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…..una felice bruma intorno al pensiero

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Nella mia mente è scolpita una poesia
che esprimerà la mia anima intera.
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola
non è neppure come la sogno.

E’ un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,

e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.

Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.

 

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre


Amo tutto ciò che è stato

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Amo tutto ciò che è stato

tutto quello che non è più

il dolore che ormai non mi duole

l’ antica ed erronea fede

l’ieri che ha lasciato dolore

quello che ha lasciato l’allegria

solo perchè è stato ed è volato

e oggi è già un altro giorno.

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre


…e inoltre

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Gli dei sono felici.

Vivono la vita calma delle radici.

I loro desideri non li opprime il Fato,

o, se li opprime, li redime

con la vita immortale.

Non hanno

ombre o altri che li attristino.

E,  inoltre, non esistono…

 

Fernando Pessoa,  Lisbona 13 6 1888 – Lisbona 30 11 1935

da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi

traduzione di Maria José de Lancastre


……un vento propizio, uno a caso

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[….] custodiva dei silenzi e anche le cose che

non aveva detto per caso. Custodiva ora

anche questi per caso, bianchi messaggi tra le parole

che le avanzavano nei cassetti. E tuttavia avrebbe custodito

per sempre queste parole, o l’immagine di labbra nel

dirle – un volto ancora non triste che ricordava l’estate.

 

Avrebbe atteso questa estate, l’odore caldo delle fragole

sulla punta delle dita. E l’avrebbe soprattutto custodito,

come custodiva ora, senza mai averlo udito, il suono

delle spighe, nella pianura, al passare del vento.

 

Ma solo ora poteva attendere il passaggio del tempo

senza parole; o un vento propizio, uno a caso

che tutto giustificasse. E nel silenzio nel quale andava rifugiandosi

cercava solo un posto più sereno per le memorie.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

 


La pioggia mi chiede di tacere

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Io non so cosa faccio qui

so che faccio qualcosa

piccole cose senza importanza

a volte mi annoio ma non è grave

resto solo un pochino più triste

dopo alzo la testa

le spalle cedono

trasporto una lupa ma non so fino a quando

una lupa che va perdendo il pelo

nella casa della poesia, nel sotterraneo accumulato

da un saggio che non sa nulla

né curare se stesso né curare

gli uomini –

apparentemente tutto è andato morendo

in questo regno di piccoli matrimoni

di convenienza: rimasero

l’insania senza voce e figure di muschio

che non sanno la distanza tra l’essere

e le nuvole

le nuvole che avvolgono

i percorsi del corpo

le orme di un virus che non cessa di

cantare la polvere, così facile

da soffiare. Piove. La pioggia

mi chiede di tacere.

 

 

Casimiro de Brito. Loulé,  Portogallo 14 1  1938.

da “Libro delle cadute”

traduzione di Romana Petri


Da Adriano a Yourcenar

 

 

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Noi siamo i viaggi che abbiamo fatto, la voglia di trovare

nel frastuono degli uomini tutte le città che dovevamo

costruire. Noi siamo questa immortalità a cui gli dei

non ci avevano condannato e di cui ora godiamo con l’irriverente

naturalezza che alcuni scambiano per indifferenza

saccente o per una superiorità che in verità

non abbiamo mai sentito. Siamo l’azzurro

inconfondibile dell’ Egeo

con le sue isole e i templi, con le sue rovine e colline

da cui le voci più antiche si levano ancora,

per poi confondersi con le inquietudini degli uomini.

Siamo il vuoto lasciato, questa memoria

dalla quale  nessuno di noi può fuggire: tu con

un cancro spietato, io con un annegato tra le  braccia.

Entrambi sconfitti prima del tempo! entrambi con tutta

la gloria che abbiamo perpetuato, nonostante la nostra stanchezza,

il nostro isolamento, la nostra fame di silenzio.

Noi siamo questo senso di colpa per non aver capito,

per non aver saputo riconoscere la tenerezza e la dignità,

per aver lasciato scivolare quello che alla fine era il nostro bene

di diritto e di  cuore. Siamo questo fuoco

che non ha nome. Questo mostro che ci divora ancora

e avvelena i mattini  quando, insonni,

brancoliamo da ciechi  nell’oscurità e non troviamo

i loro volti, i loro corpi che si stendevano sui

nostri, il  respiro che ci infondeva la vita

e la cui assenza ci mostra questa morte che

si avvicina. Noi siamo questo fatale calar del sole

questo camminare incerto, che nel soffio ordinatore

del mondo attende la barca che ci restituirà

tutto ciò che non abbiamo curato come dovevamo.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “He muerto… y he resucitado”

trad. mia


(…) E fu più o meno da quel momento, che volli tornare indietro. Tornare per trovare l’origine. Una porta. Per ricominciare.. Tornare per ritrovare l’inizio, e me stesso tramite esso (V. O. Mateus)

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Quando partii non comparve nessuno sul bordo della pista.

