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Biografia

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Ho avuto amici che sono morti, altri che se ne sono andati
altri si sono spaccati la faccia contro il tempo.
Ho odiato ciò che era facile
cercandomi nella luce nel mare nel vento.

Sophia de Mello Breyner Andresen

Porto, 6  11  1919 – Lisbona, 2  7  2004

traduzione di Mariangela Semprevivo


Quando muore un poeta, il mondo è meno luminoso.

2F - Olga Savary [OK]

Poesia brasiliana

 

iandára in tupi* è mezzogiorno.

iaciçuaçú è luna piena,

o come dicono i nostri indios:

luna dal volto grande.

Iacipirêra, luna calante,

è scorza di luna.

Quando prosaicamente diremmo

piove, loro dicono: o kyr amaná

= precipitano le nuvole.

 

Con tanta poesia cosi non mi è difficile

amare un indio, padrone della terra, dell´acqua.

E ancor  di più  io che non so nemmeno il mio nome.

 

 

Olga Savary 

Belém do pará, 21  5 1933 – 16 5 2020

*lingua di un macrogruppo etnico dell’Amazzonia


Segui il tuo destino….

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Segui il tuo destino,

bagna le tue piante,

ama le tue rose.

Il resto è l’ombra

di alberi estranei.

La realtà sempre

è di meno o più

di quel che vogliamo.

Solo noi restiamo

uguali a noi stessi.

Dolce è vivere soli.

Grande e nobile

è sempre

viver semplicemente.

Lascia la pena sulle are

come ex-voto agli déi.

Guarda da lungi la vita.

Non interrogarla.

Essa niente può dirti.

La risposta è al di là degli Dèi.

Ma serenamente

imita l’Olimpo dentro il tuo cuore.

Gli dèi sono dèi perché non si pensano.

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Un’affollata solitudine” Poesie eteronime

Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati


Che ingiustizia!

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Presto l’inverno andrà via. Come un mare in ritirata

con la bassa marea,

lascia queste isole dolci, preziose, lisce, lavate,

questi giorni leggeri e freddi, come  sabbia.

E mi ricordo di te. Così come la sabbia bagnata

che l’acqua dovrà battere e  l’aria dovrà disperdere

così come la sabbia fredda, vagante, leggera,

i nostri giorni, cristalli

fragili, ciottoli,

sabbia, sabbia, sabbia,

ore di sabbia eterea,

giorni spazzati via, fragili.

E mi ricordo di te. L’inverno presto andrà via.

Torneranno, elargitori di luce, giorni azzurri,

il nostro mandorlo diventerà bianco.

( la ginestra ha già

due fiori gialli)

Che ingiustizia, che vergogna

per questi occhi ubriachi di colori, i giorni

che i tuoi occhi non vedranno!

 

Circe Maia, Montevideo 1932

da “La casa de polvo sumeria”

da me liberamente tradotta


….nell’orrore, di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti..

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Aleppo, Calais, Lesbos, o, per altre parole

 

voglio parlare di quelle che una volta erano strade, viali
ricamati di case e palme, dei tappeti che una volta
nella nostra immaginazione, volavano di magia
e che adesso si sfumano in altre forme,
le più basse

O del tempo della poesia di prima, quando le navi
entravano magre, e la parola si faceva
nitidezza di immagine e della violenza e di questo tempo
porta di entrata in rozze barche per la violenza
adesso lungo i secoli

O ancora della gente in fila
sembrano oceani visti da lontano, grandi piani,
ma, ritagliate le persone in persone singolari, rivelano nomi
interi, con i loro gusti, con sofferenze diverse, muscoli
per sorridere tutti diversi,
                                       ah, se quella ampissima lente
si trasformasse, stretta, in un microscopio della vita

Di quello che vedo da lontano e su uno schermo,
non voglio parlare usando la redondilha,
versi rotondi, in una sintassi uguale e precisa

voglio queste righe in cui parlo di altre righe,
fatte di altra materia, reale e dura, esplosa, questa,
detenuta da giubbotti e armi color di fumo,
e, accanto agli oceani di gente,
i sedimenti vissuti da altre genti,
quelle vicine a me, l’odio costruito lentamente
che quasi tocca l’abominio

Di ciò che arriva allo sguardo, degli strati di secoli in cui tutto
sembra merce facile da dimenticare,
o allora l’espulsione ricordata
dentro i nostri geni, serve ad insistere nell’orrore,
di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti
perché niente dona conforto o pace

Ma che il furore persista,
e in questo angolo in fondo all’Europa,
e senza vergogna di starsene caldo e lontano,
protetti da una lente ampissima
che lascia solo passare, sottilissime, mezza dozzina di immagini:
o, in altre parole, l’esser ciechi –

anche senza parole – il furore.

