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Eclissi

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Se solo fossi qui stanotte
come quando scorgevi nei miei occhi
il vapore di una nave che rientra
nei pomeriggi vestiti di gigli
bevevi amore dalle mie pupille
e attraversavi mari tra i miei fianchi

Io arriverei con viali e giardini
una penombra d’oro tra le vene
e i fiumi senza ali che ci lasciò la morte

Le rondini chiederebbero dell’autunno vivo
e dei fiori bianchi negli occhi
delle donne tristi

La luna si eclisserebbe lentamente
e la notte scenderebbe a berci il sorriso
con il suo violino di sabbia

 

Leticia Luna, Città del Messico 1965

da “Fuoco azzurro” 

traduzione di Federica Silvino


Beduini

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Attraversammo la soglia senza rendercene conto 
fino ad arrivare al centro. 

Che ne sapevamo noi di frontiere? 

Entrammo nel deserto 
come entrando in acqua, 
come uscendo dall’acqua 
ed entrare di nuovo in ciò ch’è asciutto. 

(“Questa è la loro casa” 
– pensò uno dei due.) 

E sorridesti al nulla che si apriva 
come una vasta parentesi 
alla maldestra 
sintassi 
del nostro passo fiducioso. 

Ancora ignoriamo 
se stare dentro al cerchio 
è stare al centro 
o se il centro 
sia 
il cerchio stesso. 

La brezza che cavalca davanti a te 
ci dispensa dal saperlo.

 

Jorge Ortega, Messico 1972

traduzione di Alessio Brandolini

 


la vita è piena di imperfezioni e non so come viverla

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Ho avuto delle risposte più incomprensibili delle domande

quello che davvero io sono sfugge alla mia comprensione

non so chi dentro di me decide per me

salto il baratro delle altezze

e mi aggroviglio nelle  mie stesse ali

 

Gloria  Gervitz , Città del Messico 29 3 1943

da “Migraciones” traduzione mia

 

 


Il dorso della vita

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Dopo l’isolamento, venne d’improvviso la luce.

Abbagliata,

arrivai al nucleo di un tumultuoso vespaio.

Aliena a ponderare la concessione,

inopportunamente,

con la semplicità di colui che ignora

il pungiglione dell’insidia,

passai la mano, senza malizia, lungo il dorso della vita.

Mio Dio, che atroce bruciore!

 

 

Enriqueta Ochoa

Coahuila 2 5 1928 – Città del Messico 1 12 2008

traduzione mia


Marianne

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Dopo aver letto tante cose erudite, 
sono stanca, figlia, di non avere  piedi più forti 
e  reni più resistenti 
per percorrere i sentieri che mi mancano. 
Perdona questo disaccordo passeggero 
mentre non so esattamente dove sono 
e dove passo le mie insonnie appoggiata alla finestra 
quando cade la pioggia, 
pensando alla rabbia che morde 
le relazioni  tra uomo e uomo, 
scavando nel tunnel sempre più stretto 
di questa solitudine – in sé, una piccola morte prematura. 
Quale felicità, che tu sia  nata con la  testa al suo posto 
che la paura non diminuisca le tue parole, 
che mi abbia visto morire in me stessa ogni momento 
cercando Dio,  l’uomo, il miracolo.
Sai che siamo nati nudi, totalmente impotenti, 
e questo non ti importa

nè ti sorprendi del nodo d’ombra che scopri. 
Tutto muore in tempo e piange in frammenti, 
hai detto. 
Tuttavia,  il tuo sguardo ha il blu del cristallo 
e  l’acqua del tuo cuore è fresca all’alba, 
rimuovi facilmente la fuliggine che l’uomo mette sulle cose 
e comprendi,  nel tuo stesso dolore, il mondo. 
Perché tu sai già 
che su tutti gli occhi della terra un 
giorno qualsiasi, irrimediabilmente, piove.

 

Enriqueta Ochoa

Coahuila 2 5 1928 – Città del Messico 1 12 2008

traduzione mia


Piccola…

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Ti auguro la follia, il coraggio, i desideri,

l’impazienza. Ti auguro la fortuna dell’amore e

il delirio della solitudine.

Ti auguro la passione per le comete, per l’acqua e per le persone.

Ti auguro intelligenza e ingegno.

Ti auguro uno sguardo curioso, un naso dotato di memoria ,

una bocca che sorrida  e imprechi  con precisione divina,

gambe che non invecchino mai,

un pianto che ti restituisca  il tuo equilibrio.

 Ti auguro il senso del tempo che hanno le stelle,

il carattere delle formiche, il dubbio dei templi.

Ti auguro fiducia  nei presagi,

nella voce dei morti,

nelle parole  degli avventurieri,

nella pace degli uomini che dimenticano il loro destino,

nella forza dei tuoi ricordi

e nel  futuro come promessa

di tutto ciò che ancora non ti è accaduto …

 

Ángeles Mastretta

Puebla (Messico) 9 ottobre 1949

da “Male d’ amore”

 


Allora gli si diede la voce all’uomo….

