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Succederà

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Quando anima e spirito

e corpo sapranno,

e la luna sarà bella perché io la amai

ed il mondo sarà appeso al filo

della memoria e

sanguinerà la luce dietro

il bagno della sua grazia,

obbligheremo il futuro

a ritornare ancora. Allora

tutti gli occhi saranno uno

e la parola tornerà a parolare 

contro le sue creature.

Avrà termine l’eternità e questa poesia

cercherà ancora il suo

equipaggio e ciò

che non seppe nominare, tanto lontano.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere”

 traduzione di Laura Branchini

 

 

Juan Gelman, poeta, scrittore e giornalista argentino, è vissuto a lungo in esilio, perchè impegnato nella lotta legale contro il regime di Videla, che negli anni 70, gli uccise il figlio Marcelo e la nuora. Quest’ultima, prima di essere giustiziata, aveva partorito una bambina, che fu data subito in adozione. Gelman iniziò quindi una lunga e difficile ricerca che finì nel 2000, quando il poeta riuscì a rintracciarla in Uruguay. Insieme a lei ha continuato a battersi, per il riconoscimento dei diritti dei familiari dei desaparesidos, fino alla fine. Gran parte della sua poesia trae spunto dalla vicenda biografica e politica che ha attraversato tragicamente la sua storia. Il suo stile è caratterizzato da una originale libertà idiomatica , neologismi,  inversioni sintattiche e semantiche…

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Penso che in questo preciso istante…

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Penso che in questo preciso istante

chissà non ci sia nessuno nell’universo che pensi a me,

che io sia il solo a pensarmi,

e se morissi adesso,

nessuno, neppure io, resterebbe a pensarmi.

 

E questo è l’inizio dell’abisso,

come quando mi addormento.

Sono il mio proprio sostegno e me lo tolgo.

Contribuisco a rivestire tutto d’assenza.

 

Sarà forse per questo

che pensare a un uomo

sia quasi un modo di salvarlo.

 

Roberto Juarroz, Buenos Aires 5 10 1925 – 31 3 1995  

da Poesía Vertical I, 9. 

traduzione di  Alessandro Prusso  


Il mondo è alcune tenere imprecisioni

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MANOSCRITTO TROVATO IN UN LIBRO DI JOSEPH CONRAD *

Sulle tremule terre che esalano l’estate,
il giorno è invisibile tanto è bianco. Il giorno
è una striatura crudele in una persiana,
un fulgore nelle coste e una febbre nella pianura.

Ma l’antica notte è profonda come un vaso
di acqua concava. L’acqua si apre e infinite orme,
e in oziose canoe, davanti alle stelle,
l’uomo misura il vago tempo con il sigaro.

Il fumo ombreggia di grigio le costellazioni
remote. L’immediato perde preistoria e nome.
Il mondo è alcune tenere imprecisioni.
Il fiume, il primo fiume. L’uomo, il primo uomo.

 

 

Jorge Louis Borges

Da “Luna di fronte”

Traduzione di Livio Bacchi Wilcock

 

* Il riferimento a Conrad si spiega con la personale predilezione di Borges per questo scrittore. E’ noto quanto il poeta argentino sia lontano da un’idea di letteratura improntata al realismo “Il Realismo è un episodio, solo un momento nella storia della letteratura…… La grande letteratura non è mai stata realista…[la letteratura] non è fatta di parole; cioè, è fatta anche di parole, ma è fatta soprattutto di immagini, di sogni…” E, per Borges, Conrad è stato dopo Cervantes, un importante artefice di costruzioni romanzesche “…tutti l’hanno dimenticato. Eppure Conrad ha salvato quello che c’è di epico nel romanzo, e gli altri non l’hanno fatto..”.
La poesia, diciamo così, è un omaggio alle immagini e alle atmosfere dei romanzi di Conrad.
Le citazioni di Borges sono tratte da un’intervista del 1977 di Arbasino al poeta argentino che, in quel periodo, si trovava in Italia.

Annamaria Sessa


Qualcuno sta osservando. E continua ad osservare.

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“La vedi quella finestra illuminata, laggiù? – disse Alejandra indicando con la mano. – Sono affascinata dalle luci nella notte, sarà una donna sul punto di partorire? O qualcuno che sta morendo? O uno studente povero che legge Marx? Com’è misterioso il mondo. Solo la gente superficiale non ci bada. Parli con il vigile all’angolo della strada e dopo un po’ scopri che anche lui è un mistero” (Sopra eroi e tombe)

Ernesto Sàbato.
Rojas, 24 giugno 1911 – Santos Lugares, 30 aprile 2011


Giocare è straordinario, anche se non raggiungi ogni volta il Cielo.


