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quel pezzo di carta opaca

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Nella foto lei è sorridente. Aria innocente,
riuscita. Anche lui, trionfante
nella giusta posa, catturati uno dall’altro
ma senza saperlo. Altri identici nei tavoli
vicini – attendono l’ora di andarsene (…).
Nella foto si vedono i tendoni bianco-

sporco che coprono i tavoli, le birre, i sorrisi.
A un passante è stato rubato lo stupore,
fissato in quel pezzo di carta opaca.
Mi sporgo dentro la foto, ma non
mi vedo. Eppure sono certo che ci sono.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “Regresso”

traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

Potenza di uno scatto! Mentre la vita passa, non lasciando alcun ricordo di noi nei luoghi in cui siamo passati, la fotografia cerca disperatamente di trattenervi la prova  della nostra esistenza.

A.S.

 

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Impressionista

Caminito, La Boca, Buenos Aires, Argentina

 

Un’occasione.

Mio padre ha dipinto l’intera casa.

di un arancione brillante.

Per molto tempo abbiamo vissuto in una casa,

come lui stesso ha detto,

costantemente all’alba.

 

Adélia Prado,  Divinopolis (Brasile)  13 12 1935

 


Per l’anniversario della morte del poeta Emilio Piccolo

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Lui se ne va all’incontro di paesaggi,
Come l’anima fine mai avrebbe sognato…
Lui se ne va all’incontro della bellezza
Che in terra ha perseguito e ora raggiunge
Lui se ne va, con l’anima generosa
Di chi tutto ha dato di sé, credendo poco,
Dividendo i suoi sogni e le poesie,
I suoi quadri, i suoi studi, il suo sorriso,
E la smisurata anima di bambino…

 

Antònio Làzaro De Almeida  Prado

Piracicaba, 1925

Da “Ciclo das chamas”

 Traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


una virgola…

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Quando scopro che la mia vita
ormai non sarà quel che pensavo
e che iniziare tutto di nuovo
non è possibile a questo punto
e che fuggire fuori dal mondo
avrebbe l’alto prezzo di perdervi
voi che siete l’unica cosa
reale,
una parola
discende dai miei occhi
ed è segno che divide ciò che sono stato
da quello che inizio ad essere in questo volo:
una virgola.

 

 

Antonio Praena, Purullena (Spagna) 1973.

da “Molte volte ho desiderato essere una gru”

trad di Alessio Brandolini


…..una felice bruma intorno al pensiero

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Nella mia mente è scolpita una poesia
che esprimerà la mia anima intera.
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola
non è neppure come la sogno.

E’ un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,

e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.

Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.

 

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre


Amo tutto ciò che è stato

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Amo tutto ciò che è stato

tutto quello che non è più

il dolore che ormai non mi duole

l’ antica ed erronea fede

l’ieri che ha lasciato dolore

quello che ha lasciato l’allegria

solo perchè è stato ed è volato

e oggi è già un altro giorno.

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre


……un vento propizio, uno a caso

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[….] custodiva dei silenzi e anche le cose che

non aveva detto per caso. Custodiva ora

anche questi per caso, bianchi messaggi tra le parole

che le avanzavano nei cassetti. E tuttavia avrebbe custodito

per sempre queste parole, o l’immagine di labbra nel

dirle – un volto ancora non triste che ricordava l’estate.

 

Avrebbe atteso questa estate, l’odore caldo delle fragole

sulla punta delle dita. E l’avrebbe soprattutto custodito,

come custodiva ora, senza mai averlo udito, il suono

delle spighe, nella pianura, al passare del vento.

 

Ma solo ora poteva attendere il passaggio del tempo

senza parole; o un vento propizio, uno a caso

che tutto giustificasse. E nel silenzio nel quale andava rifugiandosi

cercava solo un posto più sereno per le memorie.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

 


La pioggia mi chiede di tacere

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Io non so cosa faccio qui

so che faccio qualcosa

piccole cose senza importanza

a volte mi annoio ma non è grave

resto solo un pochino più triste

dopo alzo la testa

le spalle cedono

trasporto una lupa ma non so fino a quando

una lupa che va perdendo il pelo

nella casa della poesia, nel sotterraneo accumulato

da un saggio che non sa nulla

né curare se stesso né curare

gli uomini –

apparentemente tutto è andato morendo

in questo regno di piccoli matrimoni

di convenienza: rimasero

l’insania senza voce e figure di muschio

che non sanno la distanza tra l’essere

e le nuvole

le nuvole che avvolgono

i percorsi del corpo

le orme di un virus che non cessa di

cantare la polvere, così facile

da soffiare. Piove. La pioggia

mi chiede di tacere.

 

 

Casimiro de Brito. Loulé,  Portogallo 14 1  1938.

da “Libro delle cadute”

traduzione di Romana Petri


Da Adriano a Yourcenar

 

 

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Noi siamo i viaggi che abbiamo fatto, la voglia di trovare

nel frastuono degli uomini tutte le città che dovevamo

costruire. Noi siamo questa immortalità a cui gli dei

non ci avevano condannato e di cui ora godiamo con l’irriverente

naturalezza che alcuni scambiano per indifferenza

saccente o per una superiorità che in verità

non abbiamo mai sentito. Siamo l’azzurro

inconfondibile dell’ Egeo

con le sue isole e i templi, con le sue rovine e colline

da cui le voci più antiche si levano ancora,

per poi confondersi con le inquietudini degli uomini.

Siamo il vuoto lasciato, questa memoria

dalla quale  nessuno di noi può fuggire: tu con

un cancro spietato, io con un annegato tra le  braccia.

Entrambi sconfitti prima del tempo! entrambi con tutta

la gloria che abbiamo perpetuato, nonostante la nostra stanchezza,

il nostro isolamento, la nostra fame di silenzio.

Noi siamo questo senso di colpa per non aver capito,

per non aver saputo riconoscere la tenerezza e la dignità,

per aver lasciato scivolare quello che alla fine era il nostro bene

di diritto e di  cuore. Siamo questo fuoco

che non ha nome. Questo mostro che ci divora ancora

e avvelena i mattini  quando, insonni,

brancoliamo da ciechi  nell’oscurità e non troviamo

i loro volti, i loro corpi che si stendevano sui

nostri, il  respiro che ci infondeva la vita

e la cui assenza ci mostra questa morte che

si avvicina. Noi siamo questo fatale calar del sole

questo camminare incerto, che nel soffio ordinatore

del mondo attende la barca che ci restituirà

tutto ciò che non abbiamo curato come dovevamo.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “He muerto… y he resucitado”

trad. mia


…e ti porto amica mia un fascio d’origano

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La contemplazione della morte salva gli uomini,

diceva Epicuro. Ancora non so

cosa fare, contemplo

i campi intorno, i vigneti, i mulini 

 e ti porto amica mia

un fascio d’origano –

cosa migliore non ebbero gli dèi

quando ci furono dèi.

Origano  e cristalli colorati

in queste mani che conservano il segreto

dell’aria tempestosa. Con esse ti accarezzo

prima che la terra mi offra

altri tesori. Cadere così

è una specie di fluttuazione che salva

chi non attende nessuna salvezza.

Quando i corpi si amano

si alza un tempio invisibile

dove la furia si installa.

Non solo di vino

s’inebria un uomo.

 

Casimiro  de Brito

Loulé,  Portogallo 14 1  1938.

dal “Libro delle Cadute”

traduzione dal portoghese di Manuel Simões


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