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Echo

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Dopo l’ululato di un animale.

      Dopo il tuono. Dopo il corno.

                Dopo il canto di una donna di montagna

                         c’è il silenzio e l’aria vuota.

                               Poi ci sei tu.

 

Ascolti. Il tuono chiama.

           Ascolti. Le onde parlano.

                   Rispondi. Ma nessuno mai

                             ti risponderà. E lo sai.

                                       E questo vale anche per te

                                                                                            – poeta!

 

 

Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
da “The code ” in   “Tempo e violenza”
traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

 

 


I poeti

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I poeti animali parlanti

sciagurano in bellezza versi

profumati – nessuno li legge,

nessuno li ascolta. Gridano

nel deserto la loro legge di gravità.

Dario Bellezza

Roma 5 settembre 1944, Roma  31 marzo 1996


Fu così che la Poesia mi salvò.

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Viaggiatore d’inchiostro
Cerchi
sull’orlo delle pagine
questi viali di parole
dove freme
un battito d’ali
smarrito sotto il cielo
chiarità d’acqua abbagliata
al tuo sguardo assetato
lenta parola
alla notte del fiume
dove stregato di parole
che frantumano la tua voce
leggi il mondo
tracciato sul palmo rovesciato
della poesia.

Cécile Oumhani. Namur, Belgio 12 dicembre 1952
Traduzione di Viviane Ciampi
dal sito Fili d’aquilone

Era un mattino di dicembre di sei anni fa. All’improvviso, la telefonata concitata di mio figlio, l’aria ovattata della sala di rianimazione e mio marito in un limbo dal quale non sarebbe più tornato. Dalle mattinate a scuola, tra letteratura e declinazioni latine, mi ritrovai, per un tempo che durò due anni, ad avere a che fare con aspiratori tracheostomici, pompe di alimentazione, cateteri e terapie farmacologiche complesse ed estenuanti. Non dimenticherò mai il rumore continuo del motore del materasso antidecubito e quello del bip bip del saturimetro che risuonavano nella casa e nella mia testa. Scandivano i miei giorni e le mie notti, senza soluzione di continuità. Mio marito era in quello che, in termini medici, si chiama: stato vegetativo permanente. Il suo corpo era lì, congegno perfetto che continuava a funzionare a ritmi regolari: il cuore batteva, i reni filtravano, la bocca sbadigliava, e io, a chiedermi dove fossero le sue emozioni, i suoi desideri, l’amore per i nostri figli, le sue risate e tutti i baci che mi aveva dato. Sfinita e disperata, frugavo nei suoi occhi persi e trovavo solo il vuoto di un mondo senza tempo, senza luoghi, un buco nero di dolore, dove sarei annegata di sicuro. Avevo smarrito ogni contatto con la realtà ma , soprattutto, con me stessa: non mi “sentivo” più, non sentivo i miei pensieri, le mie emozioni, ero accartocciata nella mia disperazione. Leggevo un libro dopo l’altro, incapace di concentrarmi, divoravo pagine e pagine di parole che neanche ricordavo, dopo averle lette.
Poi, fu come un’illuminazione: non mi serviva leggere storie inventate, romanzi che “interpretavano” la realtà, avevo bisogno della realtà stessa, quei “viali di parole” lasciate, come scie nell’aria, dai “Viaggiatori d’inchiostro”, i poeti. Volevo capire quello che mi era accaduto, volevo riprendermi quello che avevo dimenticato, poter avere ancora passioni, immaginazione, emozioni, volevo “sentire” con tutti i miei sensi, di nuovo il mondo, la vita e me stessa, volevo essere libera.
Fu così che la Poesia mi salvò.
Iraida (Annamaria)


