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……dove la pioggia scende come i titoli di un vecchio film

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I treni non si fermano più qui dagli anni cinquanta, ma rimane

 a tutti gli effetti la mia fermata. C’è ancora scritto Gare

sopra la volta, il vetro del guichet è ancora intatto,

le rotaie non ci sono più ma c’è una specie di cucitura

nel terreno, cicatrici parallele dove l’erba stenta

a crescere. Poi, la vertigine del marciapiede:

quel salto di oltre mezzo metro dal bordo del binario

dentro l’arrivo successivo, il servizio perpetuamente sospeso,

e qualche (mai come in questo caso nome più adatto) 

traversina dormiente, detengono tutto ciò che io abbia mai saputo, in miniatura,

 della velocità e solidità del mondo, un delirio di perdita

d’equilibrio seguito dalla consapevolezza che più in là

di così non avrei potuto cadere. Questo è ancora il quartier de la gare,

dove la pioggia scende come i titoli di un vecchio film,

un appello di professioni perdute: tagliatore d’ardesia, guardacaccia,

 sommelier, orticoltore, garzone di bottega, sartina,

fabbro, allevatore di conigli e flâneur d’ufficio di collocamento…

quest’ultimo mio nonno, che ogni giornata la affilava

sulla molle incudine della sua inattività. Artisan du temps libre

si definiva, artigiano delle ore vuote:

e riempiva le sue giornate di inoperosità al Café de la Gare,

e le sue nottate le svuotava all’Hotel de la Gare;

non ha mai lasciato la sua impronta su nulla eppure lo vedo ovunque.

 

 

Patrick McGuinness. Tunisia 1968

da “L’età della sedia vuota”

traduzione di Giorgia Sensi

 


Le parole che non ho detto

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sono come i salmoni nel fiume,
che si fanno strada controcorrente;
sono l’inchiostro nella penna
sulla carta nel cestino
che era la lettera che ho scritto
e mai mandato.

 

Patrick McGuinness. Tunisia 1968

da “L’età della sedia vuota”

trad. di Giorgia Sensi


Dalla torre degli anni che chiamo vita…

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Dalla torre degli anni che chiamo vita
guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo –
la storia incerta, il nodo al fazzoletto,
il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
in un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
la lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
e la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
e la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
meglio ricordate che rivissute.

 

Anne Stevenson, Cambridge 3  1  1933

La vita delle parole

traduzione di Carla Buranello


Strade

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Inutile chiedersi che lago protetto da aironi
si trovava nell’altra vallata,
o rimpiangere i canti del bosco
che non avevo attraversato.
Inutile chiedersi dove
potevano portare altre strade,
dato che portavano altrove;
poiché è solo qui e ora
la mia vera destinazione.
È dolce il fiume nella tenera sera
e tutti i passi della vita mi hanno
portata a casa.

 

Ruth Bidgood, UK  20 7 1922

da Poesia n. 228 Giugno 2008

traduzione Giorgia Sensi


La forma del nulla che succede

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La polvere conosce i posti che noi abbiamo scordato,

 o non vediamo mai

segna i margini del nostro mondo: la vernice screpolata

del davanzale, gli spigoli smussati di uno stipite di porta,

i listelli dello zoccolo, i battiscopa; attutisce gli angoli

acuti del nostro mondo. Riempie il vuoto dietro al divano,

quel piccolo spazio domestico che incarna il perdere e il dimenticare,

o il ritrovare. Incarna le cose che sopravvivono

alla loro funzione, noi stessi che sopravviviamo industriosi

alla nostra – particelle che danzano lente in un raggio di luce,

 che scartano l’eccedenza che ogni giorno noi rinnoviamo.

 La sua piccolezza è un trionfo di proporzioni, ma non può sparire.

E’ la forma del nulla, la forma del nulla che succede,

e dell’impossibilità del nulla; materia che si affanna

nel tentativo di non essere, e che sempre è; che ci ricorda

che non esistono assoluti, che tutto è graduato su una scala,

che tutto è relativo, caduco, e in sospeso.

 

 

Patrick McGuinness. Tunisia 1968

da “L’età della sedia”

trad. di Giorgia Sensi

 

 


Canzone

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Mio dolcissimo amore, non fuggo per stanchezza di te,

né perché spero che il mondo possa offrirmi

un amore più degno;

ma poiché e’ destino

che io debba infine morire, è molto meglio

che mi prenda per scherzo l’abitudine

di morire cosi’ di qualche morte finta.

Ieri sera anche il sole era fuggito,

eppure oggi è qui.

Lui non ha desideri e non ha sensi,

nemmeno un corso breve come il mio:

dunque non ti preoccupare per me,

credi che tutti i miei viaggi

saranno assai più rapidi, perché io

ho più ali e più sproni di lui.

