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Allora gli si diede la voce all’uomo….

 

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Allora gli si diede la voce all’uomo
Tu parlerai per tutti, l’essere d’acqua parlerà in te
e anche il legno e la pietra
e la voce della lucertola e del passero
il mais il cerbiatto il silenzio la farfalla
il bosco parleranno attraverso di te
… ma l’uomo dimenticò
dimenticò le voci […]

 

Santiago Mutis Durán, Bogotà 1951

traduzione di Camila Hofman

 

L’uomo è l’unico essere vivente  ad avere un mezzo tanto efficace e articolato  quale la voce. E’ perciò anche  il solo a poterla  dare  ad altre creature che abitano   questo nostro mondo. E’ la sua missione.  Spesso, però, lui  interrompe quel canale di  comunicazione che lo lega  al creato, dimentica ciò  che Eugenio Montejio chiama “territudine”,  il legame stretto che esiste tra la terra e l’uomo,  l’energia, l’imprinting che ognuno riceve quando nasce e che, nonostante un presente tecnologico e inquinato, gli permette di non dimenticare la continuità organica, ma soprattutto spirituale, che esiste tra il suo corpo e il tutto.

Annamaria  S. 

 

 

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Se ascolti scorrere l’acqua nei canali

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Se ascolti scorrere l’acqua nei canali

Il suo sonno mansueto passare tra penombre e muschi

con il suono spento di qualcosa

che tende a soffermarsi all’ombra vegetale.

Se hai fortuna e preservi quell’istante

col tremore delle felci che non cessa

col limo attonito che si dibatte

nell’alveo immutabile e sempre in viaggio.

Se hai la pazienza del ciottolo

la sua voce spenta il suo accento grigio senza spigoli

e attendi finché la luce faccia il suo ingresso

è bene che tu sappia che lì ti chiameranno

con un nome mai pronunciato prima.

Tutta l’ardua armonia del mondo

è probabile che ti sia allora rivelata

ma solo per questa volta.

Saprai forse decifrarla nel rumore dell’acqua

che evade senza rimedio e per sempre?

 

Alvaro Mutis

Bogotà 25 8 1923 – Città del Messico 22 10 2013

da “Summa di Maqroll il gabbiere”

traduzione di Fabio Rodriguez Amaya


Come spade in disordine

 

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                                                                       Omaggio minimo a Stéphane Mallarmé

Come spade in disordine
la luce scorre sui campi.
Isole d’ombra svaniscono
e tentano, invano, di sopravvivere più lontano.
Lì, di nuovo, le raggiunge il fulgore
del mezzogiorno che ordina le sue truppe
e stabilisce i suoi dominî.
L’uomo nulla sa di questi combattimenti silenziosi.
La sua vocazione di penombra, la sua abitudine all’oblio,
le sue usanze, infine, e le sue miserie,
gli negano la gioia di questa festa imprevista
che accade per disegno capriccioso
da chi, dall’alto, lancia i dadi muti
la cui cifra mai conosceremo.
I saggi, frattanto, predicano il conformismo.
Solo gli dèi sanno che questa virtù incerta
è un altro vano tentativo di abolire la sorte.

 

 

Álvaro Mutis

Bogotà, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

da Poesie disperse in  ” Summa di Maqroll il gabbiere”
a cura di Fabio Rodriguez Amaya

 

 

 


La Poesia è lo spazio intorno al silenzio

Chi passa spesso tra queste pagine sa che, per indole o vocazione, sono una “solitaria”. Non che non mi piacciano gli altri, specialmente se sono simpatici e divertenti, o perché non abbia nulla da dire: quante considerazioni ci sarebbero da fare su ciò che ogni giorno accade! ma ci sono già tutti che esternano opinioni su tutto, perciò,  molto spesso preferisco intrattenermi con i miei pensieri o godermi il silenzio, bene prezioso in via d’estinzione (ahinoi!!!).                                                                                                                  A me piace leggere la Poesia, maestra di essenzialità nella conoscenza del mondo e dell’animo umano, materia viva che riempie gli incavi vuoti  del linguaggio.                   Un poeta francese dice  “ la Poesia è lo spazio intorno al silenzio”. Non ho mai sentito definizione più bella.  Così oggi mi piacerebbe, attraverso le parole del  poeta messicano   Mario Licón Cabrera, ringraziare anch’io la Poesia, il posto dove vanno a finire le cose immaginate e quelle  ricordate. La Poesia, questa cosa che  a forza di leggerla e rileggerla, finisci per  confonderla con la speranza e questo ti scalda il cuore.  

