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Le cose vengono, e vanno via….

Andrew Wyeth - Wind from the Sea, 1947

 

La farfalla si è posata sulle mie mani.
Poi è andata via. Il mio vicino di tenda mi ha detto:
buono, c’è qualcosa in arrivo per te.
Io volevo credergli, e gli ho creduto. Ovviamente,
ho pensato a te, a come è difficile scrollarsi di dosso
la sensazione che tutto è inutile. Poi al telefono
ho capito che è davvero così,
e non servono i tramonti
né le lune sul pelo dell’acqua, né le notti rancide
di ricordi e sogni. Accadono tante cose
quando si ama,
e non è detto che un uomo solo
sia meritevole per questo di simpatia.
Non è detto nemmeno che siamo sempre e comunque
fabbri di ciò che facciamo. Le cose vengono, e vanno via.
Senza merito né colpa. Come la farfalla.
Ci ho pensato tutta la notte.
Poi anche la notte è andata via.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

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vicini al senso delle cose

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se, da adulti, riappare

la bianca terra iniziale

che avevamo negli occhi da bambini,

siamo tornati quelli che eravamo

bassi, vicini al senso delle cose,

corolle aperte

a un palmo da terra.

 

Maria  Grazia Calandrone

Milano, 15 ottobre 1964


A quest’ora

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Il sole lentamente si sposta

sulla nostra vita, sulla paziente

storia dei giorni che un mite

calore accende, d’affetti e di memorie.

A quest’ora meridiana

lo spaniel invecchia sul mattone

tiepido, il tuo cappello di paglia

s’allontana nell’ombra della casa.

 

 

Attilio Bertolucci

San Prospero Parmense, 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa


L’ultima mappa rimasta

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Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.

L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)

striscia

alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo

passato

alle volte è incerto

cerca il suo

sonno il suo trionfo il suo percorso e

poi fu notte

si alzò un vento agro

le città intorno ai monti spensero i lumi

si accese un’alba verde gialla

promise sorprese.

Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare

indica fiumi foreste frontiere.

 

Roberto Roversi

Bologna 28 1 1923, Bologna  14 9 2012
da “Prendere o lasciare”

 


Questo è il migliore dei mondi possibili

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Temo che da me non avrai mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove si parli di te quasi fossi Lou Salomé. Temo anche
che a settant’anni – tanti me ne sono assegnati – me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola. Del resto,
fossi stato più saggio, o stolto, avrei già da tempo
provveduto a rendermi più credibile al cassiere della mia banca
o sarei preside in qualche scuola della papania
e avrei fatto anche due o tre passaggi in tv.
Invece, così, tutti pensano che sono uno che ha l’insonnia addosso
e avrebbe bisogno di un prete o di uno psichiatra.

Mi hanno detto che si chiama principio di realtà ciò che mi manca;
che sono dissipatore di soldi, sentimenti e donne, specie di quelle
altrui; che non ho capito ancora che la poesia non è la vita
e che come peter pan ho bisogno sempre di capitan uncino
per fare a meno de ll’eutanasia o del suicidio.

Bene, d’accordo: questo è il migliore dei mondi possibili
e ci sta bene anche che la poesia, una poesia ogni mattina,
sia solo un espediente un po’ raffinato per portarsi a letto
la moglie del dottore di turno. Ci sta bene anche
che mentre due torri crollano e l’antrace ci ricorda
come sono buoni e generosi gli yankee
c’è ancora chi per dimenticare ha tempo per le chiacchiere
e interessarsi ai fatti altrui.

In ogni caso, a nulla serve uccidere gli angeli e i demoni
che sono in noi o scordare che a dire ti amo ci vuole
tenerezza e crudeltà quanto basta per restare bambini
anche se i capelli sono ormai bianchi.
Perciò non scriverò mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove parlo di te quasi fossi la mia Lou Salomé.
Mi limiterò a dirti ti amo mentre ti guardo negli occhi.
E a settant’anni me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola.

 

Emilio Piccolo,  Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012

da “Oroscopi”

 


C’è una specie di inchiostro nero ….

 

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C’è una specie di inchiostro nero che abbiamo in circolo, è fatto di tutte le cose da dire che non sono state dette. Qualche volta trova una strada per uscire, si attorciglia in un foglio, in una nota sul telefono, nel messaggio che stavamo scrivendo; ma più spesso resta aggrappato dentro e stringe un nodo, rimane nascosto in qualche organo vitale. 

La poesia è fisica quanto le lacrime o una risata, è un istinto innato della parola, lo stesso che all’inizio ha dato i nomi alle cose e il ritmo alle preghiere.

 

Isabella Leardini, Rimini 1978

da “Domare il drago” laboratorio di poesia.

