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Non ne posso più dei ricordi!

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Non saremmo niente senza tutto quello che abbiamo detto e fatto, avuto e dato, patito e goduto. Niente! Non saremmo niente se non avessimo un passato. Ma a un certo punto della vita, la memoria, come vuole Irving, diventa un mostro che divora quello che resta.
Bravi gli altri a ripetere …guarda avanti….non voltarti…! I ricordi si presentano contro la tua volontà, puntuali come il destino.
Non so ancora se a dare un senso al presente o a farlo a pezzi!

Annamaria S.
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Memoria

Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.
Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.
Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

José Emilio Pacheco
Citta del Messico 30 giugno 1939


Stamattina, intorno alle 6:00…….

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I ricordi mi vedono

Una mattina di giugno in cui era troppo presto
per svegliarmi ma troppo tardi per riprendere sonno,
devo uscire nel verde che è colmo
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.
Non si vedono, si fondono completamente
al paesaggio, perfetti camaleonti.
Sono così vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli dia stupore.

Tomas Tranströmer
Stoccolma, 15 aprile 1931


In una sera di pioggia….(Un vecchio post)

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E all’improvviso la pioggia, forte, scrosciante. Ne sento il rumore sulle persiane che, appena buio, chiudo velocemente . Il suono dei battenti e delle maniglie che girano sono rassicuranti, lasciano fuori il mondo, i suoi rumori, gli orologi nelle stazioni, le scale mobili, le porte scorrevoli, gli altri, quelli che chiedono e che aspettano che tu risponda, quelli che ti guardano e che vorresti non si accorgessero di te . Anche l’ultima imposta è chiusa.
E sarà stato il rumore della pioggia, il buio nella stanza, o, come voleva Proust, il potenziale magico che hanno in sé certe situazioni, per cui un ricordo disperso nel passato, riemerge all’improvviso alla coscienza e….io mi materializzo nella camera da letto della mia vecchia casa, in una sera di venticinque anni fa. Fuori, un forte temporale, in casa io e i miei figli. Loro, tra i giochi nella loro stanza che non vogliono saperne di andare a dormire, io nella camera in fondo al corridoio. Ad un tratto un tuono assordante, la luce che va via ed io che corro per raggiungerli. Qualche passo e…mi sento tirare da un lato, qualcuno mi trattiene per il maglione. Raggelata, mi fermo, è buio pesto, chiamo per nome i miei figli, non rispondono. Mi muovo lenta ed ancora sono trattenuta nell’andare, mi fermo, ho paura di procedere ma l’istinto materno è più forte, ancora tento qualche passo mentre chiamo i bambini, il terrore mi strozza la voce. Nessuno risponde e io non riesco a divincolarmi, mi abbasso lentamente in una posizione di difesa e all’improvviso ritorna la luce, quasi a terra mi volto e vedo un lembo del mio maglione impigliato nella maniglia della porta. Mi libero, corro verso la stanza dei miei figli e li trovo addormentati sul tappeto con in mano i loro giochi. Li metto a letto e mio marito rientra.
C’è voluto un bel po’ perché la smettesse di prendermi in giro per via dei “fantasmi” ma quella sera, mentre fuori diluviava, per un attimo ho pensato che in quella casa c’era tutto quello che volevo nella mia vita.

Allora non lo sapevo ma quell’attimo era la “felicità”.

Annamaria S.


Il “mio” istante

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

da “Nuove poesie d’amore”
Titos Patrikios. (Atene 1928)

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…………………….
Tutto, tranne quell’istante
in cui con le dita spostati
dai miei occhi una ciocca di capelli.

Iraida (Annamaria)


Banco dei pegni

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Altre donne
scendevano dai quartieri vicini,
si fermavano davanti alle teche di vetro degli usurai,
scambiavano due parole
con qualche esitazione, come avessero un fuoco nelle
tasche.
Lasciavano sul cristallo
certi grandi gioielli di famiglia, offuscati dal tempo,
chilometri di catenine d’oro, orologi guasti a tre casse,
fibbie, braccialetti, anelli. Ne ricavavano poco o nulla
e se ne andavano in fretta verso il mercato del pesce.
Non tornavano mai a riprenderseli;
sapevano già che la vita, con tutti i suoi spaghi, le carte da
imballaggio, le scatole di cartone, le immagini,
è più ricca del proprio ricordo.

da “Il funambolo e la luna”
Ghiannis Ritsos (Monemvasìa 1909 – Atene 1990)


Longtemps, je me suis couché de bonne heure….


Usciamo dal bar, un abbraccio e sto per andarmene, quando lei, trattenendomi per un braccio, mi dice “ e adesso non sparire, mi raccomando, non isolarti! So come vivi, sempre in solitudine, non deve essere divertente!”
Ma io non sono una che vive “in solitudine” !! io sono una solitaria, è diverso. Ed essere una solitaria non equivale necessariamente a sentirsi sola. Io ci sto bene in questo spazio interiore, lo frequento molto spesso, è un punto d’osservazione privilegiato: sto attenta, osservo, ascolto, penso. Nulla di quello che mi sta intorno mi sfugge.

