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Il destino di Saffo

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Non conosco la strada, 
quanta luce  mi abbia concesso la bellissima terra. 
Forse i miei giorni
diventeranno
la bellezza vinta di questo corpo 
e il ricordo sospeso nel piacere incandescente 
delle ombre.

Non conosco il ritorno. 
Inutile ricordare quello che ero, 
dov’ero, 
le donne che amavo, gli uomini 
per i quali la pazzia mi baciava ogni notte, 
io ero una statua bruciante 
del mio stesso desiderio, 
presenza del suo tocco sui miei fianchi.

Nessuno mi parli quando 
lascerò la costa alle spalle. 
Nessuno pianga il  vuoto lasciato 
dove io ero la bella passione della tristezza.

Nient’altro potrei sentire 
io sono Saffo, dai capelli scuri come la notte 
e dalla carnagione cenere come la memoria. 
Nient’altro potrei sentire. 
Sono la bandita lesbo mentre  abbandona il suo amore, 
il suo tardivo e dolce amore, 
nella grazia che l’ha fatta donna e  rovina 
abitata nel petto felice di quelli che amò  
e non la riconoscono.

 

Marta López Vilar, Madrid  1 – 2 – 1978

 da “La palabra esperada” in”En otra tierra”

traduzione mia

 

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La ragazza del semaforo

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Hai la  stessa età che avevo io
quando ho cominciato a sognare di incontrarti
Allora non sapevo,  proprio come  non 
hai ancora imparato tu,  che arriva il giorno in 
cui l’amore è quest’arma carica
di solitudine e malinconia 
puntata dai   miei occhi. 
Sei la ragazza che ho cercato 
quando non esistevi ancora. 
E io l’uomo verso il quale 
vorrai  un giorno dirigere i tuoi passi. 
Ma sarò tanto lontano da te allora 
quanto sei tu da me ora a questo semaforo.

 

Joan Margarit 

Sanahuja, Spagna  11 5 1938

da “Llegas tarde a tu tiempo”

traduzione mia


passeggiare verso casa… rimettere un po’ in ordine il chiasso degli anni…

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Una vita tranquilla

Ho castigato tanto il corpo, l’anima,
che ho solo voglia di tornare,
staccato da tutto e da me stesso,
in quel luogo in cui le ore rendono,
fertili, e pensare trae beneficio
come un succo fresco di frutta sotto il sole.
Passeggiare, impregnato di odore di linfa, verso casa
– osservando il volo raso della foschia
e le luci dell’imbrunire.
E lì, vicino a casa, rimettere un po’ in ordine
il chiasso degli anni, i mobili della memoria.
Sentire il piovere lento della coscienza
immergermi nell’eco dei miei passi, disposto a vegliare,
se pur nascostamente, l’orologio degli addii.
Ho castigato tanto il corpo, l’anima,
che ho voglia di tornare in campagna
a vedere l’alba, ascoltare
l’acqua del disgelo rotolare giù per la montagna
riempirmi della pace dei sentieri, 
del canto di uccelli e insetti, 
della brezza che fa tremare le mani degli alberi, 
inciampare nei sassi nel contemplare le nuvole.
Sentire che, senza saperlo,
sono stato vivo per tanto tempo e ancora lo sono.

 

Angel Guinda, Saragozza  1948

traduzione di Gloria Bazzocchi


…ci sono pezzi di vita che valgono interi sogni 

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Mutazioni poetiche

 

Nella mia famiglia non ci sono poeti.
 
Però mio nonno Gregorio,
quando annaffiava l’orto a Belinchón,
è rimasto così tanti pomeriggi
a osservare il canale, mormorando:
Non beviamo
l’acqua: è essa a berci.
L’acqua
è
la donna.
 
No, nella mia famiglia non ci sono poeti.
 
Ma una volta, da bambina, trovai dei gusci
di un uovo azzurro
ai piedi del mandorlo.
Li mostrai a mio padre e mio padre, silenzioso,
mi insegnò a costruirgli un nido
con i rametti; 
e mi spiegò perché: ci sono pezzi di vita
che valgono
interi sogni. 
 
Nella mia famiglia, vi dico, non ci sono poeti.
 
Ma quando la mia bisnonna
Asunción
vide per la prima volta il mare
– la prima e l’unica -,
mi dicono che restò molto seria, tacendo
a lungo, prima di dire:  
Grazie
per
gli occhi.
 