 

Ana Luísa Amaral. Lisbona, 1956

traduzione di Livia Apa

 

 

 


Resto

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A modo mio tutto ho fatto per non tornare
qui. Per non espormi all’inutile corrosione
della memoria, all’ingannevole magma delle
parole. A modo mio ho evitato sempre queste
grate, questi alberi simmetricamente

allineati che mi accennano in fondo
al Palazzo Reale. Percorso tante volte
ripetuto e oggi rifiutato, fra sorrisi
contraffatti e sguardi presi
in prestito. A modo mio

tutto ho fatto per non tornare a incontrare 
questa piazza, queste fonti geometricamente
incrostate al suolo, le statue (Castori, 
con braccia sollevate, che tengono qualcosa
che io so essere ciò che non dicono), gli odori,
la musica, le passioni girate verso l’interno…

Tutto ho fatto ma senza successo, per questo ora
resto: multiplo, aereo, ricordi
sparpagliati (gli uni sugli altri, 
spiegazzati). Resto – senza codici
né certezze, malgrado tutto ciò
saldo – imperturbabilmente saldo.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “Regresso”

traduzione di Vera Lúcia de Oliveira


quel pezzo di carta opaca

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Nella foto lei è sorridente. Aria innocente,
riuscita. Anche lui, trionfante
nella giusta posa, catturati uno dall’altro
ma senza saperlo. Altri identici nei tavoli
vicini – attendono l’ora di andarsene (…).
Nella foto si vedono i tendoni bianco-

sporco che coprono i tavoli, le birre, i sorrisi.
A un passante è stato rubato lo stupore,
fissato in quel pezzo di carta opaca.
Mi sporgo dentro la foto, ma non
mi vedo. Eppure sono certo che ci sono.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “Regresso”

traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

Potenza di uno scatto! Mentre la vita passa, non lasciando alcun ricordo di noi nei luoghi in cui siamo passati, la fotografia cerca disperatamente di trattenervi la prova  della nostra esistenza.

A.S.

 


Impressionista

Caminito, La Boca, Buenos Aires, Argentina

 

Un’occasione.

Mio padre ha dipinto l’intera casa.

di un arancione brillante.

Per molto tempo abbiamo vissuto in una casa,

come lui stesso ha detto,

costantemente all’alba.

 

Adélia Prado,  Divinopolis (Brasile)  13 12 1935

 


Per l’anniversario della morte del poeta Emilio Piccolo

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Lui se ne va all’incontro di paesaggi,
Come l’anima fine mai avrebbe sognato…
Lui se ne va all’incontro della bellezza
Che in terra ha perseguito e ora raggiunge
Lui se ne va, con l’anima generosa
Di chi tutto ha dato di sé, credendo poco,
Dividendo i suoi sogni e le poesie,
I suoi quadri, i suoi studi, il suo sorriso,
E la smisurata anima di bambino…

 

Antònio Làzaro De Almeida  Prado

Piracicaba, 1925

Da “Ciclo das chamas”

 Traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


una virgola…

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Quando scopro che la mia vita
ormai non sarà quel che pensavo
e che iniziare tutto di nuovo
non è possibile a questo punto
e che fuggire fuori dal mondo
avrebbe l’alto prezzo di perdervi
voi che siete l’unica cosa
reale,
una parola
discende dai miei occhi
ed è segno che divide ciò che sono stato
da quello che inizio ad essere in questo volo:
una virgola.

 

 

Antonio Praena, Purullena (Spagna) 1973.

da “Molte volte ho desiderato essere una gru”

trad di Alessio Brandolini


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