Archivi tag: poeti inglesi

La forma del nulla che succede

14067685_1414455275247528_213392658705548848_n

 

La polvere conosce i posti che noi abbiamo scordato,

 o non vediamo mai

segna i margini del nostro mondo: la vernice screpolata

del davanzale, gli spigoli smussati di uno stipite di porta,

i listelli dello zoccolo, i battiscopa; attutisce gli angoli

acuti del nostro mondo. Riempie il vuoto dietro al divano,

quel piccolo spazio domestico che incarna il perdere e il dimenticare,

o il ritrovare. Incarna le cose che sopravvivono

alla loro funzione, noi stessi che sopravviviamo industriosi

alla nostra – particelle che danzano lente in un raggio di luce,

 che scartano l’eccedenza che ogni giorno noi rinnoviamo.

 La sua piccolezza è un trionfo di proporzioni, ma non può sparire.

E’ la forma del nulla, la forma del nulla che succede,

e dell’impossibilità del nulla; materia che si affanna

nel tentativo di non essere, e che sempre è; che ci ricorda

che non esistono assoluti, che tutto è graduato su una scala,

che tutto è relativo, caduco, e in sospeso.

 

 

Patrick McGuinness. Tunisia 1968

da “L’età della sedia”

trad. di Giorgia Sensi

 

 

Annunci

Canzone

michael-klein-25

 

Mio dolcissimo amore, non fuggo per stanchezza di te,

né perché spero che il mondo possa offrirmi

un amore più degno;

ma poiché e’ destino

che io debba infine morire, è molto meglio

che mi prenda per scherzo l’abitudine

di morire cosi’ di qualche morte finta.

Ieri sera anche il sole era fuggito,

eppure oggi è qui.

Lui non ha desideri e non ha sensi,

nemmeno un corso breve come il mio:

dunque non ti preoccupare per me,

credi che tutti i miei viaggi

saranno assai più rapidi, perché io

ho più ali e più sproni di lui.

Ma come e’ fragile il potere dell’uomo,

che se anche ha buona fortuna

non vi si può aggiungere un’ora di più,

né richiamare un’ora che ha perduta!

Ma venga pure la cattiva sorte:

le aggiungeremo la nostra forza,

le insegneremo l’arte e la portata,

così che su noi tragga vantaggio.

Quando sospiri non sospiri vento,

ma esali la mia anima;

quando piangi, scortesemente cortese,

corrompi il sangue della mia vita.

Non è possibile che tu mi ami

come dici di amarmi se disperdi

con la tua la mia vita,

tu che di me sei la parte migliore.

il tuo cuore da oracolo

non mi preannunci alcun male: il destino

potrebbe prendere anche la tua parte,

realizzando così le tue paure;

pensa piuttosto che noi

ci siamo solo voltati le spalle nel sonno;

coloro che a vicenda si tengono vivi

non sono mai separati.

 

John Donne, Londra, 22 1 1572 – Londra, 31 3 1631


là dove tutto è successo un tempo

 

tumblr_olft0fE1zS1u6x3h6o1_1280

 

…………………………………………………………………………………..

Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo
che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride
da una scala,
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche
volta,
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o il sole,
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono:
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo.
……………………………………………………………………………………

 

Philip Larkin,  Coventry 9 8 1922 – Londra 2 12 1985

dalla poesia  Vecchi scemi nella raccolta “Finestre alte”

traduzione di E. Testa

 

 


Syringa

E’ qui che Orfeo ha commesso l’errore.
Euridice, ovvio, è svanita nell’ombra;
sarebbe svanita anche se non si fosse voltato”

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

auguste-rodin-orfeo-ed-euridice

Siringa o flauto di Pan è il caratteristico strumento musicale del dio dei boschi. Prende il nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa che, spaventata dall’aspetto di Pan e da questo inseguita, preferì mutarsi in canna sulle rive del fiume Ladone. Il dio allora, tagliò sette canne di lunghezze decrescenti e le unì tra loro, creando un flauto, siringa, appunto. Il suo nome dà il titolo alla poesia.
Nel suo lungo componimento, Ashbery evoca il mito di Orfeo, spostando la narrazione dall’infelice cantore di Euridice al tema più generale di cosa sia la poesia. Ashbery sembra ammonire che l’arte trascende i suoi artifici, Orfeo è ridotto in brandelli, il suo canto è un piccolo frammento, non è più materia per la Poesia che, come la musica, va ascoltata nel suo fluire nel tempo, non potendo “isolarne una nota e dire che è buona o cattiva”. Così, il canto di Orfeo non è altro che “ciò che accadde tanto tempo prima, in un piccolo paese, un’estate come un’altra”
La poesia, insomma, vive oltre il contesto del suo farsi e la sua storia procede.

