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Nella mia vita ho pensato spesso che le domeniche fossero “tempo perso” A.S.

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Domenica

Da sempre mi perseguitano:
in principio, da bambina,
arrivavano mascherate con vestiti per le occasioni 
e scarpe nuove, la strada per la messa.
La domenica impediva di calpestare le pozzanghere,
di salire su un albero, di succhiare la minestra.
Era come un visitatore importuno
a cui mostrare in fretta
che si comprendono le regole
che più tardi verranno:
grazie, per favore, stai seduta dritta,
non parlare, non rovinare le calze,
non mangiarti le unghie, saluta l’ospite.
C’era un orologio enorme in salotto
con un tic tac noioso, le ore non passavano,
le ore morivano di noia
mentre la vita
aspettava nelle pozzanghere o in cima a un albero
che passasse il giorno.

 

Silvia Ugidos, Oviedo 1972

da “Le prove del crimine” 1997

da me liberamente tradotta

 

 


Vado, scendo i gradini profondi della vecchiaia. A. Gamoneda

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Ascolto l’ultimo
grido giallo.
Attraversando
cifre e ombre sono arrivato.
Non valeva la pena
tanta stanchezza senza destinazione.

 

Antonio Gamoneda  Oviedo, 30 5 1931

da Canzone erronea

traduzione di Alberto Pellegatta


Solo a casa e guardando negli armadi

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Trovo qualche vecchia carta stradale,

contratti scaduti, stilografiche

che non scriveranno più nessuna lettera,

calcolatrici con le batterie scariche

e orologi che il tempo ha rovinato.

Di solito nei cassetti, come un ratto triste,

nidifica il passato. Abiti vuoti

pendono proprio come i vecchi personaggi

che hanno interpretato.

Ma trovo anche la tua lingerie,

color sabbia, o notte, con piccoli ricami.

Mutandine, reggiseni, collant che spiego

e che mi fanno tornare al luminoso

– e allo stesso tempo misterioso – scenario di amore e sesso:

ciò che dà davvero vita alle case,

lo stesso che dà ai porti lontani

la luce dei loro caffè e delle loro barche.

 

 

Joan Margarit 
Sanahuja, Spagna 11 5 1938

da me liberamente tradotta


…le parole di quel che è perduto.

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Malinconia di una statua

Stanca, inclini la testa cercando la tua memoria
in quella pena.
Chiudi gli occhi alla ricerca di quel mare
che portò via altri corpi che ti erano accanto,
trasformato in cenere e vecchiaia, essendo calore
prematuro della morte.
Inclini la testa e non senti la mano
fragile che sostiene la tua stanchezza,
quell’oscurità che i tuoi occhi ospitano
in piena alba.

Non hai nulla tranne la solitudine scolpita
in ciò che è custodito, il moto ondoso minuzioso
del dolore penetrando il tempo
fino a cancellarti.

Stanca, ti chiedi dove si farà
il bellissimo cantico della notte,
in quale luogo raccoglierai la tua luce e la tua presenza,
e in quale luogo sono andate le parole
di quel che è perduto.

 

Marta López Vilar 

Madrid  1 – 2 – 1978

traduzione  di Marcela Filippi Plaza


Quel  che più mi piaceva

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Quel  che più mi piaceva
era frugare nel cassetto del tuo tavolino.
Imbattermi in quell’inventario di oggetti inutili.

Il portapillole rotto,
la scatolina di madreperla coi miei denti da latte,
negativi senza fotografia,
trasparente emulsione
in cui l’oscurità abbaglia
col suo metallico riflesso d’argento.

Scene già vissute
dalla donna che eri stata in altri tempi
e che io mi ostinavo a comprendere.

Chiocciole senza mare, fili sparsi e bottoni,
un guanto spaiato,
simili a quei pezzettini di cera benedetta, 

a quelle manine orfane
che si appendono in certe cappelle,
ex voto celebranti
la guarigione di un piccolo ammalato.

Chiavi accantonate
che hanno smarrito le loro porte  le loro serrature
sgangherata magia   pezzi
non assemblati

rimasugli
tutti frammenti della tua vita di prima.

Humus fiorito
sul banco di terra smossa
in cui l’infanzia trova un obiettivo,
una ragione d’essere.

 

 

Rosana Acquaroni, Madrid 1964

da “La casa grande”

traduzione di Francesco Tarquini


Può arrivare per te il giorno

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Può arrivare per te il giorno
in cui tu debba fuggire da ciò che sai,
andartene di corsa a metà della vita
lasciando ogni cosa a metà.

A me è già successo
ed è un commiato senza strade da prendere,
una casa senza porte,
un corridoio interiore che si veste d’infanzia –
– crematorio effimero in cui la gioia
è un va e vieni di gonne ed altalene –.

A me è successo
dover far arretrare la fermezza,
evadere dal rifugio concessomi dagli anni.

