovoso, gli stessi che colorano il ricordo, la nostalgia, il dolore per ciò che non può essere più. 

 


Sogno il mio sogno preferito….

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Sogno il mio sogno preferito
e la notte non finisce mai.
Gli alberi rivelano il loro alfabeto
e stelle che
parlano dell’infinito
di ogni soffio del vivere.
Costruisco madri passate
con la mano affondata nella notte.
Che bello era il suo angolo
dove echi vaghi la nominavano!
Così, di spalle a me,
fuggiva ad un paese baciato
dalla sua gelida gioventù.
Madre che
cucinavi distanze
nelle pentole del giorno.
Mi parli ancora
dalle crepe del tempo.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere

 traduzione di Laura Branchini

 


La notte autunna fra nebbie andate….

 

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In ogni punto, un volto
di me che non è mio. Che tacciano
le finestre, il mondo.
Cosa faccio qui ai piedi di una parola
che non si lascia dire?
Inutile inseguirla, lei sa
che la sua unica casa è se stessa.
Non capirò mai come cantano i grilli                                                                                            che cesellano la notte.
In quell’animaletto è racchiusa
la lontananza di esserci. La notte
che mi copre la mano
autunna fra nebbie andate
ed i motivi lenti
fanno freddo al cuore.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere

 traduzione di Laura Branchini

 


l’autunno maestro dell’attesa

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Scrive perché
la vita lo scrive e crede
di scrivere di
quel che essa non sa: l’autunno
maestro dell’attesa,
il dolore di aver provato dolore,
l’uccello che vola
nell’ora presente per
trasformarla in passato.
Le immagini compongono il mondo
e il sole che indora la città
sembra farina calda
che diventa pane nella mia stanza. […]

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Valer la pena”

 traduzione di Laura Branchini


Succederà

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Quando anima e spirito

e corpo sapranno,

e la luna sarà bella perché io la amai

ed il mondo sarà appeso al filo

della memoria e

sanguinerà la luce dietro

il bagno della sua grazia,

obbligheremo il futuro

a ritornare ancora. Allora

tutti gli occhi saranno uno

e la parola tornerà a parolare 

contro le sue creature.

Avrà termine l’eternità e questa poesia

cercherà ancora il suo

equipaggio e ciò

che non seppe nominare, tanto lontano.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere”

 traduzione di Laura Branchini

 

 

Juan Gelman, poeta, scrittore e giornalista argentino, è vissuto a lungo in esilio, perchè impegnato nella lotta legale contro il regime di Videla, che negli anni 70, gli uccise il figlio Marcelo e la nuora. Quest’ultima, prima di essere giustiziata, aveva partorito una bambina, che fu data subito in adozione. Gelman iniziò quindi una lunga e difficile ricerca che finì nel 2000, quando il poeta riuscì a rintracciarla in Uruguay. Insieme a lei ha continuato a battersi, per il riconoscimento dei diritti dei familiari dei desaparesidos, fino alla fine. Gran parte della sua poesia trae spunto dalla vicenda biografica e politica che ha attraversato tragicamente la sua storia. Il suo stile è caratterizzato da una originale libertà idiomatica , neologismi,  inversioni sintattiche e semantiche…


……una scatola inafferrabile

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                                       in memoria di Ana Calabrese*

 

 

 

Avremmo preso il vino del crepuscolo

sedute sul pavimento,

a spiegare il dolore e gli amori letterari  

come una tovaglia: alcuni buchi e colori sicuri.

Due donne espulse dall’idioma, dalla festa,

da un’ostinata latitudine.

Avremmo lasciato che il fiume ci invadesse

(tutti gli amici mi parlarono più del fiume che della tua disperazione).

Pezzetti di sughero, storie di qualcuno

ossessionato dalla libertà dello spirito, resti

di un angelo dipinto su un appendiabiti di legno.

Il tuo suicidio annunciato li portò a rifugiarsi nel bosco

(loro, i lupi, gli amici),

li svuotò di parole.

Strano fiore di ombre cinesi sulla parete,

diventasti una voce e un silenzio contro un fiume.

Una poesia condannata a una scatola inafferrabile.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco

 

 

* Ana Calabrese, poeta argentina nata  nel 1950 e morta suicida nel 1994, era una traduttrice e giornalista letteraria, conosceva poetesse come  Olga Orozco,  Alejandra Pizarnik e Ana Becciú, con le quali strinse un forte rapporto di amicizia. Tradusse diversi drammaturghi e poeti, tra i quali la grande Silvia Plath. In vita pubblicò due raccolte di poesie. Dopo la sua morte, la figlia trovò delle poesie, tante poesie della madre,  andavano dagli anni sessanta fino a poco prima della sua morte. Alcune erano scritte su fogli stropicciati, altre su pagine di quaderno a spirale, altre ancora sul retro di ricette mediche o  su pagine staccate di un’ agenda, con molte cancellature e versioni alternative a lato,  ma tutte sembravano essere state scritte sotto l’urgente necessità di alleviare un peso emotivo del momento.  E tutte erano contenute  in una scatola di latta per biscotti, trovata per caso  “….Una poesia condannata  a una scatola inafferrabile” 


post scriptum

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E non ti ho parlato ancora del

deterioramento della posta in questa oscura provincia

dell’impero.

L’impiegato grugnisce unicamente

sdraiato contro un calendario dell’anno precedente

(uno sfondo eccessivo di fiori, vacche e montagne)

ma adesso si è innamorato delle destinazioni delle mie lettere,

sorride – qualche volta –

e posso scommettere che pensa a me

quando attraversa i ponti diretto al suo cuscino.

Ci si può impadronire dei sogni degli altri

per non morire, si può accettare la vita come una

rappresentazione del desiderio.

Così senza turbolenze, invento false

lettere da scrivere –

esotici mittenti nel mattino che trema –

e quell’uomo e io

torniamo a essere porosi, invincibili,

per un momento.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco


…l’istante rabbrividito dell’alba…

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[…]

Se sono prive di sostanza le cose

e se questa numerosa Buenos Aires

non e’ altro che un sogno

che ergono in condivisa magia le anime,

c’e’ un istante

in cui pericola tumultuosamente il suo essere

ed e’ l’istante rabbrividito dell’alba,

quando sono pochi coloro che sognano il mondo

e soltanto alcuni nottambuli conservano,

cenerina e appena abbozzata,

l’immagine delle strade

che completeranno poi con gli altri.

Ora in cui il sogno pertinace della vita

corre pericolo di rottura,

ora in cui sarebbe facile a Dio

uccidere del tutto la Sua opera!

[…]

 

Jorge Luis Borges

frammento di “Alba” in Tutte le opere vol. II

traduzione D. Porzio


Penso che in questo preciso istante…

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Penso che in questo preciso istante

chissà non ci sia nessuno nell’universo che pensi a me,

che io sia il solo a pensarmi,

e se morissi adesso,

nessuno, neppure io, resterebbe a pensarmi.

 

E questo è l’inizio dell’abisso,

come quando mi addormento.

Sono il mio proprio sostegno e me lo tolgo.

Contribuisco a rivestire tutto d’assenza.

 

Sarà forse per questo

che pensare a un uomo

sia quasi un modo di salvarlo.

 

Roberto Juarroz, Buenos Aires 5 10 1925 – 31 3 1995  

da Poesía Vertical I, 9. 

traduzione di  Alessandro Prusso  


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