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Tanta vita camminata!

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Una se ne sta tranquilla
in un alberghetto di Saint-Maló
la costa smeraldo di antichi corsari
davanti al mare, insomma, esposta.
E di colpo batte il Pacifico splendido
la brezza alimentata di eucalipti
sulla riva di un ricordo indelebile
dove albergò la piccola felicità
che regge le vertebre della vita.
Dove si conserva il mare che ci apparterrà per sempre?
In quale organo si occulta dopo tanti viaggi?
In quale viscera ulula la bestia dei ricordi?
L’infanzia che sgorga tra le onde
dalla finestra di un esilio che incessantemente ci avvolge
con le sue piccole mani ora.
Sassolini che raccoglievo con tutto quello che trovavo
nelle piccole tasche rotte.
Una se ne sta tranquilla
a camminare sulla sabbia,
ma le scarpe rallentano col loro peso.
Tanta vita camminata!
Anche se i piedi vogliono staccarsi da terra
confondersi con il blu.
E in fondo uno sa
che tutto è illusione
il qui e il là nel corpo.
L’unica verità è il dolore,
il taglio fastidioso
che ha fatto il filo di un ciottolo nella scarpa sinistra,
il tallone ferito che impedisce talora di avanzare
che va e viene
come l’onda che morde
malgrado la sua bellezza implacabile.

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia


Ti ricordo come eri nell’ultimo autunno…

 

Ti ricordo come eri nell’ultimo autunno.
Eri il berretto grigio e il cuore in calma.
Nei tuoi occhi lottavano le fiamme del crepuscolo.
E le foglie cadevano nell’acqua della tua anima.Stretta alle mie braccia come un rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e in calma.
Fuoco di stupore in cui la mia sete ardeva.
Dolce giaciglio azzurro attorto alla mia anima.

Sento viaggiare i tuoi occhi edè distante l’autunno:
berretto grigio, voce d’uccello e cuore di casa
verso cui emigravano i miei profondi aneliti
e cadevano i miei baci allegri come brage.

Cielo da un naviglio. Campo dalle colline:
il tuo ricordo è di luce, di fumo, di stagno in calma!
Oltre i tuoi occhi ardevano i crepuscoli.
Foglie secche d’autunno giravano nella tua anima.

Pablo Neruda
da “Venti poesie d’amore” VI


Al mio partito

Good bye Lenin

 

 

XXVII

Mi hai dato la fraternità verso chi non conosco

Mi hai aggiunto la forza di tutti quelli che vivono

Mi hai ridato la patria come una nuova nascita

Mi hai dato la libertà che non ha il solitario

Mi hai insegnato ad accendere la bontà come il fuoco

Mi hai impresso la dirittura che occorre all’albero

Mi hai insegnato a vedere l’unità e la differenza tra gli uomini

Mi hai mostrato come il dolore di uno muore nella vittoria di tutti

Mi hai insegnato a dormire sui duri giacigli dei miei fratelli

Mi hai fatto costruire sulla realtà come sopra una roccia

Mi hai reso nemico del malvagio e muro contro il folle

Mi hai fatto vedere la chiarezza del mondo e la possibilità della gioia

Mi hai reso indistruttibile perché con te non finisco in me stesso.

 

Pablo Neruda

Parral, Cile 12 7 1904 – Santiago del Cile 23 9 1973

da “Yo soy” (Io sono) in Canto general

traduzione di Dario Puccini

 

 

Il Canto General si chiude con un canto alla Poesia “…comune libro d’uomo, pane aperto”

Ma il Canto General rappresenta soprattutto il sogno politico e sociale di Neruda, così la penultima lirica dal titolo “Al mio partito” è un omaggio a un ideale, a una visione del mondo dove politica e poesia si fondono.

Nel rileggerlo dopo quarant’anni (comprai questo libro nell’edizione di Sansoni del 1967, di seconda mano) ho sentito un tonfo al cuore, come quando si incontra un vecchio amore mai dimenticato. Sì mi sono commossa e  subito dopo un groppo alla gola come quando il sentimento di ciò che è passato,  tocca il punto esatto della nostalgia. Mi sono commossa. Forse  per il triste sentimento delle cose che passano? Forse. Per il rimpianto di  una delle stagioni più belle della mia vita? Forse.  Eppure, ho pensato, sarebbe bello che ancora nascesse un partito che indicasse a tanti giovani la rotta del proprio cammino all’interno di principi. In un mondo senza più carte né coordinate, sarebbe bello un partito che  restituisse,  a chi non ha voce,  la parola e la speranza.

