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Le donne che somigliano al vento nelle orecchie

 

MASSIMO BOTTURI

LE DONNE CHE SOMIGLIANO AL VENTO NELLE ORECCHIE

Lettura di Luigi Maria Corsanico

 

E tutte quelle donne che s’alzano a buon ora

che infiammano cucine con venti

e più candele.

La loro educazione a pensare a tutto quanto

il caffè che viene lento, e poi dietro la tendina

il camion mentre svuota i bidoni.

Donne attente

su libri di quintali di storia, donne verdi

arancio e rosso dei bigodini in città grigie.

Le donne che hanno avuto un lavoro

tempi addietro

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domestiche, o altro.

Donne forti

capaci di innalzare una diga alla follia

all’impeto degli uomini in cattedra, al furore.

Donne e le loro ciabatte in gomma dura

le dita che svolazzano sul resto dei gerani.

Le donne che somigliano al vento nelle orecchie.

Donne in bici

le buste della spesa a far da contrappeso.

Le donne con il secchio alle tombe, mani in grembo

quasi per trattenere quell’ultima parlata

o proseguirla poi nelle stanze, in case vuote

con i vestiti incellofanati

e il mezzo litro

di latte, per le sere che sono disturbate.


Il confine del vento

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Disegno di Tonino Guerra

 

Questa campagna esatta e laboriosa tenere tra le braccia,
masticarla piano, assaporare tra i denti una gioia
assoluta e senza credi, diventare lo sguardo fisso delle vigne,
essere i sentieri che corrono a perdifiato tra gli ulivi, vene
che ingurgitano i verbi della luce, la grammatica breve
degli insetti, le vite infinite e sconosciute, le chiome
nebulose dove si frange il volo della gazza, le aperte
geometrie, se potessi questa terra ingoiarla, digerirne
le masserie lucide di calce e di silenzi, essere il brusio
delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, se potessi
essere la memoria di tutti i fili d’erba, essere io lo sguardo
il suono, il confine del vento.

 

Paolo Polvani, Barletta 1 6 1951

 

 

 


Momento

 

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Gli uccelli alla finestra, le persiane
socchiuse: un’aria d’infanzia e d’estate
che mi consola. Veramente ho gli anni
che so di avere? O solo dieci? A cosa
mai mi ha servito l’esperienza? A vivere
pago a piccole cose onde vivevo
inquieto un tempo.

 

Umberto Saba, Trieste, 9  3 1883 – Gorizia, 25 8 1957

da “Il Canzoniere”


Fa sempre freddo in queste stanze…..

 

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Fa sempre freddo in queste stanze,

 ma solo qui sono in grado di pensare i miei pensieri

e accettare che io sono uno che mente.

Guardo il terrazzo mentre piove e mi ricordo

che c’è stata anche Dénise da queste parti:

a quel tempo non sopportavo la vita,

ma ero sicuro che c’è sempre un unico prezzo

possibile per ogni cosa, che è quello giusto.

Avevo ragione e torto nello stesso tempo,

ma non lo sapevo e mi limitavo a guardare l’acqua che veniva giù.

 Anche allora faceva il freddo che fa ora,

senza che fossi in grado di valutare quanto mi costasse

 stare ore intere a contare le gocce d’acqua che

si posavano sui vetri, ore che tutti i miei organi

s’astenevano dalle loro funzioni,

lasciando che il freddo diventasse l’unica sensazione plausibile.

 Fa sempre freddo in queste stanze, ma è qui che ho capito come sono fatto,

anche se poi non mi serve a molto.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Impara

 

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Da me la sola passione
puoi imparare.
Dal mondo impara
tutto l’arco del sole
e lo splendore,
la grandezza dei gesti
in che consiste crescere,
finire.
Impara dalle madri
il silenzio provvido
gentile,
dalle tombe la morte,
e dal morire d’ogni giorno
l’esame impara a svolgere.
Medita quando l’ombra
ti cade d’ogni sera
sulla fronte:
è passato, mio amore,
un altro giorno.

 

Giovanni Testori

Novate Milanese, 12 5 1923 – Milano, 16 3 1993

da “Per sempre”


Generalizzando

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Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi né che sia.
Soltanto, ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.

