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…ogni morte “senza resa” irrompe per sempre nella memoria collettiva.

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Erano giovani i morti della mia generazione.
Ridevano, colmavano gli spazi,
bruciavano le loro candele,
nemmeno ci pensavano alla morte.
Nel ventre, il seme
nelle volontà, un’utopia.
Nell’ora dell’insolente daga
li sorprese l’odio negli occhi della bestia
Erano giovani i morti.
Poi se ne andarono chissà dove
con tutti i loro semini.
La verità è che mi restano solo
le loro risate quando accendevano le torce
per illuminare i sentieri.
E alla fine: un pozzo profondo d’oblio
un calcestruzzo di farisei
un altro foglio negli scaffali della storia
Loro perseverarono.
Tenaci nella loro morte senza resa
irrompendo per sempre nella memoria.

 

Carmen Yáñez, Santiago del Cile 1952

 

La poesia ricorda i tanti giovani,  vittime del regime violento di Pinochet. La Yáñez  riuscì a salvarsi ma tanti, molti, dopo indicibili torture vennero caricati sugli aerei e buttati in mare. Gli ultimi versi dicono anche che ogni morte “senza resa” irrompe per sempre nella memoria collettiva.

 

 

 


Una vecchia

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No signore. 

Né le rughe che vedi,  né la carne che   cade a pezzi, 

né il sorriso sfigurato,  niente, niente di tutto questo è mio.

Io sono quell’interno  infinito e sempre giovane,  fermamente

convinta di queste mie idee , che non mi lasceranno,

anche se la morte grigia e stupida

minaccia di portare via l’essenza.

Pazza? 

beh sì, pazza,

aggrappata  a tutto: 

alla mia progenie, ai miei antenati, 

alle mie cose,  alla patria,

a quel fluido che scivola

 per questo corpo ogni volta più ossuto,

 sempre più sinistro e assente. 

Morirò così

credendo di contenere in queste mani trasparenti 

l’indole  indomita dentro di me sempre giovane.

 

 

Pablo Jofré,    Santiago del Cile 18 4 1974

da me liberamente tradotta

 


Un giorno ti svegli e…..

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Un giorno ti svegli
e con un po’ di cautela
inizi a toglierti
gli insulti di dosso
come pezzi di corteccia

Ti togli l’ansietà
come fini garze di seta.

Ti strappi il disprezzo
che si è incrostato sulle tue vene.

Ti confronti con lo specchio
come fosse la prima volta.
Vesti il tuo corpo con manti di tenerezza
e perdoni.

Non c’è tempo
per scagliare pietre.

 

Silvia Cuevas Morales

Santiago del Cile, 9 6 1962

traduzione a cura del cctm


Sera in cui raccolgo questa poesia

 

 

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L’onda violenta la roccia

l’impregna con la sua pena salata

l’avvolge tra le sue braccia ferite

bagna il suo desiderio.

Picchia,

bacia, il suo dorso ruvido,

e l’abbandona ogni volta.

Dall’acqua esce la sera

con gli occhi gravidi d’amore.

 

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione di Roberta Bovaia.


Quando tutti se ne andranno…

In un presente di megalopoli anonime, di corse allo spazio alla ricerca di luoghi sempre più vasti dove l’individuo si perde, il poeta canta il senso di sradicamento da un passato semplice,  dove l’unico desiderio è bere un’ultima birra, riempirsi le tasche di lucciole e chiudersi in casa ad ascoltare  dischi di un cantante degli anni 30 mentre tutti se ne andranno su altri pianeti. Che meraviglia! 

 

Quando tutti se ne andranno su altri pianeti ,

rimarrò nella città abbandonata 
bevendo un ultimo bicchiere di birra, 
e poi tornerò nel villaggio dove torno sempre 
come l’ubriaco alla taverna 
e  il ragazzo sull’altalena rotta. 
E nel villaggio non avrò nulla da fare, 
se non  riempire di lucciole le mie tasche 
o camminare lungo le rotaie arrugginite 
o sedermi sul bancone consumato di un magazzino
a parlare con vecchi compagni di scuola. 

