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E così siamo monadi dopotutto…

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E così siamo monadi dopotutto,

che sollievo, finite e indipendenti

eppure collegate a ogni agglomerato di particelle elementari

(pigna, parchimetro, vodka orange)

che abbiamo mai toccato per quanto di sfuggita,

bosone di un soffio del respiro di Platone

passato due millenni dopo nella penna di un pollo di Mumbai,

aria che respiro piena di fermioni del pranzo d’incoronazione del quarto re di Axum,

così che se leggessi ora un qualsiasi palmo elettronico potresti sapere

come sarà nel 4005.

Tutto ciò è scientificamente provato.

Amo la scienza, irradia più immaginazione e desiderio

di tutte le poesie d’amore mai pubblicate

e mi fa capire perché amo starmene da sola

e ricordare le zampe di un cane sulle mie spalle

(le sue zampe e le mie spalle cambiate per sempre)

che ascoltare dieci miei concittadini

discutere del dissesto delle nostre strade

in un paese che non ha etica del lavoro

e ha troppo poco ubuntu

queste strade abitate dai residui del fumo della pipa di Einstein

descrivono ciascuna lievemente tutto il resto

senza fare tante storie,

e senza illudersi che il mondo giri

intorno a ciò che ha da dire,

anche se invece è così

come la scienza ci dimostra sempre più.

 

Karen Press, Città del Capo 1956

“Grazie Lee Smolin, grazie mister Leibniz”

da “Pietre per le mie tasche” 

trad. di Paola Splendore

 

Il  lavoro di autrice di manuali di matematica e fisica, la formazione, spiegano l’utilizzo frequente, nella  poesia  di Karen Press, di termini che appartengono al lessico scientifico (bosoni, fermioni..).

Mettendo, tuttavia, in discussione ed ironizzando sulla “scientificità” come valore assoluto o in contrasto con l’immaginazione “Amo la scienza, irradia più immaginazione e desiderio di tutte le poesie d’amore mai pubblicate..”,  fa prevalere su tutto l’elemento umano,  che è quanto di più approssimativo, incerto ed impreciso che possa esserci a questo mondo.

( e meno male, dico io!)

 


….pietre per le mie tasche

 

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Seppellite le madri una dopo l’altra

ci lasciamo trasportare dalla corrente

le buone e le cattive ragazze.

Nessuno più ci chiederà,

quando torni a casa?

Tutte le valigie si svuotano e ci lasciano.

Dopo le prime ore di dolore in caduta libera

diventeremo sirene o sibille senza età, intoccabili.

Un’amica dipinge le mani di sua madre

su stoffa, vetro, carta.

Una cattura con le parole un certo nitore degli occhi

un certo chiuso dolore.

Una fa volteggiare i suoi piccoli in un vortice di petali dipinti

nell’autunno della loro nonna.

Io raccolgo le tue storie,

pietre per le mie tasche

per ancorarmi a terra

quando la radice cede.

 

Karen Press, Città del Capo 1956

da “Pietre per le mie tasche” 

trad. di Paola Splendore

 

 


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