 

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Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 

Mario Licón Cabrera (Nuevo Casas Grandes, Chihuahua, Messico, 1949)

da La reverberación de la ceniza

traduzione  di Lucia Cupertino

 


..l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti…

 

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A volte la tua assenza è parte del mio sguardo,

le mie mani contengono la lontananza delle tue

e l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti.

A volte ti scopro in un volto che non avesti e nell’apparizione che non

[ meritavi,

a volte è una strada al tramonto dove non dovremo tornare a incontrarci,

mentre il tempo trascorre tra un movimento del mio cuore e un

[ movimento della notte.

A volte la tua assenza appare lentamente nel mio sorriso come una

[ macchia di olio sull’acqua,

ed è l’ora di accendere certe luci

e camminare per casa

evitando l’esplosione di certi angoli.

Nei tuoi occhi ci sono barche ancorate, ma io ormai non dovrò liberarle,

nel tuo petto ci furono sere che alla fine dell’estate

tuttavia guardai incendiarsi.

E queste sere sono ancora le mie riunioni con te,

il disgelo che nella notte

scioglie la tua maschera e la perde.

 

José Carlos Becerra

Messico 21 maggio 1936 – Brindisi  27 maggio 1970

Dall’antologia “Nell’imminenza del giorno”

 traduzione e cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Galllitelli

 


… ma l’uomo non potrà vivere senza la poesia, perché essa rappresenta il secreto non solo di chi riesce a scriverla sulla carta, ma di tutti, poiché tutti l’hanno nell’anima. G.Ungaretti

 

 

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Qui c’è la stessa pioggia sulla sterpaglia incolta.

Il sale, il mare sfatto…

Si cancella il passato, si scrive dopo:

Il mare convesso, le sue migrazioni,

le abitudini radicate,

è servito già a scrivere mille poesie.

 

(La cagna infetta, la poesia rognosa,

risibile varietà della nevrosi,

prezzo che alcuni pagano

per non saper vivere.

La dolce, eterna, luminosa poesia).

 

Forse non è tempo ancora.

La nostra epoca

ci permette di parlare da soli.

 

 

José Emilio Pacheco, Ciudad de México 30 6 1939

 

 

 