Citare più frammenti della poesia Syringa, non avrebbe, pur volendo, agevolato la sua comprensione, vista la complessità dei testi di Ashbery. Ho preferito riportare pochi versi, la risposta a una domanda, quella che la poesia di tutti i tempi si è sempre posta: perchè si è voltato?

Qui nel blog altre riletture del mito Orfeo ed Euridice


Guardami!

Frederic_Leighton-Orfeo_ed_Euridice-1864

Sì, dammi la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro – guardami!

 

Robert Browning
Camberwell, 7 maggio 1812 – Venezia, 12 dicembre 1889

Nell’immagine, il quadro “Orfeo ed Euridice” di Frederic Leighton (1830-1896).
Browning lo vide e nacque questa poesia, nella quale Euridice non è più la creatura docile del mito virgiliano, che segue in silenzio il suo amato. Qui è lei, innamorata e preda della passione che chiede con forza ad Orfeo di guardarla e di vivere con lei il momento d’amore loro concesso. Euridice è consapevole che il mondo dei morti è la sua definitiva dimensione e che la loro storia non ha futuro.
E quell’imperativo finale è straziante.

Qui altre riletture del mito di Orfeo ed Euridice


Nella borsa di una donna

image
Mia madre mi ha dato la preghiera di Santa Teresa,
ho aggiunto un vecchio biglietto della metropolitana,
fazzoletti, mentine, un assorbente, pesetas,
un fiorino. Non volendo essere presuntuosa,
non mi fido di te, quindi: una confezione da tre.
Una penna. C’è spazio per il mio angelo custode,
ma dovrà piegare le ali. Il passaporto.
Una chiave. Ansia, per quello che ho detto/non ho detto
quando avevi/non avevi bisogno di me. Un analgesico.
Una carta di credito. Il suo viso l’ultima volta,
la mia impazienza, la mia inutile giovinezza.
Quel sacchetto vuoto, il mio cuore. Una scatola di fiammiferi.

 

Maura Dooley nata in Cornovaglia nel 1957

dall’antologia “Staying alive”


L’Odissea delle donne

penelope-thread
13.
Lei vegliava fino alla vetta
delle ombre e l’oscurità non lasciava
nemmeno una nota in più
della sua parte di chiarore.

L’infinito lo trascorreva
dipanando la storia
con il viso rivolto all’alba
e lui tornava sempre:
bambino dispotico
privo del suo sogno.

***
40.
Seduta sulla matassa del sogno
sta Penelope con il grembo cavo
seminando gli sguardi:
non precipita nella ferita del tempo
nell’isola devastata
o nel pozzo oscuro dei passi assenti.

Nel suo sorriso accerchiato da barche
sta un faro insanguinato:
non il taglio che canta il cieco
e dà gioia al telaio in spiaggia.

Sarà la ferita che duole
preistoria del sogno
che fa cadere a intervalli di rime
la sua sorda, chiassosa prigioniera:
la ferita che non sarà poesia
perché Ulisse non c’è
ed è già arrivato.

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse….riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità…. è necessario capire i contrasti tra il viaggio maschile e quello femminile…..i viaggi femminili hanno una struttura che esprime questi contrasti perchè le donne, a differenza degli uomini, lottano per definire il senso dell’esperienza umana come coscienza invece di conquista […] da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

Nel documento da cui è tratto il brano, in realtà, la Gentile cita, oltre a Juana Rosa Pita, anche altre scrttrici latino-americane contemporanne, le quali propongono una Penelope che non aspetta più Ulisse, perchè nel caos del nostro mondo, altri e più dolorosi sono gli addii, i ritorni e gli esìli delle donne.

 

penelope

Penelope

 

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano

 

i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:

 

la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,

 

appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,

 

ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,

 

per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,

 

venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,

 

per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia

 

guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse

 

i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,

 

sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo

 

riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto

 

con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,

 

quella notte del ritorno, finirono in nera cenere

volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

 

Jannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Penelope

 

All’inizio, guardavo la strada

sperando di vederlo arrivare

camminando disinvolto tra gli ulivi,

un fischio al cane

che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.

