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Guardami!

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Sì, dammi la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro – guardami!

 

Robert Browning
Camberwell, 7 maggio 1812 – Venezia, 12 dicembre 1889

Nell’immagine, il quadro “Orfeo ed Euridice” di Frederic Leighton (1830-1896).
Browning lo vide e nacque questa poesia, nella quale Euridice non è più la creatura docile del mito virgiliano, che segue in silenzio il suo amato. Qui è lei, innamorata e preda della passione che chiede con forza ad Orfeo di guardarla e di vivere con lei il momento d’amore loro concesso. Euridice è consapevole che il mondo dei morti è la sua definitiva dimensione e che la loro storia non ha futuro.
E quell’imperativo finale è straziante.

Qui altre riletture del mito di Orfeo ed Euridice


Nella borsa di una donna

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Mia madre mi ha dato la preghiera di Santa Teresa,
ho aggiunto un vecchio biglietto della metropolitana,
fazzoletti, mentine, un assorbente, pesetas,
un fiorino. Non volendo essere presuntuosa,
non mi fido di te, quindi: una confezione da tre.
Una penna. C’è spazio per il mio angelo custode,
ma dovrà piegare le ali. Il passaporto.
Una chiave. Ansia, per quello che ho detto/non ho detto
quando avevi/non avevi bisogno di me. Un analgesico.
Una carta di credito. Il suo viso l’ultima volta,
la mia impazienza, la mia inutile giovinezza.
Quel sacchetto vuoto, il mio cuore. Una scatola di fiammiferi.

 

Maura Dooley nata in Cornovaglia nel 1957

dall’antologia “Staying alive”


L’Odissea delle donne

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13.
Lei vegliava fino alla vetta
delle ombre e l’oscurità non lasciava
nemmeno una nota in più
della sua parte di chiarore.

L’infinito lo trascorreva
dipanando la storia
con il viso rivolto all’alba
e lui tornava sempre:
bambino dispotico
privo del suo sogno.

***
40.
Seduta sulla matassa del sogno
sta Penelope con il grembo cavo
seminando gli sguardi:
non precipita nella ferita del tempo
nell’isola devastata
o nel pozzo oscuro dei passi assenti.

Nel suo sorriso accerchiato da barche
sta un faro insanguinato:
non il taglio che canta il cieco
e dà gioia al telaio in spiaggia.

Sarà la ferita che duole
preistoria del sogno
che fa cadere a intervalli di rime
la sua sorda, chiassosa prigioniera:
la ferita che non sarà poesia
perché Ulisse non c’è
ed è già arrivato.

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse….riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità…. è necessario capire i contrasti tra il viaggio maschile e quello femminile…..i viaggi femminili hanno una struttura che esprime questi contrasti perchè le donne, a differenza degli uomini, lottano per definire il senso dell’esperienza umana come coscienza invece di conquista […] da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

Nel documento da cui è tratto il brano, in realtà, la Gentile cita, oltre a Juana Rosa Pita, anche altre scrttrici latino-americane contemporanne, le quali propongono una Penelope che non aspetta più Ulisse, perchè nel caos del nostro mondo, altri e più dolorosi sono gli addii, i ritorni e gli esìli delle donne.

 

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Penelope

 

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano

 

i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:

 

la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,

 

appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,

 

ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,

 

per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,

 

venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,

 

per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia

 

guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse

 

i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,

 

sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo

 

riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto

 

con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,

 

quella notte del ritorno, finirono in nera cenere

volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

 

Jannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)

 

 

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Penelope

 

All’inizio, guardavo la strada

sperando di vederlo arrivare

camminando disinvolto tra gli ulivi,

un fischio al cane

che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.

Sei mesi di questa storia

poi ho capito che passavano giornate intere

senza che me ne rendessi conto.

Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,

invece mi ritrovai l’industria di una vita.

ricamai una ragazza

sotto una sola stella – punto a croce, seta argento

che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.

Per l’erba scelsi tre toni di verde;

un rosa antico, un grigio ombra

per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.

L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda

spuntava dalla terra bruna.

Nell’ombra

avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio

col ragazzo-eroe

e mi smarrii del tutto

in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;

poi guardai lui salpare

nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,

a disturbare la mia pace,

presi tempo.

misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,

facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.

Sapevo a che ora della sera la luna

cominciava a sfilacciarsi,

la rammendai.

Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago

a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.