Nell’aula dove le suore ci portavano per l’ora di canto, c’era tanto spazio per salti e rincorse, quelle degli altri, perchè io in quel marasma assordante mi sentivo persa e confusa. Tre enormi e altissimi finestroni davano su ampie e gelate geometrie di campi. In quegli inverni, in cui tutto mi pareva smisuratamente grande, alzandomi sulle punte, mi aggrappavo al davanzale e restavo a fissare un omino lontano su un albero. Riuscivo a vedere la sua lunga scala a pioli e i rami che lanciava lontano dopo averli tagliati. Ogni volta restava a fissarli come se quelli, da un momento all’altro, potessero scappar via. Ogni tanto si sedeva sul tronco più grosso, si sfregava le mani ed alitava sulle palme. Con uno scatto risaliva di qualche ramo e ricominciava. Il fatto che io lo guardassi mentre lui non sapeva neanche che esistevo, mi riempiva di ingenuo stupore.
“Sù, sù anche tu al tuo posto!” Dietro di me i bambini erano già tutti in fila, perciò suor Eleonora mi tirava per il braccio, per portarmi tra di loro. Con la testa girata, continuavo a guardare in direzione del finestrone e pensavo a quanto si sarebbe sentito solo l’omino dell’albero  senza me che lo guardavo.
Forse allora avrò imparato che essere soli, vuol dire semplicemente non essere nei pensieri di un altro.
Iraida (Annamaria Sessa)


Sembrava facile…c’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo…

Erano mattine come queste, calde e luminose. La scuola era finita e noi ci sedevamo al fresco, sui gradini della scala. In  mano, il nostro pane con lo zucchero. Allora non c’erano  fieste né pinguì. La nutella, nelle botteghe dei piccoli paesi di provincia, arrivava in latte di stagno e venduta  a  cucchiaiate  in coni di carta oleata.

Eravamo  sui gradini, i più piccoli avevano da subito già leccato lo zucchero dal pane, mentre noi, più smaliziati addentavamo le nostre fette, mostrando agli stupidelli di sapere il fatto nostro. Ogni tanto ci fermavamo. Il pane, tenuto a mezz’aria, attirava qualche mosca di passaggio ma chi ci faceva caso? Non un fiato,  non una mossa mentre Dora adesso bisbigliava. Le parole erano scandite, il tono era grave, la narrazione era a un punto estremo di drammaticità e la mosca, coraggiosamente, si era ormai posata sui baffi di zucchero che incorniciavano le nostre bocche spalancate per la paura e lo stupore.

Mia madre, quando ero piccola, non mi raccontava mai  le favole, le piaceva parlarmi della sua famiglia, della sua giovinezza,  della prima volta che aveva visto il mare. Ora che ci penso, detestava le favole e tutto ciò che non fosse, in qualche modo, verosimile. Lei era così, dolcissima e però ben piantata sulla terra.

Tutti pendevamo dalle labbra di Dora, quando, in cima alla gradinata cominciava.. “c’era una volta…”  e non c’era biancaneve, cappuccetto o la bella addormentata. Le sue storie  nascevano lì, davanti ai nostri occhi sgranati e raccontavano di un bambino prigioniero in labirinti senza uscita,  sotterranei e luoghi sconosciuti, abitati dal buio e dal mistero. Nessuno di noi avrebbe voluto essere quel bambino e Dora sapeva tenerci sulla corda. Poi…. poi arrivava la magia,  il bambino cantava una filastrocca e il suono della sua voce vinceva la paura e orientava i suoi passi, la luce tornava e il bambino era salvo. Mia madre ci mise un po’ a capire perché ogni volta che mi mandava in cantina a prendere il vino, cantavo a squarciagola tutto il tempo.

Erano mattine come queste, c’era la luce, c’era la scala e c’era il nostro pane zuccherato da finire.

Dora condivideva con noi il cortile e il quotidiano. Era alta e imponente, col viso dolce e triste di chi porta  ferite antiche. Spesso la vedevo  piangere, non osavo avvicinarmi e così la osservavo, nascosta  dietro un angolo di muro  che separava il suo giardino dal nostro. Anche quella mattina Dora, rossa in viso,  tormentava le foglie di un povero geranio mentre piangendo  discuteva  con suo marito.  Poi, fu un attimo. Mi vide. Mi ritrassi di scatto e  con le spalle attaccate al muro, chiusi gli occhi e con un fil di voce  ripetei come un mantra “ canta Dora, canta…canta….canta la filastrocca!”

Allora non sapevo che un uomo può diventare l’inferno in terra per una donna, ero troppo piccola per capire che nessuna filastrocca al mondo sarebbe bastata a scongiurare la paura che Dora aveva di quell’uomo o far  sparire i lividi che spesso  aveva in viso . 

Non sapevo ancora che la vita, a volte, può diventare un groviglio inestricabile, dove anche la più dolce delle melodie non può bastare ad orientare i passi e trovare una via d’uscita al dolore e alla paura.