 

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Allora gli si diede la voce all’uomo
Tu parlerai per tutti, l’essere d’acqua parlerà in te
e anche il legno e la pietra
e la voce della lucertola e del passero
il mais il cerbiatto il silenzio la farfalla
il bosco parleranno attraverso di te
… ma l’uomo dimenticò
dimenticò le voci […]

 

Santiago Mutis Durán, Bogotà 1951

traduzione di Camila Hofman

 

L’uomo è l’unico essere vivente  ad avere un mezzo tanto efficace e articolato  quale la voce. E’ perciò anche  il solo a poterla  dare  ad altre creature che abitano   questo nostro mondo. E’ la sua missione.  Spesso, però, lui  interrompe quel canale di  comunicazione che lo lega  al creato, dimentica ciò  che Eugenio Montejio chiama “territudine”,  il legame stretto che esiste tra la terra e l’uomo,  l’energia, l’imprinting che ognuno riceve quando nasce e che, nonostante un presente tecnologico e inquinato, gli permette di non dimenticare la continuità organica, ma soprattutto spirituale, che esiste tra il suo corpo e il tutto.

Annamaria  S. 

 

 


Se ascolti scorrere l’acqua nei canali

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Se ascolti scorrere l’acqua nei canali

Il suo sonno mansueto passare tra penombre e muschi

con il suono spento di qualcosa

che tende a soffermarsi all’ombra vegetale.

Se hai fortuna e preservi quell’istante

col tremore delle felci che non cessa

col limo attonito che si dibatte

nell’alveo immutabile e sempre in viaggio.

Se hai la pazienza del ciottolo

la sua voce spenta il suo accento grigio senza spigoli

e attendi finché la luce faccia il suo ingresso

è bene che tu sappia che lì ti chiameranno

con un nome mai pronunciato prima.

Tutta l’ardua armonia del mondo

è probabile che ti sia allora rivelata

ma solo per questa volta.

Saprai forse decifrarla nel rumore dell’acqua

che evade senza rimedio e per sempre?

 

Alvaro Mutis

Bogotà 25 8 1923 – Città del Messico 22 10 2013

da “Summa di Maqroll il gabbiere”

traduzione di Fabio Rodriguez Amaya


Come spade in disordine

 

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                                                                       Omaggio minimo a Stéphane Mallarmé

Come spade in disordine
la luce scorre sui campi.
Isole d’ombra svaniscono
e tentano, invano, di sopravvivere più lontano.
Lì, di nuovo, le raggiunge il fulgore
del mezzogiorno che ordina le sue truppe
e stabilisce i suoi dominî.
L’uomo nulla sa di questi combattimenti silenziosi.
La sua vocazione di penombra, la sua abitudine all’oblio,
le sue usanze, infine, e le sue miserie,
gli negano la gioia di questa festa imprevista
che accade per disegno capriccioso
da chi, dall’alto, lancia i dadi muti
la cui cifra mai conosceremo.
I saggi, frattanto, predicano il conformismo.
Solo gli dèi sanno che questa virtù incerta
è un altro vano tentativo di abolire la sorte.

 

 

Álvaro Mutis

Bogotà, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

da Poesie disperse in  ” Summa di Maqroll il gabbiere”
a cura di Fabio Rodriguez Amaya

 

 

 


La Poesia è lo spazio intorno al silenzio

Chi passa spesso tra queste pagine sa che, per indole o vocazione, sono una “solitaria”. Non che non mi piacciano gli altri, specialmente se sono simpatici e divertenti, o perché non abbia nulla da dire: quante considerazioni ci sarebbero da fare su ciò che ogni giorno accade! ma ci sono già tutti che esternano opinioni su tutto, perciò,  molto spesso preferisco intrattenermi con i miei pensieri o godermi il silenzio, bene prezioso in via d’estinzione (ahinoi!!!).                                                                                                                  A me piace leggere la Poesia, maestra di essenzialità nella conoscenza del mondo e dell’animo umano, materia viva che riempie gli incavi vuoti  del linguaggio.                   Un poeta francese dice  “ la Poesia è lo spazio intorno al silenzio”. Non ho mai sentito definizione più bella.  Così oggi mi piacerebbe, attraverso le parole del  poeta messicano   Mario Licón Cabrera, ringraziare anch’io la Poesia, il posto dove vanno a finire le cose immaginate e quelle  ricordate. La Poesia, questa cosa che  a forza di leggerla e rileggerla, finisci per  confonderla con la speranza e questo ti scalda il cuore.  

 

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Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 

Mario Licón Cabrera (Nuevo Casas Grandes, Chihuahua, Messico, 1949)

da La reverberación de la ceniza

traduzione  di Lucia Cupertino

 


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