Lo ingannai. Mi stavo disegnando

il sorriso di una donna al centro

del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,

e certamente non in attesa,

quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.

Inumidii il mio filo scarlatto

e ancora una volta infilai il centro della cruna

 

Carol Ann Duffy,    Glasgow, Regno Unito  23 dicembre 1955


Dannati maschi

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Dannati maschi, come i dannati bus
tu aspetti, magari per un anno
e appena uno ti si accosta alla fermata
ne spuntano altri due o tre.
Li guardi mentre accendono le frecce,
offrendoti una corsa.
Cerchi di leggere le destinazioni,
hai solo poco tempo per decidere.
Se fai uno sbaglio, non c’è più ritorno.
Salta giù, e starai là a guardare
mentre le auto e i taxi e i camion se ne vanno
con i minuti, con le ore, i giorni.

Wendy Cope, Erith Londra 21 7 1945
da “Gravi preoccupazioni”
traduzione Fiorenza Mormile

Per ironia ma anche per stile, la poesia di Wendy Cope è stata paragonata a quella di Collins e Larkin ma con una prospettiva decisamente femminile. Gli uomini sono spesso il bersaglio del suo spirito pungente ma anche gli aspetti banali della vita inglese, gli equivoci , le frustrazioni e le emozioni che sono alla base delle relazioni a due. Molto più che ironia, nei suoi versi, affiora il tipico humor inglese. Un esempio: in una poesia della raccolta, il dolore per la mancanza dell’amato, lei dice, non sarebbe stato un problema se quella sera non fosse mancato pure il cavatappi. (Per scolarsi, magari, una bottiglia e dimenticare!!)


Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. Marguerite Yourcenar

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Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Si potrà indossare orribili camicie ed ingrassare
mangiare tre chili di salsicce in un volta
o solo pane e sottaceti per una settimana
ammassare penne, matite, sottobicchieri e cianfrusaglie nelle scatole.
Purtroppo ora ci tocca vestirci per mantenerci asciutte
e pagare l’affitto e non bestemmiare per strada
e dare il buon esempio per i figli.
Avere amici a cena e leggere i giornali.
Ma non posso impratichirmi già un po’ ora?
Così chi mi conosce non rimarrà scioccato
quando improvvisamente invecchierò, e vestirò di viola.

 

Jenny Joseph, Birmingham 7 5 1932

traduzione di Loredana Magazzeni


….più che parole vengono in mente finestre in alto….

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Finestre in alto

Quando vedo una coppia di ragazzi
e immagino lui che scopa lei e lei che
prende la pillola o usa il diaframma,
so, questo è il paradiso
che ogni vecchio ha sognato tutta la vita –
gesti e legami messi da parte come
una sorpassata trebbiatrice,
e ogni ragazzo giù lungo lo scivolo
alla felicità, all’infinito. Mi domando
se qualcuno guardandomi quarant’anni fa
abbia pensato: ecco, quella è la vita;
più nessun Dio, o tremore la notte
per il buio e l’inferno, o dover nascondere
quel che pensi del prete. Lui e il suo destino
andranno giù, lungo lo scivolo
come rossi, liberi uccelli.
E subito
più che parole vengono in mente le finestre in alto:
il sole che il vetro ricomprende,
e, oltre, l’aria azzurra fonda che mostra
niente, ed è in nessun luogo, ed è infinita.

Philip Larkin
Coventry, 9 agosto 1922 – Londra, 2 dicembre 1985
Traduzione di Viola Amarelli e Abele Longo


Europa, Europa!

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Non trovi folli o santi vagabondi
oggi in Europa , né eremiti in grotte buie.
L’Europa, è il produttore di film in delirio
che conta gli Euri che girano sul fuso,
e il sangue è sparso a pozze per due soldi , la moda
è suprema, ci pensa il soldato col bastone
al dissidente, i bimbi sono venduti come schiavi
e l’uomo è ridotto a moltitudine di muli.

Dio fu messo all’asta nella Città Santa,
immagine suprema di pienezza della mente;
potere e ordine paludati per la plebe ,
ciò che è diverso cancellato senza grazia,
ogni valore ridotto a un prezzo, —
la luce bianca, della coscienza, estinta.