Quando partii i viaggi erano cosa semplice e banale,

e non quest’ansia di dare un senso al

dolore, uno spazio all’assenza, una fonte

– per quanto minuscola – per saziare quella che

continua ad essere un’inesausta sete. Quando partii erano

 

tutti indaffarati a viaggiare, ma in un altro modo –

voracità di usurai, occhi spalancati

dove il tempo é negoziabile tanto quanto un futuro

ipotecato o una semplice ruota arrugginita. Quando

partii ebbero subito la cortesia di avvisarmi che la poesia

non ha mai salvato nessuno, che la ricerca delle radici

 

(inteso come la comprensione di un passato non

avvenuto) era cosa tanto ridicola quanto obsoleta

per le crasse risate di molti. Quanto partii la buganvillea

della casa di fronte era splendida e c’era

un gatto che passava per la rete. Quando partii una donna

nell’edificio accanto sbatteva un tappetino.

 

Mi fece un cenno di saluto. Sorrise. Quanto partii immaginai

il loro scherno, le telefonate dall’uno all’altro,

le chiacchiere. Quando partii non comparve nessuno

per salutarmi, c’erano solo: io, un progetto

vago, il tuo viso riflesso in lontananza

e il sole che batteva in pieno sopra i vetri.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira

 

Una storia scritta in un libro a cui mancano le prime pagine. Ho sempre pensato  che la mia vita, la vita di chi non conosce le proprie origini,  fosse una storia  così. Oppure un luogo disabitato,   un deserto di volti e di memorie, a cui  devi tornare “per saziare quella che continua ad essere un’inesausta sete”   per guarire da un’ossessioneper fare pace col mondo e con te stessa.  E così , senza bussole né coordinate,  devi partire. O tornare. Un ritorno dell’io al  suo principio, come voleva Plotino. Si parte,  in solitudine,  per la solitudine di un vissuto che non ricordi o che ti è sconosciuto ma nel quale ti senti ancora intrappolato, un viaggio doloroso ma necessario  se vuoi continuare a percorrere la tua vita ed  uscire dal senso di indeterminatezza che è come la tua ombra, non ti lascia mai.   La mèta è il punto di partenza, l’inizio, l’origine,  con cui hai bisogno di ricongiungerti, per dare uno spazio all’assenza e sentire finalmente la tua essenza. 

Iraida (Annamaria S.)

 


…e ti porto amica mia un fascio d’origano

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La contemplazione della morte salva gli uomini,

diceva Epicuro. Ancora non so

cosa fare, contemplo

i campi intorno, i vigneti, i mulini 

 e ti porto amica mia

un fascio d’origano –

cosa migliore non ebbero gli dèi

quando ci furono dèi.

Origano  e cristalli colorati

in queste mani che conservano il segreto

dell’aria tempestosa. Con esse ti accarezzo

prima che la terra mi offra

altri tesori. Cadere così

è una specie di fluttuazione che salva

chi non attende nessuna salvezza.

Quando i corpi si amano

si alza un tempio invisibile

dove la furia si installa.

Non solo di vino

s’inebria un uomo.

 

Casimiro  de Brito

Loulé,  Portogallo 14 1  1938.

dal “Libro delle Cadute”

traduzione dal portoghese di Manuel Simões


Il destino di una madre

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…Dormono a volte nei nostri letti e li proteggiamo

dal dolore come  figli che non avremo mai

perché non ci rassegniamo a perderli.  E,  un giorno,  partono,  vanno.

 

Colpevoli, non arrivano a spiegare ciò che li trascina via. Scrivono

delle lettere dopo – una o due per alleggerirsi di questa spada.

E noi rimaniamo, eternamente, senza vergognarci, in attesa che ritornino.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

—————————————

 

Aspetti i figli

quando ancora non sono nati,

li aspetti all’uscita della scuola,

al ritorno dal loro primo viaggio con gli amici.

Fremi

nell’attesa di  una telefonata da chissà dove,

quando sono grandi abbastanza,

per  andare a scoprire com’è fatto il mondo.

 Aspetti ogni volta

di trovare  nelle parole che dicono,

nei gesti che fanno e in fondo ai loro occhi  

il sentimento della vita

che gli hai dato insieme al tuo latte

e  alla prima aria che hanno respirato

e che speri  davvero

abbia insegnato loro 

come si fa ad amare…

 

Annamaria Sessa


Fotografie

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Non sono morto quasi mai,

eccetto in alcune fotografie:

il sorriso che in esse si immobilizzò ormai non esiste.

E le fotografie sono quasi certamente,

accidenti nella biografia del fotografo –

rivelano molto di più sul fotografo che

su ciò che ha fotografato.

 

Alberto Raposo Pidwell Tavares  detto ( Al Berto)

Coimbra,  11 1 1948 – 13 6 1997

traduzione di Mariangela Semprevivo

 

Ci pensavo oggi, guardando le meravigliose  fotografie  di  Gialloesse , un genio visionario che vorrebbe fotografare il suono.

La fissità degli scatti, effettivamente,  evoca la morte. Chissà che non  riesca davvero a fissare, al di là  dello spazio e del tempo, quella dimensione, quell’intervallo entro cui   abita il suono. Grande Gialloesse!!


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