Annamaria Sessa


In una stazione del metrò

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Sventurati quelli che hanno scorto
una ragazza nel metrò
e si sono innamorati di colpo
e l’hanno seguita impazziti
e l’hanno persa per sempre tra la folla
Perché saranno condannati
a vagare senza meta per le stazioni
e a piangere sulle canzoni d’amore
che i musicisti ambulanti intonano nei tunnel
E forse l’amore non è che questo:
una donna o un uomo che scende da un vagone
in una stazione del metrò
e brilla per pochi secondi
e si perde senza nome nella sera.

 

Óscar Hahn
Iquique, Cile 5 luglio 1938


Domenica di sole

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Quando il sole ci batte addosso è giorno festivo
Abbiamo conservato per tanti secoli i sorrisi
che nelle domeniche di sole
essi s’allargano come uccelli che spiccano il volo
e rimangono lì, fissi, volteggiando
senza pensare a nulla, come vuoti gusci di uovo.
Bambini anche gli occhi
non smettono di sorridere
quando il cielo s’apre e diventa una finestra
da dove passano un’aria e una luce
che arrivano giù direttamente dal cielo.
Sorride tutta la foto cantando i nostri nomi
e il sorriso è aria
il sorriso è volo
e persino la vita si trasforma in un giorno di festa
con la camicia bianca e ben stirata
come pregando qualcuno
affinché le domeniche di sole
siano il nostro pane quotidiano.

CARLOS TRUJILLO. Castro, Cile 1950
da “Nulla resta indietro” 2007*

*il libro “Nulla resta indietro” è il frutto del lavoro congiunto del poeta Trujillo e del fotografo Milton Rogovin, un libro in cui il poeta ed il fotografo raccontano una terra, un popolo, i suoi costumi, anche attraverso le trasformazioni che il tempo ha apportato ai luoghi, ai volti…
Parole e immagini dunque, come in un libro del 1966 in cui le fotografie di Rogovin e una scelta di poesie di Pablo Neruda raccontano il Cile di quegli anni.
Parole e immagini…..
“Vanno la fotografia alla parola
e la parola alla fotografia
come l’anfora all’acqua..” così Trujillo in una delle poesie del libro

(la foto di Rogovin ritrae una famiglia cilena in una giornata di festa, inondata dal sole)


L’ordine delle cose

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L’albero del susino,
laggiù le gardenie a sinistra,
più in là il blù.
Il mare.
Dove, amore,
metteremo il mare?
Gli anni in quaderni gialli
e la risata dorata quando badiamo ai gatti.
In quale cofanetto dell’inverno
metteremo il temporale?
In solaio le ore della tua assenza.
Gli allori, i gerani,
la menta ai piedi
di questa promessa.
Vedrai
com’è imprevedibile la terra, amore,
se solo esisti.

Carmen Yanez
Santiago del Cile 1952

Quando ho letto questa poesia mi sono venute in mente le scatole di Cornell, opere create con la tecnica del collage, un collage scultoreo o a tre dimensioni.qui e qui le ho già citate.
Joseph Cornell, artista eclettico americano della prima metà del secolo scorso, costruisce delle scatole su misura nelle quali racchiude oggetti stravaganti ma anche ordinari, raccolti durante i suoi viaggi: fotografie, animali, copie di vecchi film, pipe, un bicchiere con un uovo, bussole, cucchiai, carte di viaggi e molto altro ancora. Alla fine ogni scatola diventa un mondo in miniatura, fatto di frammenti di una storia che l’autore ricompone attraverso le cose, le innumerevoli cose che, mute, fanno parte delle nostre vite.
E se si potesse avere una “scatola” dove conservare, per esempio, quel momento lì, sì proprio quello, che era bellissimo solo mentre lo vivevi? quel brivido lungo la schiena ? i baci di tua madre? il senso d’immortalità quando hai messo al mondo un figlio? un dolore indimenticabile e tuttavia dimenticato? un pensiero irripetibile? il riso, il pianto e le ore in cui siamo stati quello che non siamo più?

Annamaria Sessa


Vorrei ritornare alla mia giovinezza e appollaiarmi di nuovo sul ramo di un albero insieme al mio amico poeta, e come quella volta indimenticabile vorrei dedurre dal molto che non sappiamo quel poco di prezioso che sappiamo [………] Alejandro Jodorowsky


Piove….