Sei mesi di questa storia

poi ho capito che passavano giornate intere

senza che me ne rendessi conto.

Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,

invece mi ritrovai l’industria di una vita.

ricamai una ragazza

sotto una sola stella – punto a croce, seta argento

che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.

Per l’erba scelsi tre toni di verde;

un rosa antico, un grigio ombra

per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.

L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda

spuntava dalla terra bruna.

Nell’ombra

avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio

col ragazzo-eroe

e mi smarrii del tutto

in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;

poi guardai lui salpare

nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,

a disturbare la mia pace,

presi tempo.

misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,

facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.

Sapevo a che ora della sera la luna

cominciava a sfilacciarsi,

la rammendai.

Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago

a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.

Lo ingannai. Mi stavo disegnando

il sorriso di una donna al centro

del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,

e certamente non in attesa,

quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.

Inumidii il mio filo scarlatto

e ancora una volta infilai il centro della cruna

 

Carol Ann Duffy,    Glasgow, Regno Unito  23 dicembre 1955


Dannati maschi

bloodymen.jpg
Dannati maschi, come i dannati bus
tu aspetti, magari per un anno
e appena uno ti si accosta alla fermata
ne spuntano altri due o tre.
Li guardi mentre accendono le frecce,
offrendoti una corsa.
Cerchi di leggere le destinazioni,
hai solo poco tempo per decidere.
Se fai uno sbaglio, non c’è più ritorno.
Salta giù, e starai là a guardare
mentre le auto e i taxi e i camion se ne vanno
con i minuti, con le ore, i giorni.

Wendy Cope, Erith Londra 21 7 1945
da “Gravi preoccupazioni”
traduzione Fiorenza Mormile

Per ironia ma anche per stile, la poesia di Wendy Cope è stata paragonata a quella di Collins e Larkin ma con una prospettiva decisamente femminile. Gli uomini sono spesso il bersaglio del suo spirito pungente ma anche gli aspetti banali della vita inglese, gli equivoci , le frustrazioni e le emozioni che sono alla base delle relazioni a due. Molto più che ironia, nei suoi versi, affiora il tipico humor inglese. Un esempio: in una poesia della raccolta, il dolore per la mancanza dell’amato, lei dice, non sarebbe stato un problema se quella sera non fosse mancato pure il cavatappi. (Per scolarsi, magari, una bottiglia e dimenticare!!)


Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. Marguerite Yourcenar

old_lady2-300x207
Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Si potrà indossare orribili camicie ed ingrassare
mangiare tre chili di salsicce in un volta
o solo pane e sottaceti per una settimana
ammassare penne, matite, sottobicchieri e cianfrusaglie nelle scatole.
Purtroppo ora ci tocca vestirci per mantenerci asciutte
e pagare l’affitto e non bestemmiare per strada
e dare il buon esempio per i figli.
Avere amici a cena e leggere i giornali.
Ma non posso impratichirmi già un po’ ora?
Così chi mi conosce non rimarrà scioccato
quando improvvisamente invecchierò, e vestirò di viola.

 

Jenny Joseph, Birmingham 7 5 1932

traduzione di Loredana Magazzeni


….più che parole vengono in mente finestre in alto….

6290260251_2f6ab235ca_b
Finestre in alto

Quando vedo una coppia di ragazzi
e immagino lui che scopa lei e lei che
prende la pillola o usa il diaframma,
so, questo è il paradiso
che ogni vecchio ha sognato tutta la vita –
gesti e legami messi da parte come
una sorpassata trebbiatrice,
e ogni ragazzo giù lungo lo scivolo
alla felicità, all’infinito. Mi domando
se qualcuno guardandomi quarant’anni fa
abbia pensato: ecco, quella è la vita;
più nessun Dio, o tremore la notte
per il buio e l’inferno, o dover nascondere
quel che pensi del prete. Lui e il suo destino
andranno giù, lungo lo scivolo
come rossi, liberi uccelli.
E subito
più che parole vengono in mente le finestre in alto:
il sole che il vetro ricomprende,
e, oltre, l’aria azzurra fonda che mostra
niente, ed è in nessun luogo, ed è infinita.

Philip Larkin
Coventry, 9 agosto 1922 – Londra, 2 dicembre 1985
Traduzione di Viola Amarelli e Abele Longo


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: