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Buio di Chaidari

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Ricco fogliame, pochissime luci,
giardini ben tenuti e cortili segreti:
le buganvillee, le rose…
…ai due che appoggiano
la motoretta sul muro e si scambiano
baci nel buio ogni cosa appare
vietata, e piu’ di tutto l’ amore.

 

Sotirios Pastakas,  Larissa (Tessaglia) 1954

da “L’apprendimento del respiro”

traduzione di Crescenzio Sangiglio

 


In un giorno cosi’ perfino io avrei scritto poesie…..

 

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“In un giorno cosi’ dice “perfino io

avrei scritto poesie: ricco di chiaroscuri

e nell’ ideale temperatura di tredici gradi,

mentre si svolge in tutta la magnificenza

del film in bianco e nero: colore che si addice

perfettamente alle umane passioni. E dunque una poesia,

sobria e definitiva come una radiografia,

per le promesse e i giuramenti

che abbiamo calpestato, per quanti sono partiti da noi,

per quanti non abbiamo permesso che ci avvicinassero.

Per la comprensione, la compassione, i doni

che nessuno ha offerto e nessuno ha ricevuto.

Una poesia per tutti noi indistintamente

che camminiamo orfani e superbi,

ognuno avvolto nel suo trasparente mito,

un giorno come questo,  e ci perdona ogni cosa

il mese di novembre!’

 

Sotirios Pastakas,  Larissa (Tessaglia) 1954

“L’apprendimento del respiro”

traduzione di Crescenzio Sangiglio

 


Dal cassetto

 

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Volevo appenderla a un muro della stanza.

Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.

Non la metto in un quadro questa foto.

Dovevo conservarla con più cura.

Queste le labbra, questo il viso…

ah, per un giorno solo, per un’ora

solo tornasse quel passato.

Non la metto in un quadro questa foto.

Mi fa soffrire vederla così guasta.

Del resto, se anche non fosse guasta,

che fastidio badare a non tradirmi…

una parola, o il tono della voce…

se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

 

Konstantinos Kavafis

Alessandria d’Egitto  29 4 1863 –  Alessandria d’Egitto 29 4 1933


Là accado

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Trasgressione

Mi espando e vivo
illegalmente
in aree che gli altri
non riconoscono reali.
Là mi fermo ed espongo
il mio mondo perseguitato,
là lo riproduco
con amarezza ribelle,
là lo affido
a un sole
senza forma, senza luce,
immobile,
personale.
Là accado.

A volte però
tutto questo s’arresta.
E mi restringo,
a forza rientro
(rassicurante)
nell’area ammessa
e legale,
nell’amarezza terrena.
E mi smentisco.

 

Kikì Dimoula, Atene 6 6 1931


L’Odissea delle donne

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13.
Lei vegliava fino alla vetta
delle ombre e l’oscurità non lasciava
nemmeno una nota in più
della sua parte di chiarore.

L’infinito lo trascorreva
dipanando la storia
con il viso rivolto all’alba
e lui tornava sempre:
bambino dispotico
privo del suo sogno.

***
40.
Seduta sulla matassa del sogno
sta Penelope con il grembo cavo
seminando gli sguardi:
non precipita nella ferita del tempo
nell’isola devastata
o nel pozzo oscuro dei passi assenti.

Nel suo sorriso accerchiato da barche
sta un faro insanguinato:
non il taglio che canta il cieco
e dà gioia al telaio in spiaggia.

Sarà la ferita che duole
preistoria del sogno
che fa cadere a intervalli di rime
la sua sorda, chiassosa prigioniera:
la ferita che non sarà poesia
perché Ulisse non c’è
ed è già arrivato.

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse….riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità…. è necessario capire i contrasti tra il viaggio maschile e quello femminile…..i viaggi femminili hanno una struttura che esprime questi contrasti perchè le donne, a differenza degli uomini, lottano per definire il senso dell’esperienza umana come coscienza invece di conquista […] da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

Nel documento da cui è tratto il brano, in realtà, la Gentile cita, oltre a Juana Rosa Pita, anche altre scrttrici latino-americane contemporanne, le quali propongono una Penelope che non aspetta più Ulisse, perchè nel caos del nostro mondo, altri e più dolorosi sono gli addii, i ritorni e gli esìli delle donne.

 

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Penelope

 

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano

 

i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:

 

la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,

 

appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,

 

ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,

 

per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,

 

venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,

 

per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia

 

guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse

 

i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,

 

sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo

 

riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto

 

con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,

 

quella notte del ritorno, finirono in nera cenere

volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

 

Jannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)

 

 

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Penelope

 

All’inizio, guardavo la strada

sperando di vederlo arrivare

camminando disinvolto tra gli ulivi,

un fischio al cane

che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.

Sei mesi di questa storia

poi ho capito che passavano giornate intere

senza che me ne rendessi conto.

Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,

invece mi ritrovai l’industria di una vita.

ricamai una ragazza

sotto una sola stella – punto a croce, seta argento

che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.

Per l’erba scelsi tre toni di verde;

un rosa antico, un grigio ombra

per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.

L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda

spuntava dalla terra bruna.

Nell’ombra

avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio

col ragazzo-eroe

e mi smarrii del tutto

in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;

poi guardai lui salpare

nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,

a disturbare la mia pace,

presi tempo.

misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,

facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.

Sapevo a che ora della sera la luna

cominciava a sfilacciarsi,

la rammendai.

Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago

a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.

Lo ingannai. Mi stavo disegnando

il sorriso di una donna al centro

del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,

e certamente non in attesa,

quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.

