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Potrebbe essere anche

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Un bar. Di notte, è evidente.
Potrebbe essere anche un cabaret, o un teatro.
Musica di pianoforte. O un bandoneón. Chissà una chitarra.
Forse, pure, una canzone. Dipende:
un tango, un bolero, una nostalgia greca,
qualcosa di impalpabile, come un blues, irraggiungibile
come le cosce di questa ragazza di Venezia
che ti guarda dal fondo del tuo bicchiere.
Ricordare, quando uno è o sta solo, fa più male
che immaginare: questo è quello che vogliamo dimostrare.
Il microfono amplifica la vera voce, l’assenza:
si tratta del viaggio a una donna come a una città
alla quale non si giunge da invisibile, da lontano.
E se uno giungesse e stesse lì, in lei,
si tratterebbe, con questa musica, di una separazione
che sarà per sempre, come sempre.
A chi dare la colpa? Sono destino il paese
che non avesti, la donna in cui non entrasti?
Una compagnia – qualsiasi–, più o meno coniugale,
o da poco incontrata, dico più o meno duratura,
mai l’amata non cercata, mai la presentita,
distruggerebbe questa sensazione agrodolce o dolceamara
di ciò che non è, ciò che non fu, senza che importi
la voce o il volto che le appartengono,
né l’età che le sue gambe sostengono:
ciò che non può essere perché se fosse non sarebbe.
E in fondo, farebbe male che non facesse male.
Persino che non facesse male più di quanto fa male.

 

Jorge Enrique Adoum,

 Ambato, Ecuador 1926

traduzione Raffaella Marzano


Ciò che poteva essere e non è…..

Ci fissiamo attraverso i vetri delle porte automatiche che, un attimo prima del suo arrivo, si sono chiuse e sulle quali ora lui tiene incollate le palme, come a trattenere il treno che inesorabilmente si muove. Inclino la testa e guardo lo sconosciuto, mentre sul marciapiede della metro fa un mezzo giro sui piedi, posa una mano su un fianco e l’altra dietro la nuca. Partito, perduto! Ancora una volta l’ha delusa. Non serviranno fiori a rimediare silenzi e assenze. Il convoglio sfreccia nel buio della galleria, a quest’ora lei avrà ormai preso l’aereo e la sua decisione. Stretto nell’impermeabile bianco, risale lungo le scale mobili, si ferma al bar per un caffè. Fuori, un ragazzo con cento piercing, percuote uno strano strumento che sembra una padella. Il suono che produce è celestiale. Tornerà a casa, mangerà un panino, penserà che nessun treno sarà lo stesso di quello che ha perduto, penserà a quello che poteva essere e non è. Ma non si chiederà se quell’angoscia nel petto che dirada, è calma ritrovata o coraggio assopito.

Annamaria Sessa

POTREBBE ESSERE ANCHE

Un bar. Di notte, è evidente.
Potrebbe essere anche un cabaret, o un teatro.
Musica di pianoforte. O un bandoneón. Chissà una chitarra.
Forse, pure, una canzone. Dipende:
un tango, un bolero, una nostalgia greca,
qualcosa di impalpabile, come un blues, irraggiungibile
come le cosce di questa ragazza di Venezia
che ti guarda dal fondo del tuo bicchiere.
Ricordare, quando uno è o sta solo, fa più male
che immaginare: questo è quello che vogliamo dimostrare.
Il microfono amplifica la vera voce, l’assenza:
si tratta del viaggio a una donna come a una città
alla quale non si giunge da invisibile, da lontano.
E se uno giungesse e stesse lì, in lei,
si tratterebbe, con questa musica, di una separazione
che sarà per sempre, come sempre.
A chi dare la colpa? Sono destino il paese
che non avesti, la donna in cui non entrasti?
Una compagnia – qualsiasi–, più o meno coniugale,
o da poco incontrata, dico più o meno duratura,
mai l’amata non cercata, mai la presentita,
distruggerebbe questa sensazione agrodolce o dolceamara
di ciò che non è, ciò che non fu, senza che importi
la voce o il volto che le appartengono,
né l’età che le sue gambe sostengono:
ciò che non può essere perché se fosse non sarebbe.
E in fondo, farebbe male che non facesse male.
Persino che non facesse male più di quanto fa male.

 

Jorge Enrique Adoum
(Ambato, Ecuador 1926)


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