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Longtemps, je me suis couché de bonne heure….

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Ti domandi se mi sento sola:

ok allora, sì, mi sento sola

come un aereo vola solo e orizzontale

sulla sua onda radio, puntando

oltre le Montagne Rocciose

verso le piste recinte di blu

di un aeroporto sull’oceano.

Mi vuoi chiedere, mi sento sola?

Bene, certo, sola

come una donna che attraversa il paese guidando

giorno dopo giorno, lasciandosi dietro

miglio dopo miglio

piccole citta’ dove avrebbe potuto fermarsi

a vivere e morire, da sola.

Se mi sento sola

dev’essere la solitudine

di svegliarsi per prima, di respirare

il primo respiro freddo dell’alba sulla citta’

di essere l’unica che e’ sveglia

in una casa avvolta nel sonno.

Se mi sento sola

e’ come la barca chiusa nel ghiaccio della riva

nell’ultima luce rossa dell’anno

che sa che cos’e’, che sa che non e’

ghiaccio ne’ fango ne’ luce d’inverno

ma legno, con quel dono di poter bruciare.

 

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da“Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi

 

E’ tutta la vita che rifletto su  cosa sia la solitudine.  Un bene, un male? Per indole o per la mia storia personale (sono stata figlia unica)  ho molta confidenza con questa condizione e durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza,  l’ho maledetta come si maledicono le cose che ti fanno soffrire. La solitudine la assimili allo star male, alla tristezza,  la eviti e, quasi sempre,   incolpi gli altri  o le situazioni di avertela inflitta. Negli anni ho continuato a lamentarmi della mia vita troppo “appartata”, del mio carattere poco incline alla socialità.  Ho sempre invidiato le persone “brillanti”  che riuscivano a creare interesse intorno a loro,  quelle che si sentivano sempre a loro agio in qualsiasi situazione,  mentre io, in molte occasioni,  mi sono sempre chiesta e mi chiedo ancora   “cosa ci faccio qui?”  Cerco di vedere e frequentare gente ma poi mi prende una specie di insofferenza che mi fa scappare.  La verità è che  non amo i luoghi, diciamo così, troppo “affollati”, specialmente se si conversa. Col tempo, in realtà,  ho scoperto  di avere una “vocazione” alla solitudine . In un certo senso, la solitudine è una forma di libertà, averne preso coscienza mi fa stare molto meglio. E’ così. Preferisco appartarmi, preferisco il silenzio.   Pasolini diceva “… bisogna essere molto forti per amare la solitudine,  bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori del comune…”  Io non so se sono forte o se lo sono stata,  non so se la solitudine l’ho più amata o  più odiata, non so neanche se sia, ormai, diventata una consuetudine o uno stile di vita, ma mi sento anch’io ” come la barca chiusa nel ghiaccio della riva….che sa che cos’e’,  legno, con quel dono di poter bruciare.”   (Annamaria)


Longtemps, je me suis couché de bonne heure….


Usciamo dal bar, un abbraccio e sto per andarmene, quando lei, trattenendomi per un braccio, mi dice “ e adesso non sparire, mi raccomando, non isolarti! So come vivi, sempre in solitudine, non deve essere divertente!”
Ma io non sono una che vive “in solitudine” !! io sono una solitaria, è diverso. Ed essere una solitaria non equivale necessariamente a sentirsi sola. Io ci sto bene in questo spazio interiore, lo frequento molto spesso, è un punto d’osservazione privilegiato: sto attenta, osservo, ascolto, penso. Nulla di quello che mi sta intorno mi sfugge.

Nell’aula dove le suore ci portavano per l’ora di canto, c’era tanto spazio per salti e rincorse, quelle degli altri, perchè io in quel marasma assordante mi sentivo persa e confusa. Tre enormi e altissimi finestroni davano su ampie e gelate geometrie di campi. In quegli inverni, in cui tutto mi pareva smisuratamente grande, alzandomi sulle punte, mi aggrappavo al davanzale e restavo a fissare un omino lontano su un albero. Riuscivo a vedere la sua lunga scala a pioli e i rami che lanciava lontano dopo averli tagliati. Ogni volta restava a fissarli come se quelli, da un momento all’altro, potessero scappar via. Ogni tanto si sedeva sul tronco più grosso, si sfregava le mani ed alitava sulle palme. Con uno scatto risaliva di qualche ramo e ricominciava. Il fatto che io lo guardassi mentre lui non sapeva neanche che esistevo, mi riempiva di ingenuo stupore.
“Sù, sù anche tu al tuo posto!” Dietro di me i bambini erano già tutti in fila, perciò suor Eleonora mi tirava per il braccio, per portarmi tra di loro. Con la testa girata, continuavo a guardare in direzione del finestrone e pensavo a quanto si sarebbe sentito solo l’omino dell’albero  senza me che lo guardavo.
Forse allora avrò imparato che essere soli, vuol dire semplicemente non essere nei pensieri di un altro.
Iraida (Annamaria Sessa)


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