«La Rayuela (Il gioco del mondo) si gioca con un sassolino che bisogna spingere con la punta della scarpa. Ingredienti: un marciapiedi, un sassolino e un bel disegno fatto col gessetto, preferibilmente a colori. In alto sta il cielo, sotto sta la terra, è molto difficile arrivare con il sassolino al cielo, quasi sempre si fanno male i calcoli e il sassolino esce dal disegno. Poco a poco, nonostante tutto, si comincia ad acquisire la necessaria abilità per salvare le diverse caselle, (Rayuela chiocciola, Rayuela rettangolare, Rayuela fantasia, poco usata) e un giorno si impara a uscire dalla terra e a far risalire il sassolino fino al cielo, fino ad entrare nel cielo (…), il brutto è che proprio a quel punto, quando quasi nessuno ha ancora imparato a far risalire il sassolino fino al cielo, finisce di colpo l’infanzia e si casca nei romanzi, nell’angoscia da due soldi, nella speculazione di un altro cielo al quale bisogna comunque imparare ad arrivare. E siccome si è usciti dall’infanzia… ci si dimentica che per arrivare al cielo si ha bisogno di questi ingredienti, un sassolino e la punta di una scarpa».

Julio Cortázar
(Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)


“Noi cerchiamo soprattutto l’incondizionato e troviamo sempre solo cose” Novalis


Io sono qui, tra le cose che ti sono appartenute, i tuoi libri allineati sul comodino, il cuscino che appoggiavi dietro il capo, il tuo cellulare spento, il tuo orologio che stupidamente continua a scandire un tempo ormai concluso.
Ed è strano come miserabili cose inerti mi parlino. E io le ascolto, per dare un senso a te, a me, al mio presente, al mio futuro. Iraida

Il Futuro di Julio Cortazar

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero

Julio Cortazar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)


……ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento, insiti nella mancanza, si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. E’ quel che accade ad ogni idea e passione umane.” (Sàndor Màrai – Il gabbiano)

Nel giugno del 1976 ero, da un mese, diventata madre per la prima volta.  Dall’altro capo del mondo, in  Argentina , in quegli stessi giorni, a tante  madri  venivano sottratti con la violenza i propri figli.  Allora non  immaginavo nemmeno lontanamente di incontrare 36 anni dopo e di parlarle, tenendole la mano, una di quelle madri, Vera Vigevani Jarach. A Roma, ci ritroviamo sedute vicine nel backstage di uno  studio televisivo. 84 anni, minuta, sul petto la foto di una ragazzina giovane e sorridente, in testa il fazzoletto distintivo delle madri di “Plaza de Mayo, le madri dei 30.000 desaparecidos, quelle madri  che caparbiamente continuano a chiedere quale sia  stato  il destino dei loro figli.  Vera ha cercato per quasi quarant’anni di sapere della figlia Franca, diciotto anni, l’età giusta per ribellarsi, insieme ai suoi coetanei,  al crescendo di repressione della dittatura militare che in  Argentina,  dal 76 all’83,  sterminò un’intera generazione. Il 25 giugno del 1976 Franca viene sequestrata e fatta scomparire, insieme ad altri suoi compagni di classe. Da quel giorno non se ne saprà  più nulla, fino a poco tempo fa, quando  una donna, sopravvissuta alle torture e agli orrori del regime militare, acconsente di parlare a Vera. La prigionia di Franca è durata un mese, torturata, uccisa, è stata poi buttata giù da un aereo in mare. Gli occhi di Vera ci vedono poco, a chiunque le parli, chiede “chi sei?”,  ma quegli occhi hanno conservato una vivacità inspiegabile. E’ sempre sorridente, parla speditamente, mi racconta il suo quotidiano. Lei, ex giornalista dell’ANSA, scrittrice, in giro per il mondo “ ieri ero a Bruxelles” mi dice, continua la sua battaglia,  per la creazione di una memoria condivisa.

“Dov’è finito il tuo dolore?” le chiedo. “lo porto con me in giro per il mondo. Ora però serve a qualcosa, serve a impedire che venga dimenticata la storia dei nostri figli ma soprattutto la storia del loro impegno, che diventi un messaggio per i giovani a non essere indifferenti e a impegnarsi per la verità e la giustizia”

“Il posto”  di Franca Jarach

Al mattino passo
nei pressi di un posto circondato da muri
grigi, alti, tristi,
sporchi di manifesti, un voto alla lista blu.
Un giorno guardo dentro
è una baraccopoli.
Gente
tanta gente
vestita in tessuto a buon mercato
privata della felicità.
Una ragazza mi offre limoni
“cento la dozzina, compramele!”.
Ha tredici anni o meno
la mia età.
Un magazzino fatiscente,
ratti, sporcizia
germi mortali.
E’ un posto circondato da mura
sporche di crimini umani
che sono solo nostri.


Asia …quando sorridi e fai fermare il tempo…

Foto     “Piccola Marilyn” di E.Boubat

 

COMUNQUE SIA QUESTO MONDO E’ PER TE

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

Juan Rodolfo Wilcock(Buenos Aires, 17 aprile 1919 – Lubriano, 16 marzo 1978)


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