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La lontananza

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questo aroma di te

sale?

scende?

viene da te?

da me?

in che altro

mi dovrei trasformare?

che altro di me

dovrei essere

per sapere

vedere

i frammenti di mondo che in silenzio unisci?

così bruci distanze?

mi restituisci al mio animale?

Così mi dai grandezza

o corpo che invadi con la tua assenza?

con il tuo sguardo che non tornerà al tuo occhio

già febbre senz’altro padrone che il cammino?

sei qui

è come dire

tutto è qui

il vuoto e l’unione

e tu

e la disordinata solitudine.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “com/posizioni

 traduzione di Laura Branchini

 


l’autunno maestro dell’attesa

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Scrive perché
la vita lo scrive e crede
di scrivere di
quel che essa non sa: l’autunno
maestro dell’attesa,
il dolore di aver provato dolore,
l’uccello che vola
nell’ora presente per
trasformarla in passato.
Le immagini compongono il mondo
e il sole che indora la città
sembra farina calda
che diventa pane nella mia stanza. […]

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Valer la pena”

 traduzione di Laura Branchini


Succederà

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Quando anima e spirito

e corpo sapranno,

e la luna sarà bella perché io la amai

ed il mondo sarà appeso al filo

della memoria e

sanguinerà la luce dietro

il bagno della sua grazia,

obbligheremo il futuro

a ritornare ancora. Allora

tutti gli occhi saranno uno

e la parola tornerà a parolare 

contro le sue creature.

Avrà termine l’eternità e questa poesia

cercherà ancora il suo

equipaggio e ciò

che non seppe nominare, tanto lontano.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere”

 traduzione di Laura Branchini

 

 

Juan Gelman, poeta, scrittore e giornalista argentino, è vissuto a lungo in esilio, perchè impegnato nella lotta legale contro il regime di Videla, che negli anni 70, gli uccise il figlio Marcelo e la nuora. Quest’ultima, prima di essere giustiziata, aveva partorito una bambina, che fu data subito in adozione. Gelman iniziò quindi una lunga e difficile ricerca che finì nel 2000, quando il poeta riuscì a rintracciarla in Uruguay. Insieme a lei ha continuato a battersi, per il riconoscimento dei diritti dei familiari dei desaparesidos, fino alla fine. Gran parte della sua poesia trae spunto dalla vicenda biografica e politica che ha attraversato tragicamente la sua storia. Il suo stile è caratterizzato da una originale libertà idiomatica , neologismi,  inversioni sintattiche e semantiche…


……una scatola inafferrabile

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                                       in memoria di Ana Calabrese*

 

 

 

Avremmo preso il vino del crepuscolo

sedute sul pavimento,

a spiegare il dolore e gli amori letterari  

come una tovaglia: alcuni buchi e colori sicuri.

Due donne espulse dall’idioma, dalla festa,

da un’ostinata latitudine.

Avremmo lasciato che il fiume ci invadesse

(tutti gli amici mi parlarono più del fiume che della tua disperazione).

Pezzetti di sughero, storie di qualcuno

ossessionato dalla libertà dello spirito, resti

di un angelo dipinto su un appendiabiti di legno.

Il tuo suicidio annunciato li portò a rifugiarsi nel bosco

(loro, i lupi, gli amici),

li svuotò di parole.

Strano fiore di ombre cinesi sulla parete,

diventasti una voce e un silenzio contro un fiume.

Una poesia condannata a una scatola inafferrabile.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco

 

 

* Ana Calabrese, poeta argentina nata  nel 1950 e morta suicida nel 1994, era una traduttrice e giornalista letteraria, conosceva poetesse come  Olga Orozco,  Alejandra Pizarnik e Ana Becciú, con le quali strinse un forte rapporto di amicizia. Tradusse diversi drammaturghi e poeti, tra i quali la grande Silvia Plath. In vita pubblicò due raccolte di poesie. Dopo la sua morte, la figlia trovò delle poesie, tante poesie della madre,  andavano dagli anni sessanta fino a poco prima della sua morte. Alcune erano scritte su fogli stropicciati, altre su pagine di quaderno a spirale, altre ancora sul retro di ricette mediche o  su pagine staccate di un’ agenda, con molte cancellature e versioni alternative a lato,  ma tutte sembravano essere state scritte sotto l’urgente necessità di alleviare un peso emotivo del momento.  E tutte erano contenute  in una scatola di latta per biscotti, trovata per caso  “….Una poesia condannata  a una scatola inafferrabile” 


post scriptum

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E non ti ho parlato ancora del

deterioramento della posta in questa oscura provincia

dell’impero.

