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Generalizzando

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Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi né che sia.
Soltanto, ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.

Giorgio Caproni

Le stagioni del franco cacciatore


in questo febbraio…

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oh come si lascia andare

 in questo febbraio

di commozioni sottili

che non sai dove andare

 e se andare

 come si lascia andare

 da queste parti

 questa città

senza un segno un trofeo

 un’idea fatta di luce e saliva

 senza nemmeno l’attesa

che ci si svegli dal torpore

e tutti assieme ci si tocchi

ci si annusi i volti

tenuti assieme da occhiali al titanio

dietro ai quali il meglio di noi si disperde

 tra geografie improbabili

sensi unici e divieti

desideri in bilico

sui bordi dei bicchieri e delle labbra

 e mani che a sfiorarsi fanno paura

 e sogni fanno densi

 come il mosto della vendemmia

 ora che ancora è inverno

anche se in anticipo è la primavera

 in anticipo quest’anno

e non siamo preparati noi

né per abiti né per ormoni

né per orari ferroviari

 in questo mese di astratti furori

che se l’estate ci trova così impreparati

quali alibi potremo mai trovare

alla vecchiaia che avanza

 mentre dentro ami come a vent’anni

e non sai se più lo sai tenere

per la coda il drago che a cinquant’anni ancora ti cavalca

 perché tu sei da un’altra parte ormai

maledetto poeta

e sei nel verbo e al verbo condannato

alle parole derise da chi crede

che altro sei dalle parole che dici

dalle parole esatte e imperfette

che scrivi sempre

come se fossero le prime e le ultime

dai ritmi che battono come denti

per il gelo ed il trapano del dentista

 così che ti viene voglia di gridarlo

 fino a farti scoppiare polmoni e vene

 io non ci sto più

e di smetterla di scegliere per te

l’assurda morte a scampoli e a saldi

di starci in mezzo senza essere da nessuna parte

in questo febbraio di piatti da sciacquare

 di figli da consegnare ad un’eternità che non vogliono

di mal di denti con cura occultati

perché meglio un dente con la carie

che un tumore che non ti faccia più venire

né mal di denti né la voglia di vita

che hai con arte dimenticato

meglio il respiro delle cose senza sorpresa

dei sogni che sai come vanno a finire

anche se sono finiti da sempre

degli sguardi che ti guardano senza guardare

delle mani che ti toccano senza toccare

 meglio tutto, amore,

in questo febbraio

Beatrice in questa città

 in questa strada

 in questa casa

in questo cesso

dove alla stessa ora

 le 6.40 del mattino

con lo stesso sapone

 con la stessa sapiente negligenza

 le mani ci disinfettiamo e il cuore

meglio tutto, amore,

dell’allegrezza

che ci segna la fronte

 quando gli altri ci salutano

come i ventenni che eravamo.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Insegnaci

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Insegnaci a contare i nostri giorni:

quelli che abbiamo avuto,

quelli che ci rimangono.

Giorni attesi, giorni sprecati.

Quelli annoiati, quelli incompresi.

Le nostre albe assonnate,

gli indaffarati mattini.

Sere di baci. Notti fugaci.

E carezze, e tristezze.

Insegnaci a contare i minuti,

a non perderli. Vissuti,

da vivere: minuti così brevi

che riempiamo di niente

e di gente, di cose e pensieri

per farli durare fino a un’ora.

Lasciaci ancora tornare ai nostri ieri,

progettare i domani: e rimani,

rimani nel tempo che viviamo,

nel momento che siamo.

 

Alida Airaghi, Verona  1953

da “Frontiere del tempo”


Certi versi non si possono né spiegare né tradurre, ma sono bellissimi al di là di ogni loro significato. J. L. Borges

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L’alba si presentò sbracciata e impudica;
io la cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò
lattante, latitante.
L’amore era un gioco instabile;
un gioco di fonosillabe.

Amelia Rosselli
Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996


Ma io i ricordi non li amo….

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……………………….

Ma io i ricordi
non li amo. E so che il vino
aizza la memoria, e che
– lasciato in tavola il mazzo
ancora non alzato – quei tre
avrebbero fino all’alba
(all’alba che di via Palestro
fa un erebo) senza un perché
continuato a evocare
anime…Così come il mare
fa sempre, col suo divagare
perpetuo, e sul litorale
arena le meduse
vuote – le sue disfatte
alghe bianche e deluse.