Non so da dove vengo. Nella mia famiglia
non ci sono poeti
cattivi.

 

Martha Asunción Alonso, Madrid 23 – 5- 1986

traduzione di Federica Imperato


L’età dell’oro

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Non rimpiangere
d’aver perduto lo splendore giovanile,
le esplosioni della vita,
in cambio
di un orizzonte di cenere.
Nessuno può camminare
in mezzo a un bosco in fiamme,
ma attraverso il deserto, sì.

 

Angel Guinda, Saragozza  1948

traduzione di Gloria Bazzocchi


le nuvole ci ignorano ma….

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Non hanno memoria le nuvole,
il loro transito è uno specchio in volo
si consuma nella libertà di luce variabile.
C’è bisogno appena di alzare gli occhi
per sentire il lieve peso delle loro forme,
così ignorante della nostra insonnia
così come della piccola solitudine di alcuni passi.
Angeli vigili di chiarori e tempeste
bruciano le nuvole il petto adolescente
col loro affanno tiepido di paglia.
E se un vento di ombre le attraversa
tremano navi fantasma in ogni finestra
mentre in fondo mani materne
si posano su un silenzio blu.
Oro di sogni sempre sospeso
depositano le nuvole nel cuore più solitario,
e il nuotatore attraversa il fiume
nella propria costellazione accecato.
Al loro passaggio le torri riassumono
l’intima tensione del paesaggio,
e tra le valli l’aria più alta
irradia il suo segreto.
Nel loro lucente dissolversi
le nuvole ci ignorano,
ma c’è in loro un fuggitivo soffio carnale
che ci annoda senza tempo né destino
alla pulsazione universale di ciò che non è ancora concepito.

 

 

Javier Lostalé, Madrid il 16 luglio 1942

traduzione di Marcela Filippi Plaza


Dopo un sogno

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Da molto lontano vengo, come il vento chiaro
che ho lasciato cadere nella tua voce
per proteggerti dalla morte.
Non ti salutai.
Perciò vieni a me
e salvami come tante altre notti
dai miei sogni.

 

Marta López Vilar 

Madrid  1 – 2 – 1978

traduzione  di Marcela Filippi Plaza


…un’indefinibile consolazione

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A volte passo il dito

su qualcuna delle  fotografie in cui compare

 sento che così trasmetto loro qualcosa di simile alla vita.

 Sì, è certo, le fotografie conservano,

 come la preda da poco abbattuta,

 una brace di calore.

 Passo il dito sopra di loro, le tocco,

 e sento che  mi mettono in contatto 

con quelli che non ci sono più,

 e quel contatto mi procura 

 un’indefinibile consolazione.

 

Rafael Chirbes

Spagna 27 giugno 1949 – Spagna 15 agosto 2015

da “La bella scrittura”


Poche parole

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Poche parole

proprio al confine del silenzio

come quelli che si ritirano,

discreti, quando è il momento

che i corpi parlino.

Poche parole: segni, 

solo indicazioni. Un po’

di aria mossa

tra la mano e la pagina.

E’ abbastanza. E’ anche troppo.

 

 

José Cereijo

Redondela (Pontevedra, Spagna), 1957

da ” Música para sueños”

traduzione mia


Dovrei….

 

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Dovrei aver allentato

la consapevolezza

non ho più l’età per

le intransigenze

né per l’insonnia che mi provoca

l’ingiustizia

 

Dovrei vestirmi da adulta

e stare attenta che non mi  

attacchino la gioia

quelli che ancora la conservano.

 

Dovrei farmi un’assicurazione

nel caso io viva abbastanza a lungo

nonostante il veleno ingoiato.

 

Dovrei smettere di fare

l’amore

e non permettere ai miei nipoti

che mi scoprano

e mi chiedano consigli

 

Dovrei abbandonare la bandiera

di chi si oppone

al sistema per il sistema

e le sue aberrazioni.

 

Dovrei diventare complice

di quelli che vincono

e mangiare con loro

la sbobba

invece di sentirmi

superiore

 

Dovrei smettere di scrivere

poesie

che non vedranno  mai la luce

in Hyperion

né saranno nella lista

degli eletti.

 

Ma lasciare queste cose,

ora che iniziano

a piacermi

mi fa arrabbiare così tanto …

 

 

Begoña Abad Part

Burgos (Spagna) 24   3  1952

da “Come imparare a volare”

traduzione mia


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