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Apro la scatola
e si spande un odore di scuola  di suore,
odore di cedro, di  me chiuso
a  matita  con un’ombra all’interno.
Suor Aurora,
la confessione, il digiuno, il rosario,
i nove  primi venerdì 

e il mese di maggio a Maria.
E  quell’altro  me, quello   del peccato mortale,

la carne, il desiderio,
il  “quante volte, figlio mio ” del confessore.
Guardo le dodici matite ora che è troppo tardi,
diritte, imponenti , appuntite,
dodici apostoli all’ultima cena della linea,
dodici pesci  affumicati  in un mare di ottone,
Faber-Castell del corso di disegno
dove per la prima volta ho disegnato una curva.
Scelgo la matita 7B per chiarire la mia immagine

e su un foglio di carta preso in prestito
accendo l’oscurità.
La cosa più difficile  nel corso della mia vita

è sempre stata
che l’ombra sembrava  reale,
non una macchia attaccata
allo schizzo di quella che fu la mia infanzia.

 

Hilario Barrero, Toledo 1948

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e poi mi viene in mente una delle mie poesie….

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Genesi di un acquerello

Traccio  lentamente le linee

e disegno uno schizzo impreciso ed incerto.

Preparo i pigmenti semplici degli acquerelli.

Con i miei colori preferiti:

cobalto viola,  grigio,

blu oltremare, cadmio, oro ocra,

terra scura, ossido di ferro nero o giallo limone,

mi diverto e dedico a loro più tempo.

Li diluisco a piacimento,   formo  guazzi,

gradazioni, diverse tonalità …

Mi piace l’aspetto  e la consistenza.

Comincio con pennellate che vorrei fossero

 veloci, insinuanti,

trasparenti, precise, luminose …

tuttavia, sorgono dubbi,

 frequenti e  oscuri.

Mi muovo con difficoltà e soffro

insieme al nascere delle forme.

Mi blocca spesso

la paura dell’errore e del vuoto,

ma la carta bagnata e grondante  mi spinge ad andare avanti.

A volte mi arrendo e vorrei abbandonare,

tuttavia, il lavoro incompleto

si lamenta e mi reclama.

Ritorno  quasi vergognandomi,

lo  riprendo e prometto fedeltà.

Dopo lunghe ore, lo do mio ​​malgrado,

per terminato  e lo lascio ad  asciugare.

A volte, aggiungo un breve tocco di acrilico puro.

Il mattino dopo, con le prime luci,

torno e l’acquerello è diverso;

i toni si sono assestati e addolciti,

sono leggermente sbiaditi;

Lo accetto nella sua manifesta imperfezione,

mi piace, ancora una volta mi ha  riconciliato

con i colori.

Poi mi viene in mente una delle mie poesie:

abbiamo dentro

piccole costellazioni

che ci governano

Un ordine di pianeti e asteroidi

E un dio tenace e nascosto,

che quella bellezza ci detta.

 

Felipe Sérvulo, Jaén 1947

 


Serata da cani

 

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Camminano senza fretta,

noncuranti del diluvio universale

di questa serata da cani;

come se la specie fosse

al sicuro nella solida arca

del loro fragile abbraccio.

 

Succede molte volte

e inspiegabilmente:

in ogni amore il mondo 

si salva  dal naufragio.

 

Alfonso Brezmes, Madrid 1966

da “Don de lenguas” 2015


Cose che abbiamo in comune

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Esserci conosciuti un autunno su un treno che andava vuoto.

La promessa di desiderio radiosa, sebbene crudele .

La cicatrice della malinconia e l’antico sentimento con cui

comprendiamo i motivi del lupo. 

La luna che accompagna il treno notturno 

Barcellona-Parigi. 

Un coltello di luce per i crimini 

che dobbiamo commettere per amore. 

La nostra dannata fortuna innocente. 

La voce del mare, che ti dirà sempre 

dove sono, perché è il nostro confidente. 

Le poesie, che sono lettere anonime 

scritte da dove non immagini, 

alla stessa ragazza che un autunno

ho incontrato su quel treno che andava vuoto.

