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Luce

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Gli spigoli degli oggetti brillano
come sempre prima del crepuscolo.
È dicembre e la sua luce cruda
si sta lentamente ritirando dalla stanza
senza rammarico.
In lontananza i due enormi fari
che attraversano il bosco ancora innevato
mi fanno pensare a un cocciuto treno siberiano
che ha smarrito la rotta.
 
Vivida o contratta, persistente o misurata,
è sempre a lei che torno. Il simbolo della vita:
non riesco a pensare ad altro.

 

Tiziano Broggiato , Vicenza 1953

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….e a guardare di nuovo e ancora lontano.

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 Ci sono persone che sono forti 

perché non hanno altra scelta
che esserlo
e ti guardano stupita, ti sorridono
timidi e grati
se gli tendi una mano, un attimo solo
il tempo di una carezza o di una folata di vento

gli guardi le spalle, mentre se ne vanno
e pensi che ce la faranno anche stavolta

a resistere
a piangere di nascosto, quando non piangerà più nessuno
a prendere di nuovo sonno una sera e non una notte all’alba

e a guardare
di nuovo e ancora
lontano.

 

Patrizia Fortunati


….né a inventar nuovi mondi per te io sarei riuscita mai…

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I miei baci non t’avrebbero curato
da alcun male, né le mie carezze
o i sorrisi t’avrebbero aiutato
a trovare verità e certezze.
 
E non t’avrebbe dato mai quiete
il mio canto, inutile e stonato;
né a inventar nuovi mondi per te
io sarei riuscita mai: è assodato.
 
Con me, non l’avresti cambiata
la tua vita. Ma forse sarebbe 
cambiato il tuo modo di vederla,
viverla
 
Forse. 
Oppure no
 
Per te ogni cosa sarebbe 
rimasta uguale, ed ogni giorno
quel giorno. Come se dopotutto io non
 
fossi stata altro che un contorno,
un bouquet di fiori finti; un vaso o
un quadro da mettere in soggiorno.
 
Io invece, credo, t’avrei amato
in ogni caso. 
 
Anche se odi il cioccolato.
 
Ma per queste parole non è 
più il tempo, sai:
“noi” non ammette condizionale
mai.

 

Annamaria Bianco

 

Per le notizie sull’autrice di questa poesia, rimando a questo mio precedente post

https://iraida2.wordpress.com/2017/02/01/vidi-lalba-un-giorno-e-volli-imparare-la-lingua-del-sole-che-sorge/


E così, visto che non so che fine hanno fatto i miei sogni…..

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E così, visto che non so che fine hanno fatto i miei sogni,

faccio bene a starmene qui, accanto alla tenda,

ad osservare quelli che passano. C’è un cane, a farmi compagnia.

Lo lasciano solo tutto il giorno,

legato al palo. Anche lui non ha nulla da fare.

Abbaia, si lamenta, più spesso s’accuccia e chiude gli occhi.

Il resto è affar suo. Mi chiedo se sia mai disorientato.

Se sente che in questa vita ci sta rimettendo qualcosa.

Ma lui sarà contento quando torneranno

e lo porteranno a spasso.

Farà festa e muoverà la coda.

Sono felice per lui, e per me:

i suoi escrementi nel sentiero sono la prova

che si può vivere anche

così.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012


ti guardavo quel giorno…

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XIX
ti guardavo quel giorno
come solo sanno guardare i manolesta
e chi canta nei pomeriggi di provincia
quando in sottana di cotonina
le donne fendono penombre e desideri
ed ora io dovrei ricordarti
come se fossi un poeta andaluso
con il gilé di raso
negli assolo e nelle scale ad otto corde
nei flamenchi importati sotto lune italiane
seduto fra gli aoristi immobili
ed equazioni gettate qui e là a caso
per dimostrarti che le mani di dio sono maldestre
e si sceglie quando si sceglie
senza avere una sola idea in testa
per cantate pari e dispari
tra un verso rubato ad omero o all’amico complice
o che anche i poeti sanno i congiuntivi
conoscono boschi e gilé di raso
canti che in gola sanno di polvere e di insetticida
come i garofani screziati della nonna
al tempo che l’italia aveva balconi
e calzoni troppo stretti
e scarpe di coppale
da andarci la domenica sul corso
tanto per guardarti
per esistere

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Les arrangements”

 


Le cose vengono, e vanno via….