Andavo da un poeta molto vecchio

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Andavo a incontrare
un poeta molto vecchio
tanto vecchio che se fosse stato una quercia
avrebbe avuto mille anni
Avrebbe ricordato i fratelli
che diventarono canoe
avrebbe ricordato
che poteva diventare un armadio
o san Sebastiano
nell’altare centrale o di lato
che la sua parte inferiore
poteva diventare il ceppo per la scure
(oggi al museo delle torture medioevali)
e la parte superiore
centinaia di migliaia di fiammiferi
(oggi nella cenere dei falò sui pendii dei Bieszczady)
Andavo da un poeta molto vecchio
dovevo notarlo ora nel suo nervosismo
ora nella sua assenza
prima ancora di scorgerlo
doveva sparire
prima ancora di orientarmi
doveva gettarmi dalle scale
dovevo essere come un pescatore
che abbraccia una sirena
Andavo da un poeta
che poteva essere una quercia
lungo un parco di alberi
che erano come maschere
guardavo in una cavità
senza scoiattoli e senza uccelli
toccavo la corteccia come palpebre
incollate da rivoli di resina fossile
Andavo da un poeta molto vecchio
tra gli alberi come tra armature
con le visiere calate
Quando entrai nella casa del poeta molto vecchio
le scale che potevano essere lui
se fosse stato una quercia
avrebbero scricchiolato sorde e morte
Quando entrai nell’appartamento
mi accolse in piedi
nelle dita millenarie strinse il bastone che
poteva essere lui stesso se fosse stato una quercia
e pesando nella mano il destino della quercia che
poteva essere lui stesso ma non lo era
fece ciò che nessuna quercia farebbe mai
se avesse mille o duemila anni
fece un passo
docile alla sua volontà di quercia
e le foglie stormirono
giovani come la terra

Jarosław Mikołajewski, Varsavia 1960
traduzione di Paolo Statuti


O tenerezza umana dove sei?

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O tenerezza umana
dove sei?

Forse solo
nei libri?


 

Chi ha fatto il turno di notte

per impedire l’arresto

del cuore del mondo?

Noi, i poeti

 

Izet Sarajlić
Doboj, 16 marzo 1930 – Sarajevo, 2 maggio 2002


Il punto fermo del mondo che ruota.

Forse il poeta è uno che si muove nella realtà, alla ricerca di un senso, di un centro, che spieghi il disagio, la sensazione di inadeguatezza che prende l’uomo ogni volta che si illude di credere che il mondo sia stato fatto proprio per lui. Ma quel “punto fermo del mondo che ruota” ammesso che si trovi, non è lo stesso per tutti e il mondo ci sopravvive, con tutte le sue cose, piccole e grandi, sublimi ed oscene e noi siamo come l’avventore che, appoggiato al bancone, si scola il suo bicchiere e poi scompare dalla stessa porta da cui era entrato un attimo prima. Così, agli occhi del poeta, tutto si sgretola: le convinzioni e le convenzioni, la vita, il mondo intero, in cui egli si smarrisce fino a non saper più distinguere tra realtà e finzione.
Iraida (Annamaria S.)

After the kingfisher’s wing
Has answered light to light, and is silent, the light is still
At the still point of the turning world.

Dopo che l’ala del martin pescatore
Ha risposto luce alla luce, e tace, la luce è ferma
Al punto fermo del mondo che ruota.

T.S. Eliot – Quattro quartetti


I poeti scivolano nudi dentro la vita.

Così
di Luther Blissett (Emilio Piccolo)

potresti insegnarmi
a misurare la vita a cucchiaini di caffé
ma i poeti amano le stelle e i burroni, si dice,
e non sanno andare per strade e autostrade
dove c’è sempre un autogrill con ristorazione sigarette
e una toilette che, tutto sommato, non è male

potresti insegnarmi a leggere fra le tue rughe
il dolore e la stanchezza di chi dal sogno
al mondo ci ritorna come alla casa che ha abbandonato
ma i poeti, amore, hanno mille occhi e mille case
così che tornare è sempre più difficile

potresti insegnarmi
a non dire nemmeno a te la mia follìa
e a nascondermi nelle parole
come in una cassapanca da spedire al fronte
ma i poeti scivolano nudi dentro la vita
senza nemmeno chiedersi perché
e perché la vita è una cosa qualunque

potresti insegnarmi
che giovanazza e giovinezza non sono la stessa cosa
e il buon senso di chi sa fare a meno di entrambe
ma i poeti amano chi li ama e non li ama più
perché è così
così va il mondo, amore,
così va che se solo sorridi
ho voglia di strade e autostrade e autogrill
e case dove passarci i prossimi millenni
e di lasciare la follìa a chi è folle davvero
e di chiedermi solo ma che mangiamo oggi?
e di avere il buon senso che ha chi sa
che non è vero che c’è sempre tempo per tutto
e dirti addio, a mai più

ma i poeti, amore, non sanno mai
se ciò che dicono e scrivono e sentono è vero.

 

*Luther Blissett è un eteronimo di Emilio Piccolo
(Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


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