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Lamenti di un Icaro

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Gli amanti delle prostitute
sono allegri, gagliardi e ben pasciuti;
quanto a me, ho le braccia a pezzi
a forza di abbracciare nuvole!

È grazie agli incomparabili astri
che ardono nel profondo del cielo
che i miei occhi consunti
non vedono che ricordi di soli.

Vanamente ho preteso di trovare
la fine e il centro dello spazio!
Sento che la mia ala si spezza
sotto non so che occhio di fuoco!

e arso dall’amore del bello,
non avrò l’onore supremo
di dare il mio nome all’abisso
che mi servirà da tomba.

 

Charles Baudelaire

da Poesie aggiunte alla terza edizione di “I fiori del male”

 


Esame di mezzanotte

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La pendola, suonando mezzanotte,

ci porta ironicamente

a ricordare quale uso

facemmo del giorno che fugge:

Oggi, data fatidica,

venerdì tredici, abbiamo,

ad onta di tutto ciò che sappiamo,

vissuto da eretici.

Abbiamo bestemmiato Gesù,

il più incontestabile degli dei.

Come un parassita

a tavola di qualche mostruoso Creso,

abbiamo, per far piacere al bruto,

degno vassallo dei Demòni,

insultato quel che amiamo,

adulato quel che ci ripugna;

servili carnefici, abbiamo rattristato

il debole a torto disprezzato;

salutato l’enorme Stupidità dalla testa di toro; baciato

la stupida Materia devotamente,

e benedetto della putrefazione la tremula fiammella.

Infine, per annegare la vertigine nel delirio,

noi, sacerdoti orgogliosi della Lira –

la cui gloria è dispiegare

l’ebbrezza  delle cose funebri –

abbiamo bevuto senza sete, mangiato senza fame…!  

Su, spegniamo quella luce,

nascondiamoci nel buio!

 

Charles Baudelaire

da Poesie aggiunte alla terza edizione di “I fiori del male”

traduzione di Massimo Colesanti


….heureux comme avec une femme!

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Nelle azzurre sere d’estate, io andrò per i sentieri,

punzecchiato dal grano, a pestare l’erba minuta:

sognatore, io ne sentirò la frescura ai piedi.

Io lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.

Io non parlerò, io non penserò a nulla:

ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,

e io andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,

nella Natura,  felice come se fossi con una donna.

 

Arthur Rimbaud

Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891

 

 


… questo mondo non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…

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E guarda questi occhi!

Gli occhi sono l’enigma del mondo. Perché è uno sguardo ciò che vedi in questa vita che tieni tra le mani, cominciando a chiederti quel che ne farai, sì, renderle la libertà, ma innanzitutto cos’altro?
Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923
da “La bestia spaventata” in “L’ora presente”

 

Forse, davvero, non abbiamo abbastanza parole (… questo mondo che non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…) per esprimere ciò che sentiamo o cogliamo talvolta col nostro intuito? (Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.)
Le citazioni sono tratte dallo stesso racconto, in forma di prosa poetica, “La bestia spaventata”


Gli zingari che stiamo diventando

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Zingari in viaggio

La tribù profetica dalle pupille ardenti,
ieri s’è messa in viaggio caricandosi i piccoli
sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti
il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti
di fianco ai carrozzoni dove i loro si rannicchiano,
volgendo al cielo gli occhi appesantiti
dall’oscuro rimpianto di non aver speranze.

Dalla sabbia del suo rifugio il grillo,
vedendoli passare, moltiplica il suo canto
Cibele, che li ama, stende tappeti erbosi

fa fiorire il deserto e zampillare la roccia
innanzi a quei viandanti ai quali si spalanca
l’impero familiare delle tenebre future.

Charles Baudelaire, Parigi 9 4 1821 – Parigi 31 8 1867
da “Les fleurs du mal”

Bella questa poesia, Baudelaire augurava agli zingari che nel loro viaggio, il deserto dissetasse la loro sete perché, come il passato, ancora doloroso sarebbe stato il loro futuro.
Dalle zone più povere del pianeta è in atto un esodo epocale e anche dai paesi cosiddetti sviluppati, l’Italia per esempio, i tassi elevati di disoccupazione costringono a partire, a spostarsi altrove in cerca di un futuro.
E così stiamo diventando tutti “zingari in viaggio” in cammino verso un futuro che ci è ignoto, verso “tenebre future”


Poesia è dare alle parole la loro capacità di descrivere la pienezza delle cose, la loro luce, la loro vita. Y.B.

tumblr_nbry9n3KpT1qhoe3vo1_500IL Fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.
Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

 

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Ce qui fut sans lumière, Mercure de France, Paris 1987
trad. Mario Benedetti


Il ricordo è una voce spezzata

 

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Un ricordo

Sembrava molto anziano, quasi un bambino,
se ne andava lentamente, la mano serrata
s’un lembo di stoffa zuppo di fango.
Gli occhi chiusi, però. Ah, creder di ricordarsi

non è forse il peggior degli inganni,
la mano che prende la nostra per perderci?
Mi parve però che sorridesse
già quasi inghiottito dalla notte.