Peter Russel*
Bristol 16-9-1921. San Giovanni Valdarno 22-1-2003
da “This is not my hour” Trad. Raffaello Bisso

*Peter Russel, erede della tradizione simbolista e modernista di Yeats, Eliot e Pound, fu candidato al Nobel. Nella raccolta This is not my hour, critica duramente i disastri della civiltà moderna. Rappresenta una società umana impazzita che, come in un disegno di Escher, si avvita sul vuoto di senso e sull’assurdo delle sue dinamiche.
“….A volte penso che tutto sia perduto, che questa fatica sia solo uno spreco di tempo. I ricchi e famosi la fanno franca col crimine; — io ho speso tutto il mio per la poesia, a un costo che la gente considera folle…Gli ininterrotti talk-show del Parlamento cambiano l’ardua cultura in spettacolo, dettano legge pubblicità e profitto, tutto è speso in distrazioni e lotterie, — « Son sano! », sbotto, « e tutto il mondo è pazzo! » Peter Russel


….e la vita aspetta, cappello e guanti in mano.

MIGUEL_COVARRUBIAS-George_Gershwin_an_American_in_Paris-1929
Spleen

Domenica: questa processione soddisfatta
di sicure facce domenicali;
cuffie, cappelli di seta, consapevoli grazie
in una ripetizione che spiazza
il tuo autocontrollo mentale
con questa digressione ingiustificata.
La sera, le luci e il tè!
Bambini e gatti per strada;
Depressione incapace di affrontare
questa cospirazione tetra.
E la vita, un poco calva e grigia,
languida, schizzinosa e distaccata,
aspetta, cappello e guanti in mano,
ricercata nell’abito e nella cravatta
(Un poco impaziente per l’indugio)
all’ingresso dell’Assoluto.

Thomas Stearns Eliot
(Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965)


Il punto fermo del mondo che ruota.

Forse il poeta è uno che si muove nella realtà, alla ricerca di un senso, di un centro, che spieghi il disagio, la sensazione di inadeguatezza che prende l’uomo ogni volta che si illude di credere che il mondo sia stato fatto proprio per lui. Ma quel “punto fermo del mondo che ruota” ammesso che si trovi, non è lo stesso per tutti e il mondo ci sopravvive, con tutte le sue cose, piccole e grandi, sublimi ed oscene e noi siamo come l’avventore che, appoggiato al bancone, si scola il suo bicchiere e poi scompare dalla stessa porta da cui era entrato un attimo prima. Così, agli occhi del poeta, tutto si sgretola: le convinzioni e le convenzioni, la vita, il mondo intero, in cui egli si smarrisce fino a non saper più distinguere tra realtà e finzione.
Iraida (Annamaria S.)

After the kingfisher’s wing
Has answered light to light, and is silent, the light is still
At the still point of the turning world.

Dopo che l’ala del martin pescatore
Ha risposto luce alla luce, e tace, la luce è ferma
Al punto fermo del mondo che ruota.

T.S. Eliot – Quattro quartetti


…ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè…



Il canto d’amore di J.Alfred Prufrock (1917)
T.S.Eliot

“Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito”

Il canto d’amore di Prufrock è un testo poetico complesso e fortemente innovativo, per i tempi in cui fu composto. E’ l’ intenso monologo interiore di un uomo che scandaglia la sua anima in tutta la sua ampiezza, nell’affrontare argomenti che vanno dal senso di inadeguatezza dell’uomo moderno alla nostalgia del passato.
Io ho riportato una piccola parte, quella più conosciuta e che, ancora oggi, è oggetto di riscritture, in alcuni casi, molto interessanti. Come questa di Gianmario Lucini:

” Nella piazza combriccole vanno e vengono
parlando di sport e di politica.

La nebbia sporca dalle ciminiere sempre accese,
il fumo giallo che strofina il suo muso contro il viso
lambì con la sua lingua la nostra gola,
vi indugiò a lungo in un bacio pestifero,
vi depositò un poco di miasmi di cancro e di fuliggine,
scivolò sulla folla, spiccò un balzo improvviso,
e vedendo che c’era carne per la sua invisibile mattanza
s’arricciolò sopra la piazza, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
per il fumo giallo che ci entra nei polmoni
strofinando la sua lingua contro la nostra;
ci sarà tempo, ci sarà tempo
per prepararti un alibi per incontrare gli alibi che incontri;
ci sarà tempo per vivere e credere di vivere,
e tempo per avanzare e tempo per ritirarsi
davanti ad argomenti che insinuano un dubbio sul tuo desco;
tempo per te e tempo per me,
e tempo anche per cento indecisioni,
e per cento visioni e revisioni,
prima di concludere di essere un niente fra i niente”


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