Scostai la sedia. M’alzai
Schiacciai nel portacenere
la sigaretta, e solo
(nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Mille giri
di silenzio, faceva
la ruota del guardiano
notturno – la sua bicicletta.

Svoltai l’angolo. In fretta
scantonai nel cortile.

Ahi l’uomo – fischiettai –
l’uomo che di notte, solo,
nel gelido dicembre
spinge il cancello e – solo –
rientra nei suoi sospiri…

 

Giorgio Caproni

Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990

da “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”


L’età disgustea

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Oggi – vedi – l’arcano dell’impero
è il franare dell’arco, il ponte rotto
e il confine sbarrato e il campanile.
Certo, l’ordine è austero – tasca nostra –
però il soldo è di carta – resta zoppo.
Il metallo è ormai piombo, il trono falso:
il consenso rimane disperato

in assenza di meglio – il meno peggio
ha da tempo esaurito le cartucce:
non però per le stragi, a quanto sembra.
Ci rimane del resto la provincia –
non però di conquista: di regresso.
L’anarchia da signori della guerra
ce l’abbiamo anche noi – non c’è che dire –
con i poveri cristi giù in dogana
con i barbari tutti fede e mitra.
Resta il crollo del limite, del solo
limite da serbarsi: la decenza.
Nell’età disgustea l’aurora è fosca:
di autorevole c’è rimasto il cuoco.

 

Daniele Ventre, Napoli 19 5 1974

da “Nuga Remake”


Dolce ottobre

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Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

 

Cristina Campo

Bologna 28 6 1923 – Roma 10 1 1977

 

 


Me piasaríss de mí desmentegâss

 

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Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
e camminare, e respirare per te,
essere come i ragazzi che quando li prende il sole
si lasciano seminare dove lui vuole,
e mai ritrovarsi, e non più capire di me stesso,
ma essere gioioso dell’aria che mi attira
là dove la vita si pensa vivere

Me piasaríss de mí desmentegâss,
e camenà, e respirà per tí,
vèss cume i fjö che quand je branca el sû
se làssen sumenà due el vör lü,
e mai truâss, e pü capí de mí,
ma vèss giuius de l’aria che me tira
due che la vita la se pensa vîv.

 

Franco Loi, Genova 21 gennaio 1930 


Elogio del traditore

 

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 è giusto che come il pane i pomodori e le patate

anche un uomo abbia il suo prezzo

e non è detto che sia sempre e solo trenta denari

 

certo in un supermarket ce n’è per tutti i gusti

e basta metter mano alla tasca

perché un marcel diventi chi è villano

 

se non siete d’accordo

poco importa il vostro consenso

le nuvole nel cielo sono bianche

non sono il pianto di dio

non sono nemmeno

ciò che porta la pioggia che ci bagna i vestiti

 

ma voi pensate che si possa mutare la storia

solo perché a qualcuno non piace

che le cose vanno così come vanno

pensate anche che giuda meritò il suicidio

e che i figli sono un pezzo del cuore

e della carne di cui prima o poi faremo a meno

 

pensate tante cose che poco hanno da spartire

con il pane i pomodori e le patate

che fanno il prezzo di un uomo

cui non importa se le nuvole sono il pianto di dio

perché è convinto che trenta denari sono pochi

per andare in paradiso.

 

 

Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Poesia dei giorni dispari”


L’autunno ha….

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L’autunno ha mari teneri, ha colori
che calme navi tagliano; cadranno
foglie e cieli sospesi per un filo.
Andare sino all’albero, sedersi,
entrare in confidenza con l’inizio
di radiche più avide e vive verso il basso.
Abbiamo accanto povere fredde cose,
bucce, bottiglie, frammenti di memoria,
più in là c’è il mare.
«L’ultima domenica», e ci trovi
ancora ansanti, il cuore
un poco stanco per la festa,
branco che più non fugge, prede
colorite dal ferro irto nel mondo
dal vino, dai fuochi solitari.
Ci vinse
questa striscia di fumo sulla terra,
fu sempre obliqua
l’ombra che ci seguí in silenzio.

 

Bartolo Cattafi
Barcellona Pozzo di Gotto, 6 7 1922 – Milano 13 3 1979
da “Le mosche del meriggio”


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