Mi parve? No di certo, mi sbaglio,
il ricordo è una voce spezzata,
lo si sente male, anche chinandosi

E però ascoltiamo, e così a lungo
che talora la vita passa. E la morte
già nega ogni metafora.

 

Yves Bonnefoy,

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente” trad. Fabio Scotto


Ancora una fotografia

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Chi è che si stupisce, che si chiede

se deve riconoscersi in questa immagine?

Deve essere estate, e un giardino

in cui cinque o sei persone sono riunite.

******

Ed era quando, e dove, e dopo cosa?

Questi, chi furono, gli uni per gli altri?

E poi, se ne preoccupavano? Indifferenti

come già la loro morte chiedeva loro d’essere.

******

Ma questo, che guarda quest’altro

pur se intimorito! Strano fiore

questo frammento di fotografia!

******

L’essere cresce a caso nelle vie. Un’erba povera

che lotta tra le facciate e il marciapiede.

E questi rari passanti, già delle ombre.

*******

Yves Bonnefoy, 

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente” trad. Fabio Scotto

.

Nella sezione a cui appartiene questa poesia, Cancellare oltre, Bonnefoy insiste sul rapporto tra poesia e forma, e poesia e immagine.
In fotografia, uno scatto cattura per sempre un attimo irripetibile, la forma imprigiona la vita in una fissità che, però, non è in grado di spiegare tutta la realtà. Nelle prime due quartine di questo sonetto, si susseguono domande senza risposte. Le persone ritratte, alla fine, sono “ombre”. La vita non può stare nella forma, come la poesia.
Tuttavia per Bonnefoy cultore di Petrarca e Shakespeare,  il sonetto è la forma assoluta di concisione, il poeta è portato a cesellare, eliminare parole e suoni, a sottrarre più che aggiungere, per arrivare all’espressione pura della poesia: parole che si avvicinino all’essenza primigenia del mondo, della vita, dell’uomo.
.


Il banco d’ocra

lucciole

Tornavamo alle strade
per terre d’ombra e rampe di sangue.
Il timone dell’amore non ci sorpassava,
non ci precedeva più.
Aperta la tua mano,
me ne hai mostrato le linee:
vi sorgeva la notte.
Vi ho deposto una minuscola lucciola
affinché brillasse sul solco della vita:
anni di rinunce s’illuminarono di colpo
sotto quella lampada vivente
infatuata di noi.

René Char,
L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 6 1907 – Parigi, 19 2 1988
da “La biblioteca è in fiamme” 1955
Trad. Francesco Marotta

Leggo, a volte, delle poesie il cui senso non subito e sempre comprendo. Eppure le sento risuonare dentro, mentre mi parlano dell’essere umano, delle sue ansie, le sue passioni, le sue speranze. E così credo che avesse ragione il poeta Antonio Gamoneda: a chi, una volta, gli aveva chiesto il significato di un certo verso di una sua poesia, rispose ”Quello che hai capito tu, quello vuol dire”


Che cosa curiosa il passato!

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Quando tu avrai un passato,
Yvonne, ti accorgerai che cosa
curiosa che è. Prima di tutto, ce
ne sono angoli interi, di frane:
dove non c’è più niente. Altrove
erbacce che sono cresciute a
casaccio, e non ci si capisce più
niente neppure lì. E poi ci sono
posti che ci sembrano così belli
che uno se li rivernicia tutti
gli anni, una volta d’un colore, una
volta d’un altro. E lì la cosa
finisce per non somigliare più per
niente a quella che era. Senza
contare quello che uno ha creduto
molto semplicemente e senza
mistero quando è successo, e che
poi anni dopo si scopre che non
è tanto chiaro come sembrava,
così come alle volte tu passi tutti
i giorni davanti a un affare
qualunque senza farci caso e poi
tutt’a un tratto te ne accorgi.

 

Raymond Queneau
Le Havre, 21 febbraio 1903 – Parigi, 25 ottobre 1976


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