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Poi più avanti vedremo….

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Tra Cirella e Diamante, estate 2013 (foto di Raffaella)

Poi più avanti vedremo.
Pensa se non avessi fatto in tempo
anche quest’estate
a vedere di nuovo la luce sfolgorante
ad avvertire il tocco del sole sul mio corpo
a respirare gli odori freschi o guasti
a gustare sapori pepati e dolceamari
a sentire le cicale fino al profondo della notte
a comprendere i miei cari che amo
a non spazientirmi con chi mi sostiene
a pensare anche a chi ho voluto dimenticare
a trovare amici che vengono da lontano
a lasciar entrare anche altre vite nella mia
a nuotare nel mare caldo
a osservare corpi freschi nudi
a rievocare amori, a sognarne di nuovi
a percepire il cambiamento delle cose.[….]

Titos Patrikios (Atene 1928)


Purchè il cielo sia sbrigliato…

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Ci saranno sempre lettere.
Gli uomini continueranno a
leggere e ad afferrare ancora
la storia per la coda.
Purché le vigne galoppino
e sia sbrigliato il cielo
come lo vogliono i bambini
con galli e aquiloni azzurri bandiere
La festa di Sant’Eraclìto
Il regno di un bimbo

 

Odysseas Elitis: pseudonimo di Odysseus Alepudhelis.
Candia, 2 novembre 1911 – Atene, 18 marzo 1996


“Veniamo da un abisso oscuro; ritorniamo in un abisso oscuro. Lo spazio luminoso che intercorre tra di loro lo chiamiamo vita” N.Kazantzakis


Cammino sul bordo dell’abisso e tremo
due voci dentro di me combattono
La mente:
“Perché perdere noi stessi perseguendo l’impossibile
All’interno del recinto sacro dei nostri cinque sensi, è nostro dovere riconoscere i limiti di uomo”
Ma un’altra voce dentro di me – lo chiamano sesto senso, lo chiamano cuore – resiste e grida:
“No, no, mai riconoscere i limiti dell’uomo
distruggi tutti i confini !
nega qualsiasi cosa i tuoi occhi vedono morire
La morte non esiste”
La mente:
“I miei occhi sono senza speranza e senza illusione
e spaziano su tutte le cose in modo chiaro
La vita è un gioco, uno spettacolo dato dai cinque attori del mio corpo”
Ma il cuore balza su e grida:
“Non ho pesi e contrappesi, non cerco di adattarmi.
Seguo il profondo battito del mio cuore.
Mi chiedo e chiedo di nuovo, battendo il caos:
“Chi pianta noi su questa terra senza chiedere il nostro permesso
Chi ci sradica da questa terra senza chiedere il nostro permesso?”
Io sono un debole, creatura effimera fatta di fango e sogno.
Ma sento tutti i poteri del vorticoso universo dentro di me.
Prima che mi schiaccino, voglio aprire gli occhi per un momento e vederli.
Ho impostato a questo la mia vita, non ha altro scopo.
Voglio trovare una sola giustificazione
che io possa vivere e sopportare questo spettacolo quotidiano terribile
della malattia, della bruttezza, dell’ingiustizia”….

da “Ascetica”
Nikos Kazantzakis. (Iraklion, 1883 – Friburgo, 1957)

Ancora Kazantzakis Qui

Nikos Kazantzakis è il maggior scrittore greco del Novecento.
Autore di romanzi, poesie, testi teatrali e filosofici, ha tradotto
in neogreco l’Iliade e l’Odissea, Platone, la Commedia di Dante,
Il principe di Machiavelli, Nietzsche, Bergson e molto altro ancora.
Ha anche scritto una monumentale prosecuzione dell’Odissea
di Omero, un poema di 33.333 versi, tradotto in cinque
lingue, e di cui è in corso la traduzione in italiano.


Il “mio” istante

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

da “Nuove poesie d’amore”
Titos Patrikios. (Atene 1928)

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…………………….
Tutto, tranne quell’istante
in cui con le dita spostati
dai miei occhi una ciocca di capelli.

Iraida (Annamaria)


Io sono Timandra….

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……………..
La mia vita è stata bella e felice, ma ero piú felice
quando la vita si fermava e l’uomo che amavo da quando
avevo dieci anni si coricava accanto a me con un sorriso
impercettibile sulle labbra.
Allora riuscivo a sentire che la vita non era
piú grande di me.

 

da”Timandra”*

Thòdoros Kallifatidis (Laconia 1938)

traduzione di Nicola Crocetti

* Timandra fu la bellissima etera che dedicò la sua vita ad Alcibiade. Quando l’uomo, che amava da quando aveva dieci anni, morì ne raccolse le ceneri.
Il bellissimo romanzo di Thòdoros Kallifatidis (tradotto da Nicola Crocetti), al di là delle vicende narrate, parla dell’amore, l’unica dimensione nella quale gli umani si sentono all’altezza della Vita e in cui arrivano perfino a pensare di essere immortali.