Ma come e’ fragile il potere dell’uomo,

che se anche ha buona fortuna

non vi si può aggiungere un’ora di più,

né richiamare un’ora che ha perduta!

Ma venga pure la cattiva sorte:

le aggiungeremo la nostra forza,

le insegneremo l’arte e la portata,

così che su noi tragga vantaggio.

Quando sospiri non sospiri vento,

ma esali la mia anima;

quando piangi, scortesemente cortese,

corrompi il sangue della mia vita.

Non è possibile che tu mi ami

come dici di amarmi se disperdi

con la tua la mia vita,

tu che di me sei la parte migliore.

il tuo cuore da oracolo

non mi preannunci alcun male: il destino

potrebbe prendere anche la tua parte,

realizzando così le tue paure;

pensa piuttosto che noi

ci siamo solo voltati le spalle nel sonno;

coloro che a vicenda si tengono vivi

non sono mai separati.

 

John Donne, Londra, 22 1 1572 – Londra, 31 3 1631


là dove tutto è successo un tempo

 

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…………………………………………………………………………………..

Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo
che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride
da una scala,
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche
volta,
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o il sole,
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono:
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo.
……………………………………………………………………………………

 

Philip Larkin,  Coventry 9 8 1922 – Londra 2 12 1985

dalla poesia  Vecchi scemi nella raccolta “Finestre alte”

traduzione di E. Testa

 

 


Syringa

E’ qui che Orfeo ha commesso l’errore.
Euridice, ovvio, è svanita nell’ombra;
sarebbe svanita anche se non si fosse voltato”

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

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Siringa o flauto di Pan è il caratteristico strumento musicale del dio dei boschi. Prende il nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa che, spaventata dall’aspetto di Pan e da questo inseguita, preferì mutarsi in canna sulle rive del fiume Ladone. Il dio allora, tagliò sette canne di lunghezze decrescenti e le unì tra loro, creando un flauto, siringa, appunto. Il suo nome dà il titolo alla poesia.
Nel suo lungo componimento, Ashbery evoca il mito di Orfeo, spostando la narrazione dall’infelice cantore di Euridice al tema più generale di cosa sia la poesia. Ashbery sembra ammonire che l’arte trascende i suoi artifici, Orfeo è ridotto in brandelli, il suo canto è un piccolo frammento, non è più materia per la Poesia che, come la musica, va ascoltata nel suo fluire nel tempo, non potendo “isolarne una nota e dire che è buona o cattiva”. Così, il canto di Orfeo non è altro che “ciò che accadde tanto tempo prima, in un piccolo paese, un’estate come un’altra”
La poesia, insomma, vive oltre il contesto del suo farsi e la sua storia procede.

Citare più frammenti della poesia Syringa, non avrebbe, pur volendo, agevolato la sua comprensione, vista la complessità dei testi di Ashbery. Ho preferito riportare pochi versi, la risposta a una domanda, quella che la poesia di tutti i tempi si è sempre posta: perchè si è voltato?

Qui nel blog altre riletture del mito Orfeo ed Euridice


Guardami!

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Sì, dammi la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro – guardami!

 

Robert Browning
Camberwell, 7 maggio 1812 – Venezia, 12 dicembre 1889

Nell’immagine, il quadro “Orfeo ed Euridice” di Frederic Leighton (1830-1896).
Browning lo vide e nacque questa poesia, nella quale Euridice non è più la creatura docile del mito virgiliano, che segue in silenzio il suo amato. Qui è lei, innamorata e preda della passione che chiede con forza ad Orfeo di guardarla e di vivere con lei il momento d’amore loro concesso. Euridice è consapevole che il mondo dei morti è la sua definitiva dimensione e che la loro storia non ha futuro.
E quell’imperativo finale è straziante.

Qui altre riletture del mito di Orfeo ed Euridice


Nella borsa di una donna

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Mia madre mi ha dato la preghiera di Santa Teresa,
ho aggiunto un vecchio biglietto della metropolitana,
fazzoletti, mentine, un assorbente, pesetas,
un fiorino. Non volendo essere presuntuosa,
non mi fido di te, quindi: una confezione da tre.
Una penna. C’è spazio per il mio angelo custode,
ma dovrà piegare le ali. Il passaporto.
Una chiave. Ansia, per quello che ho detto/non ho detto
quando avevi/non avevi bisogno di me. Un analgesico.
Una carta di credito. Il suo viso l’ultima volta,
la mia impazienza, la mia inutile giovinezza.
Quel sacchetto vuoto, il mio cuore. Una scatola di fiammiferi.

 

Maura Dooley nata in Cornovaglia nel 1957

dall’antologia “Staying alive”


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