Giorgio Caproni

Le stagioni del franco cacciatore


in questo febbraio…

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oh come si lascia andare

 in questo febbraio

di commozioni sottili

che non sai dove andare

 e se andare

 come si lascia andare

 da queste parti

 questa città

senza un segno un trofeo

 un’idea fatta di luce e saliva

 senza nemmeno l’attesa

che ci si svegli dal torpore

e tutti assieme ci si tocchi

ci si annusi i volti

tenuti assieme da occhiali al titanio

dietro ai quali il meglio di noi si disperde

 tra geografie improbabili

sensi unici e divieti

desideri in bilico

sui bordi dei bicchieri e delle labbra

 e mani che a sfiorarsi fanno paura

 e sogni fanno densi

 come il mosto della vendemmia

 ora che ancora è inverno

anche se in anticipo è la primavera

 in anticipo quest’anno

e non siamo preparati noi

né per abiti né per ormoni

né per orari ferroviari

 in questo mese di astratti furori

che se l’estate ci trova così impreparati

quali alibi potremo mai trovare

alla vecchiaia che avanza

 mentre dentro ami come a vent’anni

e non sai se più lo sai tenere

per la coda il drago che a cinquant’anni ancora ti cavalca

 perché tu sei da un’altra parte ormai

maledetto poeta

e sei nel verbo e al verbo condannato

alle parole derise da chi crede

che altro sei dalle parole che dici

dalle parole esatte e imperfette

che scrivi sempre

come se fossero le prime e le ultime

dai ritmi che battono come denti

per il gelo ed il trapano del dentista

 così che ti viene voglia di gridarlo

 fino a farti scoppiare polmoni e vene

 io non ci sto più

e di smetterla di scegliere per te

l’assurda morte a scampoli e a saldi

di starci in mezzo senza essere da nessuna parte

in questo febbraio di piatti da sciacquare

 di figli da consegnare ad un’eternità che non vogliono

di mal di denti con cura occultati

perché meglio un dente con la carie

che un tumore che non ti faccia più venire

né mal di denti né la voglia di vita

che hai con arte dimenticato

meglio il respiro delle cose senza sorpresa

dei sogni che sai come vanno a finire

anche se sono finiti da sempre

degli sguardi che ti guardano senza guardare

delle mani che ti toccano senza toccare

 meglio tutto, amore,

in questo febbraio

Beatrice in questa città

 in questa strada

 in questa casa

in questo cesso

dove alla stessa ora

 le 6.40 del mattino

con lo stesso sapone

 con la stessa sapiente negligenza

 le mani ci disinfettiamo e il cuore

meglio tutto, amore,

dell’allegrezza

che ci segna la fronte

 quando gli altri ci salutano

come i ventenni che eravamo.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Insegnaci

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Insegnaci a contare i nostri giorni:

quelli che abbiamo avuto,

quelli che ci rimangono.

Giorni attesi, giorni sprecati.

Quelli annoiati, quelli incompresi.

Le nostre albe assonnate,

gli indaffarati mattini.

Sere di baci. Notti fugaci.

E carezze, e tristezze.

Insegnaci a contare i minuti,

a non perderli. Vissuti,

da vivere: minuti così brevi

che riempiamo di niente

e di gente, di cose e pensieri

per farli durare fino a un’ora.

Lasciaci ancora tornare ai nostri ieri,

progettare i domani: e rimani,

rimani nel tempo che viviamo,

nel momento che siamo.

 

Alida Airaghi, Verona  1953

da “Frontiere del tempo”


Certi versi non si possono né spiegare né tradurre, ma sono bellissimi al di là di ogni loro significato. J. L. Borges

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L’alba si presentò sbracciata e impudica;
io la cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò
lattante, latitante.
L’amore era un gioco instabile;
un gioco di fonosillabe.

Amelia Rosselli
Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996


Ma io i ricordi non li amo….

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……………………….

Ma io i ricordi
non li amo. E so che il vino
aizza la memoria, e che
– lasciato in tavola il mazzo
ancora non alzato – quei tre
avrebbero fino all’alba
(all’alba che di via Palestro
fa un erebo) senza un perché
continuato a evocare
anime…Così come il mare
fa sempre, col suo divagare
perpetuo, e sul litorale
arena le meduse
vuote – le sue disfatte
alghe bianche e deluse.

Scostai la sedia. M’alzai
Schiacciai nel portacenere
la sigaretta, e solo
(nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Mille giri
di silenzio, faceva
la ruota del guardiano
notturno – la sua bicicletta.

Svoltai l’angolo. In fretta
scantonai nel cortile.

Ahi l’uomo – fischiettai –
l’uomo che di notte, solo,
nel gelido dicembre
spinge il cancello e – solo –
rientra nei suoi sospiri…

 

Giorgio Caproni

Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990

da “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”


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