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Guarda settembre……

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Guarda settembre: nulla si è perduto
fidandoci delle foglie.
La gioventù venne e se ne andò, gli alberi non si son mossi.
La morte del fratello ti bruciò in lacrime
però il sole c’è ancora.
La casa è stata demolita, non il suo ricordo.
Guarda settembre con la sua pala in spalla
come trascina foglie secche.
La vita vale più della vita, solo questo conta.

 

Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008)

da “Terredad”

Traduzione di Alessio Brandolini


Ninna nanna

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Dormi, figlia, affinché con te dormano 
tutte le pallottole vaganti nel mondo……. 
Dormi sull’altra sponda di queste parole 
con le quali ti cullo, meno pesanti della 
tua ombra, parole che ti insegnai solo a metà 
e che servono soltanto a farsi invisibili 
un po’ alla volta. Lontano da te chi semina 
denti di topo nel suolo umido. Che 
le zampe del tuo letto siano così alte che non 
lo sfiori il mare; che i cani non vengano 
a salmodiare vicino alla porta della tua stanza. 
Che lo spazio ti sia infedele, inesauribile. 
E che tutti i paradisi siano già perduti o 
da perdere. Ho messo nel tuo cuscino radici bianche, 
fili che scendono fino al penultimo respiro 
dell’infanzia. Dormi la tua stanchezza levigata: sulla 
tua fronte resta immobile la soffice pietra della tua risata. 
Presto verrò a svegliarti, quando il grano 
del futuro che resta sulla tua pelle sarà germogliato.

 

Adalber Salas Hernández, Caracas 1987

da “La scienza degli addii”

traduzione di Alessio Brandolini

 


Mia nonna

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Non ho mai saputo se anche lei dormisse 
o se, invece, aspettasse l’alba 
ascoltando la tosse liscia degli uccelli, circondata 
dai suoi mobili, cuscini con merletti, figure 
di porcellana, tutte così vecchie che ormai non 
somigliavano a se stesse. Una casa come 
uno spazio vuoto nella memoria. E in mezzo, 
lei, forse addormentata, o forse no, con un impasto 
di radici nel petto, sotto il seno cadente, 
le mani nodose che tastano nell’oscurità, 
in cerca del chiodo dal quale dondola 
quello che ogni notte sogniamo.

 

Adalber Salas Hernández, Caracas 1987

da “Salvacondotto”

traduzione di Alessio Brandolini


…..soltanto sulla terra si aprono le palpebre.

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A tutti gli astri conduce il sogno
ma solo sulla terra ci svegliamo.

Addormentati flottiamo nell’etere,
navi invisibili ci trascinano
verso mondi remoti
ma soltanto sulla terra si aprono le palpebre.

La terra amata giorno dopo giorno,
meravigliosa, errante,
che da così lontano porta il sole sulle spalle
e lo offre alle nostre case.

Sempre sarò fedele alla notte
e al fuoco di tutte le sue stelle
ma viste da qui, non potrei
andarmene: non so abitare in un paesaggio diverso.
Neanche con la morte lascerei
che le mie ceneri escano dai suoi campi.
La terra è l’unico pianeta
che preferisce gli uomini agli angeli.

Più che il silenzio della tomba
temo l’ora della resurrezione:
troppo spaventoso
è svegliarsi domani da un’altra parte.

 

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008

da Terredad”  trad. di Alessio Brandolini

 

Il termine  terredad “territudine” è un neologismo e vuol significare lo strettissimo legame che esiste tra l’uomo e la terra ma soprattutto  il forte senso di nostalgia per quel legame che l’uomo ha interrotto col suo istinto distruttivo. La “territudine” è l’energia, l’imprinting che ognuno riceve quando nasce e che, nonostante un presente tecnologico e inquinato, gli permette di non dimenticare e di sentire ancora la continuità organica, ma soprattutto spirituale, che esiste tra il suo corpo e la terra. La “territudine” è il valore assoluto che è in ogni cosa su questa terra: alberi, fiumi, montagne, animali, uomini.

 


Vivemmo sul filo delle ore parola per parola………

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EPISTOLA SENZA FORMA

Non ci chiedere più forma della vita
di quella che arrivò nelle ore
del tempo in cui crescemmo.

Non c’era più forma nella parola che nella vita
e il resto fu stupore nelle nostre ossa.
o rancore delle pietre
come chi mette su casa
in un territorio straniero.