Banco dei pegni

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Altre donne
scendevano dai quartieri vicini,
si fermavano davanti alle teche di vetro degli usurai,
scambiavano due parole
con qualche esitazione, come avessero un fuoco nelle
tasche.
Lasciavano sul cristallo
certi grandi gioielli di famiglia, offuscati dal tempo,
chilometri di catenine d’oro, orologi guasti a tre casse,
fibbie, braccialetti, anelli. Ne ricavavano poco o nulla
e se ne andavano in fretta verso il mercato del pesce.
Non tornavano mai a riprenderseli;
sapevano già che la vita, con tutti i suoi spaghi, le carte da
imballaggio, le scatole di cartone, le immagini,
è più ricca del proprio ricordo.

da “Il funambolo e la luna”
Ghiannis Ritsos (Monemvasìa 1909 – Atene 1990)


La morte sogna la vita.

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………..
Dorme la Morte, e sogna che esistano uomini vivi,
che s’innalzino case sulla terra, e palazzi e regni,
che vi siano giardini fioriti,
e che alla loro ombra passeggino donne gentili e cantino le schiave.
Sogna che sorga il sole, e che la luna illumini,
che giri la ruota del mondo, e che ogni anno porti erbe e fiori,
e frutti d’ogni sorta, e dolci piogge e neve;
e compia un altro giro rinnovando ancora la terra.
Sorride di nascosto la Morte, lo sa bene ch’è un sogno, vento multicolore,
fantasia della sua mente stanca, e tollera incurante che l’incubo la assilli.
Ma pian piano si rianima la vita, la ruota prende slancio;
la terra apre avida le viscere, penetrano pioggia e sole,
infinite uova si schiudono, la terra brulica di vermi,
muovono folti eserciti di uomini, uccelli, fiere, pensieri
e si avventano per divorare la Morte addormentata.
E una coppia di umani rannicchiata nelle grotte delle sue nari accende
e attizza il fuoco, poi si prepara il pranzo,
e al suo forte labbro sospende la culla del neonato.
Sente un solletico sulle labbra, un formicolio alle nari,
si scuote d’improvviso la Morte, cosi svanisce il sogno;
Nel sonno fulmineo ha avuto un incubo: la vita.

 

Da Odissea libro VI
Nikos Kazantzakis* (Iraklion, 1883 – Friburgo, 1957)

Da “Odissea” libro VI. Traduzione di Nicola Crocetti

“Oggi nel Vecchio Continente non c’è nessuno che abbia il respiro, l’afflato per scrivere come Omero. L’ultimo grande che l’ha avuto è stato Nikos Kazantzakis, il quale ha scritto il seguito dell’Odissea in 33333 versi” (da un’intervista a Nicola Crocetti)

Non esiste, del poema “Odissea” di Kazantzakis, una traduzione integrale in italiano. C’è una versione in inglese.
Nicola Crocetti ha messo in cantiere dal 2010 la traduzione dell’opera.


Ogni mattina


Ogni mattina
cancelliamo i sogni
con cautela costruiamo i discorsi
le nostre vesti sono un nido di ferro
Ogni mattina
salutiamo gli amici di ieri
le notti si dilatano come fisarmoniche
suoni, rimpianti, baci perduti.

(Insignificanti
enumerazioni
nulla, solo parole per gli altri

ma dove finisce la solitudine?)

 

MANOLIS ANAGNOSTAKIS
(Salonicco, 10 marzo 1925 – Atene, 25 giugno 2005)


Anni sprecati?

Oggi leggevo questi versi e,  guardandomi indietro, mi chiedevo quali anni della mia vita potevo ritenere sicuramente “sprecati” . Sì, tempo perduto che avrei potuto impiegare proficuamente, se avessi avuto un pò più di coraggio a fare una scelta piuttosto che un’altra,  a tacere o parlare a seconda della convenienza, a chiudere o aprire una porta, indovinandone il momento… Certo qualche errore si poteva evitare ma, nonostante mi sforzi, non penso  sia possibile  definire “sprecato” ogni tempo trascorso.  Ciò che è stato è qui, adesso, nel  presente  che continua a svolgersi anche grazie al passato, nonostante gli errrori commessi. Iraida

Anni sprecati  di Titos Patrìkios

Venti anni perduti(ma cosa significa averli guadagnati?) F.Pessoa

Tutti noi abbiamo alcuni anni sprecati
chi tre, chi sette, chi di più
ma venti sono un bel cerchio
possiamo avvolgerci il passato
senza il panico che viene
con gli anni perduti di una vita intera.
E poi, cosa significa aver guadagnato
vent’anni che si spostano
ogni volta che guardo indietro?
Progressi regolari secondo il progetto
produttività costante, rendimento aumentato
riconoscimento al momento opportuno e onori del caso.
Ebbene, venti futili anni sprecati
che hanno fornito occasioni
per il sogno di una vita piena di possibilità
che mai sono state realizzate,
per il godimento acquisito dall’identificazione
con la persona che non sono mai diventato,
per la gioia e il senso di colpa per l’interminabile
adeguamento degli obiettivi,
per le accettazioni senza riserve,
per gli spaventati rifiuti.
Venti anni sprecati
sono sempre necessari
per un ambizioso presente.


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