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Quella sera, quando partii senza bagaglio. 3

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C’è silenzio nelle chiese. Fuori, i rumori e le mille voci che dominano la vita di una città che somiglia ad un ingranaggio mostruoso ma perfetto, fatto di strade piccole e grandi, vicoli stretti e lunghi. E lei, abbandonata la grossa arteria del Rettifilo, era sparita in una traversa laterale, poi su per via Dell’arte della lana, fino al largo San Marcellino, alla fine di un vicolo stretto, aveva girato a sinistra e dopo pochi passi, eccola, la basilica del Gesù Vecchio. Era nel “ventre” di Napoli, dove tutto era cominciato. Le sembrò un pellegrinaggio quell’andare per vicoli e strade, che era convinta di dover ripercorrere e rivivere, se voleva alleviare il senso di indeterminatezza di sé, che l’aveva accompagnata fin da piccola. 

Era, ogni volta, un viaggio all’indietro, lungo un percorso già esplorato e dimenticato. Più andava avanti e più avvertiva la piacevole sensazione di perdersi, di scomparire in quelle intricate geometrie di vicoli bui e stretti, sentiva una dolce tenerezza mentre veniva risucchiata dal ventre della città come fosse  l’utero materno da cui era stata espulsa quando era stata messa al mondo.

Entrò, si sedette e pensò “sono di nuovo nel mio principio, sono tornata” In quei luoghi non cercava nessuno e, molto probabilmente, chi c’era stato non c’era più. Ciò che voleva era “ liberare”finalmente quella parte di sé che era rimasta imprigionata lì, quel frammento di storia sconosciuto che, da sempre, l’aveva fatta sentire estranea alla sua stessa vita. Cercava le coordinate da cui era partita e da cui partire, per dare un nome a tutto ciò che le era sempre mancato.
A poche decine di metri da quella chiesa era nata lei, venuta al mondo indesiderata e data via, una sera, senza saluti e senza baci.
Iraida

Parte 1 e parte 2 qui

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Quella sera, quando partii senza bagaglio. 2

” Lei” aveva scelto che si perdessero. Il perchè non aveva importanza. Il problema non era arrancare su domande che non avrebbero cambiato ciò che era . Il problema era un altro.

Se per chi  ti ha  messo al mondo  non  esisti,  rischi di convincerti anche tu che non esisti o di non sentirti  mai “tutta”.  Una volta trovò in una poesia un verso che sembrava scritto apposta per lei Siamo nati circondati da neve senza impronte”. Ecco il vero  problema!  “come era arrivata fin lì?” come? Nessun segno, nessuna traccia, nessun bagaglio.  Perciò,  come un segugio, incominciò ad annusare la sua stessa pelle, i contorni del suo viso,  la lunghezza delle ciglia, scandagliò la profondità dei suoi occhi,  ascoltò il suono della sua voce, contò  ad uno ad uno i nei sul suo collo. Era lei stessa la traccia, dovevano essere sul suo corpo le impronte. Si guardò allo specchio  “chissà se mi assomiglia” “chissà se si attorciglia  i capelli  mentre pensa” . Sentiva l’impellente necessità di darle un volto, delle connotazioni nelle quali poterla  riconoscere e, forse è vero che da certi mali non si guarisce mai,  ma quello era il rimedio che si era data.  Aveva bisogno di umanizzarla forse perché umanizzarla  avrebbe significato comprendere e anche  assolvere.  Non avrebbe saputo mai se la sua  assenza  aveva nuociuto alla vita che le aveva dato, non le importava.  “Lei” aveva permesso che le sue palpebre si aprissero, che i suoi polmoni si riempissero dell’aria. Lei aveva lasciato che  imparasse ad amare e a  odiare, a piangere e a ridere, a ricordare e a dimenticare, a stupirsi e a sognare, a sentirsi immortale o solamente un insignificante granello di polvere nell’universo.

E questo le bastava.
Iraida


Quella sera, quando partii senza bagaglio.1

Il destino con lei si era impegnato parecchio per farla sentire “estranea” alla vita che viveva da 58 anni. Piccolissima, era stata adottata e una parte della sua esistenza, sia pure breve, le era sconosciuta. Sul suo certificato di nascita compariva un nome di battesimo che era quello dei documenti ufficiali ma  l’avevano poi chiamata, per tutta la vita, con un nome diverso. Si portava  addosso una sensazione strana,  si sentiva un’intrusa o meglio, le pareva di vivere la vita di un’altra . E così certe volte aveva la sensazione di essere spettatrice di una storia che scorreva suo malgrado.

La curiosità di sapere da dove veniva non l’aveva mai avuta,  solo una volta chiese all’anagrafe l’estratto di nascita. Lo lesse per strada come si leggono le analisi del sangue dopo che le hai ritirate in laboratorio, con la  paura  di  scoprirvi qualcosa di grave. Lesse e rilesse per giorni quel pezzo di carta,  il mese, il giorno, l’ora, la via, la levatrice, i testimoni . Pensò, sarà stata una sera piovosa in uno di quei vicoli stretti del quartiere San Lorenzo. Nella stanza appena illuminata, bocche mute. Strani parenti le girano intorno, ignorando il suo pianto. Mani frettolose avvolgono un insieme grinzoso di carne e di nervi. Un viso  si gira  altrove, non c’è tempo per fare conoscenza. Qualcun altro chiederà “Nome della madre?” “Nessuno”.

Non aveva mai saputo niente di lei ma  per tutta la vita si era chiesta come portasse i capelli, se le piaceva ballare, se si specchiava nelle vetrine quando camminava per strada, se sulla guancia destra le comparisse una fossetta ogni volta che sorrideva. Nient’altro.

Iraida


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