Tu che poi leggerai, in un altro secolo:
misura i tuoi dèi con i nostri,
sillaba il ruvido silenzio.

Non ci chiedere più forma della vita,
così come in ombre la accettiamo,
come non volemmo evitarla.
Delfi era illeggibile alla telescrivente.

Sconta le perdite, sconta i doni,
non fummo mai infedeli ai morti,
amammo la pietà, l’impossibile armonia.

Vivemmo sul filo delle ore
parola per parola,
tu che leggerai, forse, da un altro mondo:
misura i tuoi dèi con i nostri,
decifra il sogno nella cenere.

 

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008
da Terredad 1978

 


…..soltanto sulla terra si aprono le palpebre.

Madre-Terra

a Reynaldo Pérez-Só

A tutti gli astri conduce il sogno
ma solo sulla terra ci svegliamo.

Addormentati flottiamo nell’etere,
navi invisibili ci trascinano
verso mondi remoti
ma soltanto sulla terra si aprono le palpebre.

La terra amata giorno dopo giorno,
meravigliosa, errante,
che da così lontano porta il sole sulle spalle
e lo offre alle nostre case.

Sempre sarò fedele alla notte
e al fuoco di tutte le sue stelle
ma viste da qui, non potrei
andarmene: non so abitare in un paesaggio diverso.
Neanche con la morte lascerei
che le mie ceneri escano dai suoi campi.
La terra è l’unico pianeta
che preferisce gli uomini agli angeli.

Più che il silenzio della tomba
temo l’ora della resurrezione:
troppo spaventoso
è svegliarsi domani da un’altra parte.

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008

Questa poesia è tratta dalla raccolta “Terredad”. Il termine, in verità, è un neologismo e vuol significare lo strettissimo legame che esiste tra l’uomo e la terra. La “territudine” è anche il forte senso di nostalgia per quel legame che, l’uomo però, ha interrotto col suo istinto distruttivo. La “territudine” è l’energia, l’imprinting che ognuno riceve quando nasce e che, nonostante un presente tecnologico e inquinato, gli permette di non dimenticare e di sentire ancora la continuità organica, ma soprattutto spirituale, che esiste tra il suo corpo e la terra. La “territudine” è il valore assoluto che è in ogni cosa su questa terra: alberi, fiumi, montagne, animali, uomini.


Alberi

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Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
È difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.

Eugenio Montejo. Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


Sono questa vita e quella che resta….

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Sono questa vita e quella che resta,
quella che verrà dopo in altri giorni,
in altri giri della terra.
Quella che ho vissuto così come fu scritta
ora dopo ora
sul grande libro indecifrabile,
quella che mi va cercando per strada,
da un taxi
e senza avermi visto mi ricorda.
Ancora non so quando arriverà, chi la trattiene,
non conosco il suo viso, il suo corpo, il suo sguardo,
non so se arriverà da un altro paese
in un tappeto volante
o da un altro continente.
Sono questa vita che ho vissuto o malvissuto
ma ancor di più quella che deve arrivare
nelle orbite che la terra mi deve.
Quella che sarà domani quando arrivi
in un amore, una parola;
quella che in ogni attimo spero di prendere
senza sapere se è qui, se è lei quella che scrive
guidandomi la mano.

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


MONTAGNE

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S’indorano quando il sole le ricompensa,
distese, calme, senza un gesto,
nonostante custodiscano nel loro grembo
la pazienza del mondo.
Ci vedono invecchiare attendendo che parlino,
ci seguono quando ci trasferiamo
di città in città,
ondulando attraverso remote finestre.
Giacciono sospese con le loro vette nell’aria,
le superiamo guardandole da lontano,
sono antichi abiti matrimoniali però intatti,
nelle fotografie incorniciano quello che fummo
e finanche sorridono
sempre così calme sotto il sole che le indora,
serenissime madri.

Eugenio Montejo.
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


La poesia attraversa la terra in solitudine…

Oggi tentavo di spiegare ai miei alunni che cosa è la poesia. A un certo punto ho smesso di parlare. Mentre li fissavo, ho pensato che sono quarant’anni circa che me lo chiedo anch’io. Iraida
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La poesia attraversa la terra in solitudine,
appoggia la sua voce sul dolore del mondo
e niente chiede
– nemmeno parole.
Arriva da lontano e senza orario, non avverte mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si sofferma sempre ad osservarci.
Poi apre la sua mano e ci offre
un fiore o un ciottolo, qualcosa di segreto,
ma tanto intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


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