Andrew Wyeth - Wind from the Sea, 1947

 

La farfalla si è posata sulle mie mani.
Poi è andata via. Il mio vicino di tenda mi ha detto:
buono, c’è qualcosa in arrivo per te.
Io volevo credergli, e gli ho creduto. Ovviamente,
ho pensato a te, a come è difficile scrollarsi di dosso
la sensazione che tutto è inutile. Poi al telefono
ho capito che è davvero così,
e non servono i tramonti
né le lune sul pelo dell’acqua, né le notti rancide
di ricordi e sogni. Accadono tante cose
quando si ama,
e non è detto che un uomo solo
sia meritevole per questo di simpatia.
Non è detto nemmeno che siamo sempre e comunque
fabbri di ciò che facciamo. Le cose vengono, e vanno via.
Senza merito né colpa. Come la farfalla.
Ci ho pensato tutta la notte.
Poi anche la notte è andata via.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


vicini al senso delle cose

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se, da adulti, riappare

la bianca terra iniziale

che avevamo negli occhi da bambini,

siamo tornati quelli che eravamo

bassi, vicini al senso delle cose,

corolle aperte

a un palmo da terra.

 

Maria  Grazia Calandrone

Milano, 15 ottobre 1964


A quest’ora

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Il sole lentamente si sposta

sulla nostra vita, sulla paziente

storia dei giorni che un mite

calore accende, d’affetti e di memorie.

A quest’ora meridiana

lo spaniel invecchia sul mattone

tiepido, il tuo cappello di paglia

s’allontana nell’ombra della casa.

 

 

Attilio Bertolucci

San Prospero Parmense, 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa


L’ultima mappa rimasta

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Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.

L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)

striscia

alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo

passato

alle volte è incerto

cerca il suo

sonno il suo trionfo il suo percorso e

poi fu notte

si alzò un vento agro

le città intorno ai monti spensero i lumi

si accese un’alba verde gialla

promise sorprese.

Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare

indica fiumi foreste frontiere.

 

Roberto Roversi

Bologna 28 1 1923, Bologna  14 9 2012
da “Prendere o lasciare”

 


Questo è il migliore dei mondi possibili

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Temo che da me non avrai mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove si parli di te quasi fossi Lou Salomé. Temo anche
che a settant’anni – tanti me ne sono assegnati – me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola. Del resto,
fossi stato più saggio, o stolto, avrei già da tempo
provveduto a rendermi più credibile al cassiere della mia banca
o sarei preside in qualche scuola della papania
e avrei fatto anche due o tre passaggi in tv.
Invece, così, tutti pensano che sono uno che ha l’insonnia addosso
e avrebbe bisogno di un prete o di uno psichiatra.

Mi hanno detto che si chiama principio di realtà ciò che mi manca;
che sono dissipatore di soldi, sentimenti e donne, specie di quelle
altrui; che non ho capito ancora che la poesia non è la vita
e che come peter pan ho bisogno sempre di capitan uncino
per fare a meno de ll’eutanasia o del suicidio.

Bene, d’accordo: questo è il migliore dei mondi possibili
e ci sta bene anche che la poesia, una poesia ogni mattina,
sia solo un espediente un po’ raffinato per portarsi a letto
la moglie del dottore di turno. Ci sta bene anche
che mentre due torri crollano e l’antrace ci ricorda
come sono buoni e generosi gli yankee
c’è ancora chi per dimenticare ha tempo per le chiacchiere
e interessarsi ai fatti altrui.

In ogni caso, a nulla serve uccidere gli angeli e i demoni
che sono in noi o scordare che a dire ti amo ci vuole
tenerezza e crudeltà quanto basta per restare bambini
anche se i capelli sono ormai bianchi.
Perciò non scriverò mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove parlo di te quasi fossi la mia Lou Salomé.
Mi limiterò a dirti ti amo mentre ti guardo negli occhi.
E a settant’anni me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola.

 

Emilio Piccolo,  Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012

da “Oroscopi”

 


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