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Il destino di Saffo

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Non conosco la strada, 
la bella terra che la

luce  mi avrebbe promessa. 
Forse i miei giorni
diventeranno
la bellezza vinta di questo corpo 
la memoria  sospesa nel piacere incandescente 
delle ombre.

Non conosco il ritorno. 
Inutile ricordare quello che ero, 
dov’ero, 
le donne che amavo, gli uomini 
per i quali la pazzia mi baciava ogni notte, 
io ero una statua bruciante 
del mio stesso desiderio, 
presenza del suo tocco sui miei fianchi.

Nessuno mi parli quando 
lascerò la costa alle spalle. 
Nessuno pianga il  luogo lasciato 
dove io ero la bella passione della tristezza.

Nient’altro potrei sentire 
io sono Saffo, dai capelli scuri come la notte 
e dalla carnagione cenere come la memoria. 
Nient’altro potrei sentire. 
Sono la bandita lesbo mentre  abbandona il suo amore, 
il suo tardivo e dolce amore, 
nella grazia che l’ha fatta donna e  rovina 
abitata nel petto felice di quelli che amò  
e non la riconoscono.

Marta López Vilar, Madrid  1 – 2 – 1978

 da “La palabra esperada” in”En otra tierra”

traduzione di Stefania Di Leo


Lamento di Manrique

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Quel gran figlio di puttana
lo ha sempre saputo,
anche se non l’ha mai detto.
I fiumi non sono la vita perché vanno verso il mare,
ma perché sono sporchi e profondi.
E non tornano mai indietro.

Antonio Praena

Da Historia de un alma

Granada 1973

Trad. Alessio Brandolini


quando ad ottobre……

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E il desiderio già annuncia le fragole 
sulle tue labbra, i baci di menta, le 
stelle di notte addormentate, il 
miele che trabocca dagli alveari, 
l’assenzio di fuoco: 
prova d’amore 
quando, ad ottobre, tornano 
gli autunni.

——————————————————

Herme G. Donis, Villalón de Campos (Valladolid)  1951

daEl fuego desvelado”

da me liberamente tradotta


Era questo il destino…..

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Sono nudo davanti all’acqua immobile. Ho lasciato i
miei panni nel silenzio degli ultimi anni.

Era questo il destino:

arrivare sull’orlo e aver paura della quiete dell’acqua.

————————————————————————————–

Antonio Gamoneda 

Oviedo (Spagna) 30 maggio 1931


….occorre lavorare la vita

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S’impara a vivere e a mettere radici.

E conviene che piova sul bagnato,

calpestare la superficie dei fiumi

fino ad essere tranquilli,

fino all’acqua tiepida alla cintura,

con l’orologio ad ore più quiete,

dove sia il ricordo a chiamare il presente

e il futuro sia un minuto perfetto

ogni volta più nostro e più stretto,

perché il vento si calma con carezze

come i cavalli nei giorni di tempesta.

S’impara a vivere,

ad essere corpo ed anima negli occhi che guardano,

nella voce che domanda,

nelle dita che esplorano senza fretta

la pelle dei saluti.

Occorre lavorare la vita.

La collera del tempo si calma con le mani.

____________________________________

Luis García Montero, Granada 1958

da Un inverno mio

traduzione di Gabriele Morelli


De Senectute

La rivista  spagnola EL PERIÓDICO  rende omaggio alle vittime del  covid-19  con una poesia di  Joan Margarit . Il poeta catalano, ultimo  premio Cervantes, ha consegnato al giornale la poesia “De Senectute”,  in memoria di coloro che sono morti durante la pandemia.

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L’amore dei giovani non pensa all’oblio.

Comanda il futuro, nonostante soltanto brilli,

nel profondo del cervello come una pozzanghera.

Il dolore porta ordine, suona come avvertimento:

è il corno del rimorchiatore

che ci trascina fino a lasciare il porto.

Si pagano a caro prezzo i tentativi

di distruggere il dolore, perché anche

lì vi è amore.

Intelligenza significa salvare tutto.

Che i nostri occhi attenti brillino

di quella splendida inutilità.

Senza il dolore,

non avremmo mai potuto amare così.

 

 

Joan Margarit

traduzione di Stefania Di Leo

 

 


Cucinando riso

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A quest’ora,

nel silenzio della mia cucina

mentre vigilo sul riso che cuoce

e sento gocciolare un rubinetto difettoso,

penso alle donne lontane

che si appendono un fucile in spalla

per entrare nella foresta.

O a quelle che si caricano il figlio

e camminano per ore in cerca di acqua.

O a quelle che si spogliano

in una stanza triste e si  vendono.

Le figlie di Eva cacciate

da un  mondo imperfetto che gocciola.

 

 

Begoña Abad Part

Burgos (Spagna) 24   3  1952

da Cuaderno de poesía crítica nº. 135

da me liberamente tradotta


È la bellezza

 

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Mi commuovono i taxi abbandonati,

come  orologi fermi nei giorni di pioggia

e i fragili steli  delle margherite,

estranei al rumore incessante

delle asce nel bosco.

 

Penso agli ombrelli persi,

alla seconda vita delle cose rotte

o  a questi guanti spaiati

che conservano carezze per qualcuno,

così simili a isole solitarie

quando  se ne sono andati i turisti e la luce

disegna una ragnatela nell’aria

che sembra sempre sul punto di spezzarsi.

 

A volte penso di ascoltare mio fratello

che mi saluta da un giorno sperduto

nelle scure mangrovie della memoria,

e mi sembra di sentire antichi ghiacciai

che si sciolgono a  chilometri da qui.

 

Ho  bruciature sulle dita.

È la bellezza, stupido, mi dico.

E piango.

 

 

Alfonso Brezmes, Madrid 1966

da me liberamente tradotta


De vita beata

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In un vecchio paese inefficiente,
un po’ come la Spagna tra due guerre
civili, in un paesino sul mare,
possedere una casa e pochi beni
e memoria nessuna. Non leggere,
non soffrire, non scrivere, non pagare conti,
e vivere come un nobile decaduto
fra le rovine della mia intelligenza.

 

Jaime Gil de Biedma
Barcellona 13 11 1929 – Barcellona 8 1 1990

fonte: Itinera


La poetica dello stupore

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…Entrate, entrate con me attraverso questa scia,

 nella penombra della pioggia.

Entrate, amici, e vedete come ci si sente

quando negli occhi

si deposita il verde della vita …

 

Alfredo Pérez Alencart, Salamanca

da “La poetica dello stupore”


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