Uscire in campo aperto
e trascinarmi nella neve
dando la schiena alla notte.

A me sta succedendo,
dovermi misurare con la scala
d’ogni cosa perduta.
Montare a buttar giù quel tetto
che non ci è mai servito.

Permettere che il cuore
smentisca quello che si è vissuto.

 

Rosana Acquaroni, Madrid 1964

da “La casa grande”

traduzione di Francesco Tarquini


Operazioni

 

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Dove saranno le cose che mi mancano?
Dov’è caduto il due dell’allegria?
Dove si sono smarriti i dettagli?
E mi metto a cercare i decimali
ricordando i miei tempi infantili
e faccio la radice quadrata di un ricordo
e non ci azzecco e non so cosa mi succeda
e penso che sia meglio tracciare la riga
e mi metto a sommare – non so come –
pene con abbandoni ed allegrie
e mi metto a sommare le une con le altre
solo per vedere che la colonna cresce
e percependo che giunti a un punto
dovremo collocare il vecchio zero
quello che ci avanzò quando moltiplicavamo.

 

 

Francisca Aguirre

Alicante 26 10 1930 – Madrid 13 4 2019

da  Ítaca

traduzione di Roberta Truscia


La casa della vita

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Il mio cuore è una vecchia casa.

Ha un giardino e nel giardino un pozzo

e gallerie di edera e foglie morte.

È la casa a cui tirano pietre

i bambini quando tornano da scuola,

dopo aver rubato dal suo frutteto

il misero bottino  di qualche mela aspra.

Sul suo tetto ci sono nidi di uccelli che cantano

e di notte una truppa di topi immondi.

Il glicine ha ricoperto i vecchi archi

e un cancello di lance

e  una terrazza alta dove arriva

la chioma di un melograno con melograni

una colombaia e alcune stalle in rovina.

Un pezzo di strada e in lontananza

la lucentezza del mondo.

È fuori città e la sua architettura

è indiana, lo sai:

tutto un po’ in disordine, però è bianca,

è grande, è vecchia, è solitaria.

 

 

Andrés  Trapiello,

 Manzaneda de Torío (Spagna) 10  6  1953

da “El mismo libro”

da me liberamente tradotta


Figlia

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Conoscerai la luce, il mare mutevole 

che è all’origine e al termine del mondo

le formiche laboriose sparse lungo il sentiero
che replicano l’inutile affanno degli uomini.
Conoscerai la sete di acqua e di vino
e quella dei corpi, molto più terribile
che non riuscirai a spegnere o   forse non  vorrai.
Conoscerai la fiamma, la rosa e il cristallo.
La felicità, naturalmente, ne conoscerai una parte,
soffice nuvola senz’ aria che  passò  o non è passata ancora,
la musica scatenata che è,
come il tempo, un artificio.
Non potrei  dimenticare le ingiustizie che farai
e quelle che ti saranno fatte,
il grido, il muro, la folla,
le innumerevoli ore di trambusto quotidiano

necessarie per un minimo  di  tranquillità
e quella notte di pioggia in cui sarai molto sola.
Conoscerai anche la statua, il libro, lo specchio,
il lampo e la coppa,
il sangue che scorre in cerca di una via d’uscita

la mosca ostinata, l’ inevitabile morte
a cui  non  dovrai permettere di avvicinarsi.
Un sogno ineluttabile sa già dei tuoi giorni.
Numeri, padri, fiumi, ombre,
luna – splendido dolore –
ti aspettano.

 

Fernando Aramburu

da me liberamente tradotta

Fernando Aramburu, nato a San Sebastian nel 1959, è uno scrittore e poeta basco, noto soprattutto per il suo romanzo “Patria”, vincitore del Premio Strega Europeo 2018 e del Premio letterario internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”

 

 

 


un giorno verrà che ti chiedi……

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Sul finire della sera
gli ultimi lembi di luce sostano
sul muro di calce,
collisioni, cenere.
E allora i paesaggi
suonano negli occhi come di smalto
e sembrano persino lacrime,
tanto giungono dolcemente.
Parlo di me poiché temo la nuda
morte delle cose
e che essa venga su questa terrazza,
per restare tranquilla e nella valle silente.
Come nella tazza il tè arabo e verde
o il vecchio libro accanto aperto
hanno raggiunto la loro quiete,
e nella loro calma
sembrano astri che girano in ampie orbite,
così quel vecchio libro e tazza da tè,
questo luogo ricorda e questo momento.
Un giorno verrà che ti chiedi:
che è stato di te, di me, di tutto quello?
e degli occhi
non ci saranno più parole.

 

Andrés  Trapiello,

 Manzaneda de Torío (Spagna) 10  6  1953

da “Junto a l’agua”

traduzione di Gabriele Morelli

da Poesia n. 352 Ottobre 2019


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