Annamaria S.

 

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Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì.
C’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene
a filare il tempo, c’erano i prati, gli alberi, il loro verde
materiale e mutevole e c’era un poco d’ombra
per non socchiudere troppo gli  occhi.
 
Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto
in quella luce a strati, nel desinare chiaro della rondine,
nel lavorio della formica, nella liturgia della morte,
nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare.

Lucianna Argentino (Roma 1962)
(dalla raccolta inedita “L’ospite indocile”)


…il suono della schiuma sugli scogli

Oggi pensavo.  Che parole abbiamo detto  l’ultima volta che ci siamo parlati?  Quali parole ci siamo sussurrati  quel giorno appena  svegli, con gli occhi ancora chiusi e le  mani  ad esplorare  il  tepore dei nostri corpi?  Quali parole  sono state la sostanza di un altro giorno insieme? Quali quelle che  abbiamo lasciato scivolare inascoltate,  per non farci male?  Quante se ne sono perse  tra il tuo caffè e il mio  yogurt, tra  i polsini da abbottonare e i libri,  infilati  in borsa in tutta fretta?  Avrò forse detto  “bisognerà parlarne..” avrai risposto “ne parliamo al ritorno”

Da quel momento, per due anni,  ho condiviso con te  solo il  silenzio. In quella stanza , abitata dal suono del tuo respiro, certi giorni mi è parso di vederlo  il silenzio,  insopportabile,  inesorabile,  mentre si insinuava tra noi, tra il tuo torpore opaco e me che contavo lo stillicidio dei giorni. L’ho sentito nell’aria diventare,  giorno dopo giorno,  una paratoia fredda,  spessa,  insormontabile dove le mie inutili  parole si schiantavano, ogni volta, col lo stesso suono della schiuma sugli scogli. Lui, il silenzio, un guscio duro, inviolabile, da cui avrei voluto  tirarti fuori o io stessa scivolarvi, se solo avessi trovato un varco. Ma ogni tentativo aveva il senso di un’imposta  sbattuta al vento.  Tu non eri lì dove cercavo. Nell’involucro del corpo  non  c’eri  tu e nemmeno i tuoi pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci che mi davi. Nei tuoi occhi persi solo il vuoto inconsistente di un universo senza tempo, senza luoghi, senza parole.
E io  non saprò mai con quali parole ci saremmo, quel giorno,  ritrovati.

Annamaria S.


L’universo morirà nei miei occhi chiusi.

Capita che leggi una poesia,  bella,  intensa, che ti svela  quello che avevi in mente.  E  affiora alla coscienza  il ricordo di una  bambina, di treni, di orologi…..

Ero molto piccola,  mio padre mi portava a guardare i treni che passavano nella piccola stazione del mio paese. Io  ero attratta dagli enormi orologi lungo i binari,  la lancetta più lunga si muoveva a scatti regolari, segnando ogni secondo che passava. Ero ipnotizzata da quel movimento.  Ma una volta uscita dalla stazione , ero sicura che, per il solo fatto che io non la guardassi più, la lancetta fosse ormai ferma,  per sempre.

Come se fuori dalla mia vista, non esistesse più nulla:  il movimento,  la lancetta,  l’orologio stesso.

E forse non è così?  L’universo non muore nei nostri occhi chiusi?

Il mio occhio chiuso 

Nemmeno un istante oso chiudere gli occhi
per paura
di stritolarlo tra le palpebre il mondo,
di sentirlo ridursi in frantumi
come una nocciola fra i denti.
Quanto tempo potrò tenerlo in vita?
Guardo angosciata
e soffro come un cane
per l’universo che non ha riparo
e morirà nel mio occhio chiuso.

Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman
(Timişoara, 25 marzo 1942),


1° maggio 1970, avevo 18 anni.



Come una scorreggia
Si è dissolta la Grande Madre Russia
Come una scorreggia

Arrivederci bandiera rossa
Eri metà sorella metà nemica
Eri i nostri vent’anni
Felici di essere traditi e calunniati
Eri l’altra faccia della luna
Il corpo della specie che dolora
L’urlo
La tenerezza che abbiamo dimenticato
La durezza che abbiamo conservato
Troppi morti troppi
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere
Né giustifiche da cercare
Arrivederci  bandiera rossa
A Lima giocando a pallone qualcuno ancora muore
A Lima a qualcuno ancora hanno tagliato la testa
Troppi morti troppi
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere
Ma nascere di nuovo dobbiamo
Anche se nascere di nuovo è ancora più pesante
Giace la nostra bandiera nel grande bazar della storia
La smerciano per dollari, alla meglio
Non ho preso il palazzo d’inverno
Non ho mai amato Stalin o Gorbaciov
Non sono stato mai iscritto al partito comunista
Ma guardo la bandiera e piango.

Emilio Piccolo (Acerra, 13/05/51)

dal sito http://www.vicoacitillo.it/


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