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Uno di loro

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Ho visto uno di loro
raggomitolato sotto un cartone
davanti alla chiesa di San Francesco.
Ho visto uno di loro rimproverato dal prete
Ho visto uno di loro accovacciarsi nei cespugli
Ne ho visto un altro barcollante
contro la vetrata
di un ristorante di prima categoria
Ho visto uno di loro in una cabina telefonica
mentre la scuoteva
Ne ho visto uno con i piedi ruvidi
Ne ho visto uno in una drogheria
uscire con una pinta
Ne ho visto uscire un altro senza niente
Ne ho visto un altro mettere una corda
nei passanti dei pantaloni
Ne ho visto uno con un uccello sulla spalla
Ne ho visto uno cantare
sui gradini di City Hall
nell’indifferente città dell’amore
Ho visto uno di loro che cercava
di abbracciare una donna poliziotto
Ne ho visto un altro che dormiva
al Ponte di Brooklyn
Ne ho visto un altro in piedi
sul Golden Gate
La vista da quel punto era fantastica.

Lawrence Ferlinghetti.
New York, 24 marzo 1919


Nei panni di Pietro

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Modernissimo, si chiamava così la sala a due passi da via Toledo. Ci andavamo almeno una volta al mese, quando di stare seduti per ore nei banchi, non avevamo proprio voglia. Il nostro professore di storia e filosofia, un marxista leninista con la passione per la settima arte,  ci aveva detto che il cinema era  una forma alternativa di conoscenza e che valeva quanto due ore di lezione. Era il sessantotto e noi non ci sottraevamo: Un uomo da marciapiede, Zabrinski point, Il laureato, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Non si uccidono così anche i cavalli, Fahrenheit 451…..Ricordo che uscivamo dalla sala buia un po’ intontiti, le orecchie fischiavano e la luce ci accecava. In strada discutevamo del film. Mai una volta che fossimo stati d’accordo tra di noi. Poi l’età, la spensieratezza e… la fame prendevano il sopravvento. Correndo e ridendo come matti, andavamo nella friggitoria di piazza Montesanto e mangiavamo ogni cosa. Solo più tardi ho avuto la piena consapevolezza della valenza culturale del cinema.
Fu in quegli anni che,  per la prima volta, mi capitò di vedere  il film “Un uomo venuto dal Cremlino” tratto dal libro “The shoes of the fisherman” dello scrittore australiano Morris West (1916-1999) . L’ho rivisto diversi anni fa e non l’ho mai dimenticato per il forte impatto che ebbe su di me una scena in particolare. Il metropolita Kiril Lakota, arcivescovo di Leopoli, viene liberato dopo vent’anni passati in un gulag in Siberia, grazie a un accordo tra Santa Sede e Unione Sovietica. Viene portato a Roma e ricevuto dal Papa che lo fa cardinale. Alla morte del pontefice, viene eletto papa in conclave, sarà papa Kiril primo. Succede che il presidente della Cina comunista, Peng, è intenzionato a fare guerra ai paesi vicini, essendo il suo popolo alla fame. Il pericolo di un conflitto nucleare è reale. A questo punto il leader sovietico Kamenev invita Papa Kiril a fare da mediatore per riportare alla ragione Peng. E qui c’è la scena di cui parlavo. Un colloquio lungo, serrato e drammatico tra il presidente della Cina e il papa Kiril.  Peng, senza mezzi termini, dice che nel momento in cui lui ha deciso di accettare l’incontro col pontefice, ha messo in gioco se stesso, la sua credibilità e la vita stessa del suo popolo. Di contro, il capo della Chiesa non ha nulla da perdere, può permettersi di sostenere le idee che vuole senza doverne pagare alcun prezzo. Pretende perciò di sapere cosa il pontefice sia disposto a mettere in gioco per far prevalere la sua opinione. Il papa, molto turbato dalle parole di Peng, dice che gli risponderà il giorno stesso della sua incoronazione ufficiale. E quel giorno il papa, a sorpresa, annuncia al mondo intero che metterà tutti i beni della Chiesa a disposizione dei poveri.
Un colpo di scena, non verosimile alla realtà , neanche alla lontana. Un’utopia. Quello che, però,  trovo sconvolgente è il richiamo alla coerenza: è facile predicare il bene per chi ha il dovere di farlo, ma cosa si è disposti a rischiare, a giocarsi, a sacrificare perchè chi ascolta ci creda e si convinca?
Annamaria Sessa.


Perché noi non siamo nati solo per svilupparci. Siamo nati per essere felici.


Dal discorso del Presidente dell’Uruguay José Alberto Mujica* alla conferenza Rio+20.
………..
Perché noi non siamo nati solo per svilupparci.
Siamo nati per essere felici.
Perché la nostra vita è breve e passa in fretta.
E nessun bene vale come la vita, questo è elementare….
….lo sviluppo non può essere contrario alla felicità.
Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.
Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità!
Quando lottiamo per migliorare la condizione sociale, dobbiamo ricordare che il primo fattore della condizione sociale si chiama felicità umana!

* “Questi soldi mi devono bastare perché ci sono molti Uruguaiani che vivono con molto meno!”(José Alberto Mujica) 77 anni, attuale presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay, è considerato uno dei presidenti più poveri del pianeta – non a causa delle condizioni socio-economiche dello stato di cui è esponente, ma per esclusiva scelta personale.


I poveri…


I POVERI ALLA STAZIONE DEGLI AUTOBUS di Ledo Ivo

I poveri viaggiano. Alla stazione degli autobus
allungano il collo come anatre per guardare
le insegne degli autobus. E i loro sguardi
sono di chi ha paura di perdere qualcosa:
la valigia che custodisce una radio a pile e un giaccone
che ha il colore del freddo in un giorno senza sogni…

Come sono grotteschi i poveri! E come i loro odori
ci infastidiscono anche da lontano!
E non hanno la nozione delle convenienze, non sanno stare in pubblico.
Il dito sporco di nicotina strofina l’occhio irritato
che del sogno ha trattenuto solo la cispa.

Nella piattaforma degli autobus vanno e vengono, scavalcano e stringono valigie e pacchi,
fanno domande inopportune agli sportelli, sussurrano parole misteriose
e contemplano le copertine delle riviste con l’aria stupita
di chi non sa la strada del bel salone della vita.

I poveri non sanno viaggiare né sanno vestirsi.
Tanto meno sanno abitare: non hanno la nozione del comfort
sebbene alcuni di loro possiedano persino la televisione.
In realtà i poveri non sanno neppure morire.
(Quasi sempre hanno una morte brutta e inelegante.)
E in qualsiasi parte del mondo danno fastidio,
viaggiatori importuni che occupano i nostri posti
anche quando siamo seduti e loro viaggiano in piedi.

Da Illuminazioni trad.Lucia de Oliveira.


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