Inumidii il mio filo scarlatto

e ancora una volta infilai il centro della cruna

 

Carol Ann Duffy,    Glasgow, Regno Unito  23 dicembre 1955


Gli occhi di Margherita

 

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Nei tuoi occhi ho trovato i libri che non ho scritto:
pianure, città, boschi, orizzonti, canali.
Le montagne imperiali della terra ho trovato,
coi tramonti e le nuvole purpuree. I grandi viaggi
che non ho fatto li ho trovati nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato gli amici sorridenti
che mi rubò la terra, l’erba, la neve, il buio.
Le frasi che mi direbbero, le ho trovate nei tuoi occhi.
Le croci non confitte in terra a battaglia finita,
lunghe file di anonime croci, da ogni parte,
croci di tutti i popoli, le ho trovate nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato la fine della guerra.
Sole e uccelli sui rami! Il mio mondo infantile
coi suoi disegni d’oro l’ho trovato nei tuoi occhi.
Ho trovato le tristi colline della patria
che si ergevano mute quasi udissero la mia voce.
Arrivo! Al mio urlo «Arrivo», il fremito leggero
degli umili corbezzoli, l’ho trovato nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato le notti che scorrevano immensi fiumi di
silenzio, come al tempo dei miei sei anni.
La luce astrale della pena l’ho trovata nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi ho trovato la gente che mi ricordava
e ilmondo dell’infanzia che mi chiamava a nome.
La tenda della giustizia, la bontà che faceva cenno
ai monti di accostarsi, l’ho trovata nei tuoi occhi.
Ho trovato l’eternità del sole rinnovata.
L’erba, le stelle, l’alba. Mia madre vestita di bianco
come la Pace, l’ho trovata nei tuoi occhi.
Fosse tutto più semplice quaggiù, come il «buongiorno»
e la «buonanotte», o la luce all’ alba sopra i vetri,
fosse tutto più semplice quaggiù, noi in questo mondo
avremmo una casa infinita. Saremmo angeli.
un mio lamento eterno l’ho trovato nei tuoi occhi.

 

Nikiforos Vrettakos. Sparta 1911 – Atene 1991
da “Il libro di Margherita” 1949


Piccola solitudine

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In un angolo del cortile, tra la schiuma di sapone,
alcune rose si sono piegate sotto il peso del loro profumo.
Nessuno ha sentito l’odore di queste rose.
Nessuna solitudine è piccola.

Ghiannis Ritsos
Monemvasia, 1 5 1909 – Atene, 11 11 1990


….in questa notte senza luce di cielo, quiete abbia il mare ed il male senza fine, riposi.

NUOVO DRAMMA DEI MIGRANTI, ANNEGANO DUE DONNE A PANTELLERIA
LAMENTO DI DANAE
Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi[….]

Simonide, Isola di Ceo, 550 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C

Traduzione di S. Quasimodo


μὴ λίην….. “non troppo”

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Cuore, cuore agitato da affanni senza rimedi,
riemergi: attendendo il nemico difenditi opponendogli contro
il petto, e negli scontri coi nemici poniti, saldo,
di fronte a loro;
e quando vinci non ti vantare apertamente,
vinto, non piangere, prostrato nella tua casa,
ma gioisci delle gioie e affliggiti delle sventure

non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.

 

Archiloco
680 a.C. circa – 645 a.C. circa


La morte di Ulisse

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Ritto sull’albero di mezzo, tra grappoli d’uva riccia,
il grande Viaggiatore ascoltava il canto del ritorno;
chiare e vuote le sue pupille, il cuore più leggero –
la vita e la morte un canto, e l’uccello è la nostra mente.
Si guarda intorno, muove le mani, stringe piano i denti,
affonda le mani tra i fichi, le melagrane e l’uva,
e intorno ai suoi lombi si rinfrescano i dodici dèi.
Il corpo intero del grande Giramondo si trasforma in bruma,
la sua goletta di neve, gli amici, i frutti e la memoria
oscillano lentamente come nebbia sul mare, svaniscono come rugiada.
Si dissolve la carne, si offusca lo sguardo, più non batte il cuore;
e la grande mente balza sulla vetta del suo sacro riscatto,
un palpito di ali vuote, e Odisseo, eretto nel vento,
si leva in volo, libero dall’ultima gabbia: la sua libertà.
Come nebbia ogni cosa si dissolve, e solamente un grido
sulle acque calme color notte sta sospeso per un istante:
“Forza, ragazzi, a prora soffia la dolce brezza della morte!”.

 

Da “Odissea”
Nikos Kazantzakis* (Iraklion, 1883 – Friburgo, 1957)

 

 “Oggi nel Vecchio Continente non c’è nessuno che abbia il respiro, l’afflato per scrivere come Omero. L’ultimo grande che l’ha avuto è stato Nikos Kazantzakis, il quale ha scritto il seguito dell’Odissea in 33333 versi” (da un’intervista a Nicola Crocetti)

Non esiste, del poema “Odissea” di Kazantzakis, una traduzione integrale in italiano. Si tratta di un capolavoro di impressionante potenza poetico-espressiva in lingua neoellenica, intessuta di modismi cretesi, lingua pressoché sconosciuta. E’stata, comunque, tradotta in francese, tedesco, coreano, cinese, spagnolo e svedese.
Nicola Crocetti* ha messo in cantiere dal 2010 la traduzione dell’opera in italiano.

*Nicola Crocetti (Patrasso 1940) è grecista, traduttore, giornalista ed editore. Ha tradotto numerose raccolte di poeti greci moderni e contemporanei, tra i quali Kavafis, Elitis, Ritsos, Seferis, Anaghnostakis. Nel 1981 ha fondato la casa editrice Crocetti, specializzata in poesia e narrativa italiana e straniera. Fa parte della giuria del premio internazionale di poesia Attilio Bertolucci ed è commissario Unesco per la Giornata mondiale della poesia –


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