 

Joan Margarit 

Sanahuja, Spagna  11 5 1938

 

 


Non hai letto le favole

L’immagine è un disegno di Asia quando aveva 4 anni

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E così te ne vai. 
Ormai è tardi per i lamenti: 
s’è fatto tardi 
e presto sarà buio. 
Vedi questa bocca, amore? 
È fatta a misura dei tuoi sogni. 
Non c’è più tempo ormai: chiudi gli occhi. 
Non hai letto le favole 
ed ora io – così racconta la storia – 
dovrò mangiarti.

 

Alfonso Brezmes, Madrid 1966

da “La notte tatuata”

Traduzione  di Mirta Amanda Barbonetti


Alcuni pomeriggi della domenica…

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Alcuni pomeriggi della domenica hanno 
occhi tristi. 
È come se la 
vita si fosse fermata per sempre in loro. 
Gigli blu, pensieri, 
rampicante silenzioso di caprifoglio; 
gli umili fiori della stazione tremano. 
Un treno si perde confuso in lontananza 
ed è l’immagine di un tempo che non esiste; 
un quadro, un’ inquietante eternità. 
Un altro fischio e passa come le vertigini. 
L’universo si precipita nel suo abisso. 
Ma i volti dei viaggiatori 
non sussultano, tutto sembra irreale, 
strane figure 
in un treno assurdo come la vita. 
E i campi  commuovono, il loro verde splendore è 
pronto per qualcosa, qualcosa di bello,
qualcosa di felice. Commuove il verde solitario. 
E nessuno sa quale strana luce cada sui muri. 
Nessuno sa cosa stia cercando in quei pomeriggi, 
né la ragione della sua insistente tristezza. 
E nessuno sa perché 
affoga il suo cuore senza nessuno.

 

Angeles Carbajal, Asturias 1959

da “L’ombra di altri giorni”


e lo scandalo della pioggia…..

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Adoro i pomeriggi indecenti

nelle caffetterie per ubriaconi…

Il tè al limone

(a volte anche con la scorza e lo zucchero)

e il cameriere col suo imbarazzante ritegno

quando ci vede quasi scomparire  sotto il tavolo.

Amo gli occhi teneri di lupo feroce

che  ti metti

per immaginarmi sotto i vestiti

e lo scandalo della pioggia

dietro i vetri.

 

Silvia Ugidos, Oviedo 1972

da “Le prove del delitto”


Mandami una lettera….

 

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Mandami una lettera, anche se  andrà perduta.

Mandami delle candele accese, non so,

una montagna, per esempio, che mi guardi da lassù.

Mandami sonate, pergamene,

capitelli corinzi che sostengano

questa luce della sera che scivola via.

Qualcosa su Brahms, il mare e il suo epicentro.

Bandiere senza colori,

che si possano dipingere   come vuoi.

E soprattutto aria, aria aperta, aria libera.

Per il momento, una lettera, anche se andrà perduta.

 

 Blanca Sarasua

Bilbao 1939


Consuetudine

Andrew Wyeth - Wind from the Sea, 1947

 

Già da bambino  cercavo finestre

per poter scappare con gli occhi.

Da allora, se entro in un posto,

guardo con attenzione dove lascio la giacca

e dov’è l’uscita.

La libertà, per me, significa fuga.

Ci sono molte porte nel mondo.

Anche il sesso, in caso di emergenza,

può esserlo, anche se tutti vanno chiudendosi

e, per fuggire, molto presto 

solo le finestre dell’infanzia

resteranno spalancate

per poter saltare.

 

Joan Margarit 

Sanahuja, Spagna  11 5 1938

 


Ho rimosso tappeti e tende….

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Ho rimosso tappeti e tende,

tutti i tavoli su cui da tanto tempo

non mangio né scrivo.

Ho tolto i quadri e  dipinto le pareti

per cancellare i segni degli anni.

Tengo alcuni libri. So bene quali.

Ho distrutto

lettere d’amore che non mi amavano più.

Silenziosi, ora, gli amori

sono  iceberg  di pensiero che vagano…..

 

Joan Margarit 

Sanahuja, Spagna  11 5 1938


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