 

 


Ulisse

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Io non sono mai partito da Itaca né ad Itaca sono mai tornato.
Non ho visto Priamo piangere sul corpo del figlio, né odorato
il profumo del legno con cui erano fatte le assi del cavallo
da cui sbucarono a notte i guerrieri che avrebbero distrutto
una città e fondato l’impero di una civiltà. Non ho rubato le armi
di Aiace né mai ho convinto Circe o Calipso a donarmi
per amore il corpo o la giovinezza, l’estasi o l’oblio.
A casa non ho mai avuto Penelope ad attendermi né Telemaco
ha mai cercato il padre che non sono mai stato.
Sono arrivato qui per caso,
qui dove non fioriscono gli ulivi e le mandorle non hanno il sapore
dell’estate e della sete. Ho visto molto, ho visto troppo
o troppo poco. Quanto basta per capire che in quel poco di spazio
che c’è tra un pianeta e le stelle c’è posto per tutto,
e che ogni giorno è felice se vuoi che lo sia;
e pieno di dolore, se non sai farne a meno.
Ora sogno di varcare un giorno le colonne d’Ercole
e d’incontrare, su una montagna bruna che esce dal mare,
un uomo che abbia il mio volto, le mie mani, i miei occhi
e mi dica: eri tu che io aspettavo, eri tu.
Non incontrerò mai quell’uomo, eri tu.
Non incontrerò mai quell’uomo, lo so,
ma a notte, mentre una donna che somiglia a Penelope
mi carezza con una tenerezza che Penelope non ha mai avuto,
sento che quell’uomo, nel buio, mi guarda
e mi parla di un’isola lontana, dove non sono mai stato,
dove non andrò mai perché è tempo ormai
di essere felice, qui, in questa via chiassosa di Manhattan
dove guardando un fast food intuisci
che il tempo è un’invenzione degli dei
che hanno invidia per gli uomini che muoiono.

Emilio Piccolo (Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


Potresti insegnarmi……

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potresti insegnarmi
a misurare la vita a cucchiaini di caffé
ma i poeti amano le stelle e i burroni, si dice,
e non sanno andare per strade e autostrade
dove c’è sempre un autogrill con ristorazione sigarette
e una toilette che, tutto sommato, non è male

potresti insegnarmi a leggere fra le tue rughe
il dolore e la stanchezza di chi dal sogno
al mondo ci ritorna come alla casa che ha abbandonato
ma i poeti, amore, hanno mille occhi e mille case
così che tornare è sempre più difficile

potresti insegnarmi
a non dire nemmeno a te la mia follìa
e a nascondermi nelle parole
come in una cassapanca da spedire al fronte
ma i poeti scivolano nudi dentro la vita
senza nemmeno chiedersi perché
e perché la vita è una cosa qualunque

potresti insegnarmi
che giovanazza e giovinezza non sono la stessa cosa
e il buon senso di chi sa fare a meno di entrambe
ma i poeti amano chi li ama e non li ama più
perché è così
così va il mondo, amore,
così va che se solo sorridi
ho voglia di strade e autostrade e autogrill
e case dove passarci i prossimi millenni
e di lasciare la follìa a chi è folle davvero
e di chiedermi solo ma che mangiamo oggi?
e di avere il buon senso che ha chi sa
che non è vero che c’è sempre tempo per tutto
e dirti addio, a mai più

ma i poeti, amore, non sanno mai
se ciò che dicono e scrivono e sentono è vero.

 

 *Luther Blissett è un eteronimo di Emilio Piccolo
(Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


Si mantengono così gli autunni passeggeri….. 

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Si mantengono così gli autunni passeggeri  
gli sforzi pericolosi e senza amore
fatti di capigliature arrangiate
giovinezze spettinate, sognanti e rossicce

tenerezze dischiuse, vissute per anni
nel volo delle rondinelle sciocche e felici.
Che strano effetto saperti audace
quando soppesavi l’anticipo della natura

i mesi settembrini, le speranze nelle piume
ritornate selvagge ogni volta incuneando
gli anni, l’attesa dello sciame irresistibile
esiliato nel cuore, nel greto della voce

in cui si rifletteva un’altra fibra pallida.
Chi può dirlo dove ti ho mischiato, cullato,
doppiamente rotto, vestito e ricomposto
nascosto in un fazzoletto di lino, piegato e profumato.

 

Rita Pacilio, Benevento 1963

da “Prima di andare”


Il bimbo ristette, lo sguardo era triste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!” (F. Guccini)

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Il bambino smise di giocare
e parlò al vecchio come un amico.
Il vecchio lo udiva raccontare
come una favola la sua vita.

Gli si facevano sicure e chiare
cose che mai aveva capite.
Prima lo prese paura poi calma.
Il bambino seguitava a parlare.

 

Franco Fortini

Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994

da “Il falso vecchio” in “Questo muro”

Nei versi  di Fortini come  nel testo di una canzone di Guccini (Il vecchio e il bambino),  le generazioni si incontrano e, in un certo senso, si riconciliano grazie alla narrazione che è uno  straordinario collettore di ricordi ma anche di sogni e aspirazioni.


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