…..perché la notte possiede rade darsene

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La notte era avanzata fino a stabilire i suoi domini
smorzando cancellando ogni rumore ogni suono
che non fossero quelli della sua tenebra sparsa
delle sue tortuose gallerie dei suoi lenti dedali
attraverso i quali procede incespicando contro elastiche pareti
dove rimbalza l’eco di parole e passi d’altri giorni
e fluttuano s’accostano si scostano volti
sfocati nella caligine impalpabile del sogno
volti che conoscemmo nell’infanzia
o che incontrammo un giorno
nei corridoi anonimi di un ministero
o nei cessi di una stazione abbandonata
insieme a una donna che forse avrebbe cambiato
la nostra vita
e con la quale non parlammo mai né sapemmo il suo nome
e che beveva lentamente un bicchiere di latte tiepido
nel sordido angolo di un caffè di provincia
dove il rumore delle palle del biliardo
si confondeva con la musica rarefatta di un grammofono
o nell’ordinato ufficio postale di Namur
dove andammo per un pacco d’oltremare
Perché la notte riserva
queste sorprese destinate a chi sa contrattare
con i suoi poteri e smarrirsi nei suoi corridoi
dopo avere per sempre abbandonato le armi
precarie che concede la vigilia e violato la poca
tolleranza con cui ci consente penetrare
in certe regioni senza smettere di esercitare
su noi i suoi decreti di cenere nè di srotolare
davanti a noi il liso tappeto delle sue concessioni
Sono pochi in verità gli eletti che si liberano
di questi intoppi e si lanciano nella notte con l’affanno
di chi intende sfruttare fino in fondo quelle vacanze
senza fine che offre l’oscuro prestigio dei suoi regni
come chi regala un’illusione d’eternità
una sopravvivenza non garantita ma fornita
di una piccola quantità di alternative allettanti
dove il piacere ci sommerge
con lo scatto felino di ciò che deve perdersi
Perché la notte possiede rade darsene
poco illuminate vegetazioni mobili
di alghe eccitate che ci accolgono agitando
ritmicamente i cangianti teloni dei loro veli funebri
È per questo che chi ha stretto il patto
usa preparare minuziosamente e con cauto entusiasmo
ogni escursione nei reami notturni
Come quei viaggiatori che serbano la bottiglia del vino
bevuto per salutare chi andò alla guerra
e poi la sera la riempiono con olio di palma
e col sudore raccolto dalle tempie dei moribondi
o come quei macchinisti che prima di partire
e di far salire la pressione nelle caldaie vi incidono sulle pareti
la preghiera dei pastori senza gregge
Ma non è neppure questo perché chi s’insedia
dietro i confini della notte non ha bisogno di piegarsi
a regole tanto rigide né a condizioni così precise
È piuttosto come abbandonarsi alla corrente
limitandosi con un leggero movimento delle gambe
o con una tempestiva bracciata ad impedire l’urto
contro le pietre e cedere alla spinta delle acque
senza mai perdere una certa libertà
Non per fuggire alla fine bensì perché la discesa sia
più un viaggio soggetto ai capricci del desiderio
che una vertigine imposta dalle acque
Ma non è neanche questo perché la notte stessa
lascia trappole alle quali possiamo sfuggire
improvvisamente ed è nella fatica di intuirle e di evitarle
che si rischia di perdere il meglio del viaggio
Perciò l’indicazione è di lasciare solo una piccola zona
della coscienza
a carico del problema e lanciare tutto il resto
contro la pienezza dei poteri notturni
con la certezza comunque che in essi
dovremo errare senza sosta senza preoccuparci
che vi si celi il falso perché non c’è la prova
che nessuno abbia potuto evitare il ritorno.

 

Álvaro Mutis

Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

Da “Disperanza del Gabbiere”, traduzione di Martha Canfield.

 


Notte……

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È l’ora impercettibile che si fa notte.
E nessuno si chiede come si fa la notte,
che materia segreta va edificando la notte.

José Emilio Pacheco, Ciudad de México 30 6 1939
da Isole alla deriva


Non ne posso più dei ricordi!

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Non saremmo niente senza tutto quello che abbiamo detto e fatto, avuto e dato, patito e goduto. Niente! Non saremmo niente se non avessimo un passato. Ma a un certo punto della vita, la memoria, come vuole Irving, diventa un mostro che divora quello che resta.
Bravi gli altri a ripetere …guarda avanti….non voltarti…! I ricordi si presentano contro la tua volontà, puntuali come il destino.
Non so ancora se a dare un senso al presente o a farlo a pezzi! Iraida
************

Memoria

Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.
Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.
Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

José Emilio Pacheco
Citta del Messico 30 giugno 1939


“Il mondo esiste ma non è reale” detto tibetano

Certe mattine,

nell’attimo in cui gli occhi sono chiusi

e la coscienza  pian piano emerge, 

in quell’istante così  fuggevole,

tanto labile e  imprendibile

che non c’è tempo nemmeno per pensarlo,

mi capita ogni tanto di svegliarmi

con la  stessa sensazione addosso

di quando i miei figli erano piccoli.

Mi sembra di percepirne il respiro,

i movimenti lievi, l’odore di talco e di  miele.

E ogni volta mi aspetto

che saltino dalla culla nel letto! 

Apro gli occhi e  già tutto è un ricordo.

A quale  dimensione del tempo

appartiene  quell’attimo?

Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.
Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.
Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

José Emilio Pacheco Berny (Ciudad de México, 30 de junio de 1939)


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