L’impiegato grugnisce unicamente

sdraiato contro un calendario dell’anno precedente

(uno sfondo eccessivo di fiori, vacche e montagne)

ma adesso si è innamorato delle destinazioni delle mie lettere,

sorride – qualche volta –

e posso scommettere che pensa a me

quando attraversa i ponti diretto al suo cuscino.

Ci si può impadronire dei sogni degli altri

per non morire, si può accettare la vita come una

rappresentazione del desiderio.

Così senza turbolenze, invento false

lettere da scrivere –

esotici mittenti nel mattino che trema –

e quell’uomo e io

torniamo a essere porosi, invincibili,

per un momento.

 

 

Paulina Vinderman, Buenos Aires 1944

da “Escalera de incendio”

traduzione di Emilio Coco


…l’istante rabbrividito dell’alba…

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[…]

Se sono prive di sostanza le cose

e se questa numerosa Buenos Aires

non e’ altro che un sogno

che ergono in condivisa magia le anime,

c’e’ un istante

in cui pericola tumultuosamente il suo essere

ed e’ l’istante rabbrividito dell’alba,

quando sono pochi coloro che sognano il mondo

e soltanto alcuni nottambuli conservano,

cenerina e appena abbozzata,

l’immagine delle strade

che completeranno poi con gli altri.

Ora in cui il sogno pertinace della vita

corre pericolo di rottura,

ora in cui sarebbe facile a Dio

uccidere del tutto la Sua opera!

[…]

 

Jorge Luis Borges

frammento di “Alba” in Tutte le opere vol. II

traduzione D. Porzio


oggi fa male

 

 

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Oggi fa male senza possibile distrazione, nemmeno l’uccellino

che consolava lo consola

né quel che sarà-fu

né le sorgenti

dell’endecasillabo

né premi della tenerezza

né il mondo che va in malora

né le pallottole che lo ferirono

di verità

né la polenta dell’infanzia

né la paura

dell’angolo di strada

né le cicatrici nascoste

in un angolo

né piangere per ciò che non fu

le curve del paesaggio

amato oggi dentro al cuore.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

dal volume  “Hoy”

 traduzione di Laura Branchini

 

 


Contrattempo

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La città, di notte,

piantagione abbandonata.

Abbronzato di mitologia

fa ritorno dalla biblioteca

 

e adesso sa che si può

cadere nel cielo come in un pozzo.

 

Una poesia non ha niente a che vedere

– si dice proprio niente a che vedere con

 

lo spirito, una poesia è un plusvalore,

aspirazione del tutto imprescrittiva.

 

Nel cielo terso come un pdf

il viaggio del poeta e della storia

si sono incrociati nella zona

necrotizzata della lingua,

ciascuno rivelato dall’altro.

 

Edgardo Dobry 

Rosario, Argentina 27 4 1962

da “Contrattempo”

traduzione di Francesco Tarquini

 


A volte la vita

 

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a volte

 

ci guardiamo in silenzio

 

io e la vita

 

a volte duole, duole

 

bianca,

 

lenta

 

sprofonda nella carne

 

come una bottiglia vuota sprofonda nello

 

stagno

 

che la sta riempiendo

 

a volte, in silenzio, piange

 

e qualcosa di sacro luccica nel mondo,

 

in silenzio, riverbera nelle parole.

 

 

Hugo Mujica, Buenos Aires 1942

da Poesie scelte,  Raffaelli editore

 

A volte la vita scivola lenta, pacata, avvolgente. A volte affonda nella carne come cocci di vetro appuntiti.  A volte…..penso che la vita sia qualcosa di  tanto più grande di noi. 

Annamaria S.

 


Penso che in questo preciso istante…

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Penso che in questo preciso istante

chissà non ci sia nessuno nell’universo che pensi a me,

che io sia il solo a pensarmi,

e se morissi adesso,

nessuno, neppure io, resterebbe a pensarmi.

 

E questo è l’inizio dell’abisso,

come quando mi addormento.

Sono il mio proprio sostegno e me lo tolgo.

Contribuisco a rivestire tutto d’assenza.

 

Sarà forse per questo

che pensare a un uomo

sia quasi un modo di salvarlo.

 

Roberto Juarroz, Buenos Aires 5 10 1925 – 31 3 1995  

da Poesía Vertical I, 9. 

traduzione di  Alessandro Prusso  


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