Come un ragno che percorre
gli stessi fili della sua rete  
camminerò lentamente per le strade 
invase dalle erbacce 
guardando le piccionaie
che vengono giù, 
fino ad  arrivare a casa mia 
dove mi chiuderò ad ascoltare 
dischi di un cantante degli anni 30
senza preoccuparmi mai  di guardare  
i percorsi infiniti 

tracciati dai missili nello spazio.

 

Jorge Teillier 

Lautaro, 24  6 1935-Viña del Mar, 22 4  1996

da” El àrbol de la memoria”

traduzione mia


La poesia è una sorta di riassunto, più veritiero forse che la narrativa stessa. Rifiuta il fantasioso, il fuori dalla realtà. Amelia Rosselli

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La poesia è la vita vera,

verità che può essere vissuta

nella tranquillità del villaggio

o nel trambusto dei bar,

nella solitudine dei boschi del sud

o delle domeniche solitarie in città

guardando gli ultimi riflessi del sole nei vetri.

 

Jorge Teillier

Lautaro 24 6 1935 -Viña del Mar 22 4 1996

traduzione mia

 


Le ore fugaci

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…Le ore fugaci porteranno
silenziosamente via ciò che amiamo:
il paradiso, l’inferno
che la vita ci  concede.
Proprietà effimere
vissute come eterne,
difese con i denti nel
corso degli anni. Cose
che finiranno nel nulla.
E persino le metafore
che alcune notti
ci hanno fatto credere
che avremmo composto
i versi più belli
che ogni mortale sentirà, finiranno
per rimanere nascosti
nelle lettere scolorite
che oggi conserviamo con tanto zelo….

 

Herme G. Donis,  Villalón de Campos (Valladolid) 1951

traduzione mia

 

 


Amo i vecchi poeti

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Amo i vecchi poeti
che ci parlano di porti diversi
e di bar singolari,
di pianole dall’alto delle alte
muraglie e voci di paesi lontani
tra bicchieri di rum,
birre spumeggianti
e una pugnalata ben assestata.

Questi poeti tornano sui loro passi
e hanno il compito di darci un mare
di vecchie litografie.

Eppure è affascinante viaggiare
verso quei porti
dove i bar diventano
gli azzurri pontili della nostalgia.

 

Marino Muñoz Lagos

Mulchén 19 luglio 1925 – Punta Arenas, 15 4 2017


Poesie senza nome

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XVII

C’è qualcosa di molto sottile e molto profondo nel voltarsi a

guardare la strada percorsa … La strada dove, senza lasciare

traccia, si è lasciata la vita intera.

 

Dulce María Loynaz

L’Avana, 10  12  1902 – L’Avana, 27  4  1997

da “Poemas sin nombre”

trduzione mia

 

 

 

 


Può esistere qualcosa prima della neve?

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Può esistere qualcosa prima della neve?
Prima di quella purezza implacabile,
implacabile come il messaggio di un mondo
che non amiamo, ma cui apparteniamo
e che si intuisce in quel suono
tuttavia fratello del silenzio.
Quali dita ti fanno cadere,
polverizzato scheletro di petali?
Cenere di un cielo antico
che fa restare solo davanti al fuoco
ascoltando i passi dell’amico che se ne andò,
eco di parole che non ricordiamo,
ma che ci fanno male, come se le stessimo pronunciando di nuovo.
E può esistere qualcosa dopo la neve?
Qualcosa dopo
l’ultimo sguardo del cieco al pallore del sole,
qualcosa dopo
che il bimbo malato dimentica di guardare il nuovo mattino,
o meglio ancora, dopo aver dormito come un convalescente
con la testa sulla gonna
di colei che a volte si ama.
Chi sei, neve notturna,
fugace, disciolta primavera che sopravvive sul ciliegio?
O che importa chi sei?
Per guardare la neve di notte bisogna chiudere gli occhi,
non ricordare nulla, non chiedere nulla,
scomparire, scivolare come lei nel visibile silenzio.

 

Jorge Teillier

Lautaro (Cile) 24 giugno 1935 –  Viña del Mar (Cile) 22 aprile 1996


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