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PIOGGIA
Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca e affretti
il passo. Come se queste squallide nuvole piangessero?
Impossibile. Ma allora, da dove questa rabbia,
questa disperazione che ci condurrà tutti al diavolo?
La natura nasconde alcuni suoi disegni
nel Mistero, il suo fratellastro. Così questa sera
che consideri simile a una sera da fine del mondo
molto prima di quanto credi ti sembrerà soltanto
una sera malinconica, una sera di solitudine persa
nella memoria: lo specchio della Natura. Oppure
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né i tuoi passi
che risuonano lungo la scogliera hanno importanza.
Ora puoi piangere e lasciare che la tua immagine svanisca
nei parabrezza delle auto ferme
sul lungomare. Però non puoi perderti.

Roberto Bolaño Ávalos
(Santiago del Cile, 28 aprile 1953 – Barcellona, 14 luglio 2003)
da: I cani romantici


…io sollevo la mia coppa.

 

Ultimo brindisi

Che lo vogliamo o no
abbiamo solo tre alternative:
ieri, il presente, e domani.

E neppure poi tre
perché come dice il filosofo
ieri è ieri
ci appartiene solo nel ricordo:
alla rosa che ha perso le foglie
non puoi levarle un altro petalo.

Le carte da giocare
sono solo due:
il presente e il giorno di domani.

E neppure due
perché è un fatto ben stabilito
che il presente non esiste
se non nella misura in cui si fa passato
e già passò…
come la gioventù.

Riassumendo
ci resta solo il domani:
io sollevo la mia coppa
per questo giorno che non arriva mai
che però è l’unico
di cui realmente disponiamo.

Nicanor Parra Sandoval

San Fabián de Alico, Cile 15 11 1914 – Las Cruchas, Cile 23 1 2018

 

Ieri è morto Nicanor Parra, di lui  e dell'”antipoesia” mi è già capitato di scriverne  qui  https://iraida2.wordpress.com/tag/nicanor-parra/

Ironico, dissacratore dell’idea di poeta “vate”, anche nei versi che seguono non sembra prendersi sul serio mentre si interroga sul concetto più relativo ed opinabile che esista  al mondo, il tempo e la percezione che ne ha l’essere umano.  Beffardo e sarcastico, ho l’impressione che voglia ridicolizzare la  poetica tradizionale che su questo argomento ha versato fiumi di inchiostro.

Il suo ragionamento, ad ogni modo,  non fa una grinza  ma quanti di noi sono d’accordo?


La “gravità” della vita, la “levità” della poesia.

 

Parlavo con un amico, ci chiedevamo :  “a che serve la poesia?” “sarà vero che i poeti sono inutili?” nel senso  “ se e quanto incidono su ciò che accade ”  “può una poesia modificare gli eventi della storia?”. Lo stesso amico mi ha consigliato un libro di  Nicanor  Parra “Antipoesie”.
Poeta cileno,  Parra, classe 1914, laureato in fisica quantistica e matematica  e   fratello di Violeta,  famosa  per la bellissima Gracias a la vida , con ironia e sarcasmo cerca di dissacrare la migliore tradizione della poesia latino-americana (Neruda, Mistral..) e, convinto che la poesia debba ripudiare i toni alti per quelli popolari e quotidiani,  si sente più vicino a  Eliot, Pound, Whitman. Il poeta non  più “vate”o “semidio” insomma,  ma individuo  irriverente,  anche nei confronti della morte o della religione.
La capacità di raccontare la realtà nelle sue pieghe, spesso drammatiche, con “leggerezza”,  che non è superficialità o inconsapevolezza ma  distacco, “disincanto” quasi,  è una prerogativa della Poesia. Un mio amico poeta dice che la poesia  “non può cambiare il mondo. Ma almeno può alleviare la nostra sofferenza e accrescere la nostra gioia di esser-ci”. E  comunque, se disegni delle linee su un vetro appannato, non ti chiedi perché, non ti importa a che serve, il dito scivola inseguendo un pensiero e questo ti rende felice per  il tempo che impiega quel segno ad evaporare.

Padre nostro

Padre nostro che sei nei cieli
pieno di ogni genere di problemi
con l’espressione corrucciata
come se fossi una persona qualunque
non pensare più a noi.

Capiamo che tu soffra
perché non riesci a mettere le cose a posto.

Sappiamo che il Demonio non ti lascia tranquillo
distruggendo tutto quel che costruisci.

Lui ride di te
ma noi piangiamo con te.

Padre nostro che sei dove sei,
circondato da angeli sleali,

sinceramente
non soffrire oltre per noi.

Devi capire
che gli dei non sono infallibili
e che noi sappiamo perdonare tutto.

Nicanor Parra Sandoval
(San Fabián de Alico,Cile 15 settembre 1914)

                                


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