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Resto

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A modo mio tutto ho fatto per non tornare
qui. Per non espormi all’inutile corrosione
della memoria, all’ingannevole magma delle
parole. A modo mio ho evitato sempre queste
grate, questi alberi simmetricamente

allineati che mi accennano in fondo
al Palazzo Reale. Percorso tante volte
ripetuto e oggi rifiutato, fra sorrisi
contraffatti e sguardi presi
in prestito. A modo mio

tutto ho fatto per non tornare a incontrare 
questa piazza, queste fonti geometricamente
incrostate al suolo, le statue (Castori, 
con braccia sollevate, che tengono qualcosa
che io so essere ciò che non dicono), gli odori,
la musica, le passioni girate verso l’interno…

Tutto ho fatto ma senza successo, per questo ora
resto: multiplo, aereo, ricordi
sparpagliati (gli uni sugli altri, 
spiegazzati). Resto – senza codici
né certezze, malgrado tutto ciò
saldo – imperturbabilmente saldo.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


(…) E fu più o meno da quel momento, che volli tornare indietro. Tornare per trovare l’origine. Una porta. Per ricominciare.. Tornare per ritrovare l’inizio, e me stesso tramite esso (V. O. Mateus)

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Quando partii non comparve nessuno sul bordo della pista.

Quando partii i viaggi erano cosa semplice e banale,

e non quest’ansia di dare un senso al

dolore, uno spazio all’assenza, una fonte

– per quanto minuscola – per saziare quella che

continua ad essere un’inesausta sete. Quando partii erano

 

tutti indaffarati a viaggiare, ma in un altro modo –

voracità di usurai, occhi spalancati

dove il tempo é negoziabile tanto quanto un futuro

ipotecato o una semplice ruota arrugginita. Quando

partii ebbero subito la cortesia di avvisarmi che la poesia

non ha mai salvato nessuno, che la ricerca delle radici

 

(inteso come la comprensione di un passato non

avvenuto) era cosa tanto ridicola quanto obsoleta

per le crasse risate di molti. Quanto partii la buganvillea

della casa di fronte era splendida e c’era

un gatto che passava per la rete. Quando partii una donna

nell’edificio accanto sbatteva un tappetino.

 

Mi fece un cenno di saluto. Sorrise. Quanto partii immaginai

il loro scherno, le telefonate dall’uno all’altro,

le chiacchiere. Quando partii non comparve nessuno

per salutarmi, c’erano solo: io, un progetto

vago, il tuo viso riflesso in lontananza

e il sole che batteva in pieno sopra i vetri.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira

 

Una storia scritta in un libro a cui mancano le prime pagine. Ho sempre pensato  che la mia vita, la vita di chi non conosce le proprie origini,  fosse una storia  così. Oppure un luogo disabitato,   un deserto di volti e di memorie, a cui  devi tornare “per saziare quella che continua ad essere un’inesausta sete”   per guarire da un’ossessioneper fare pace col mondo e con te stessa.  E così , senza bussole né coordinate,  devi partire. O tornare. Un ritorno dell’io al  suo principio, come voleva Plotino. Si parte,  in solitudine,  per la solitudine di un vissuto che non ricordi o che ti è sconosciuto ma nel quale ti senti ancora intrappolato, un viaggio doloroso ma necessario  se vuoi continuare a percorrere la tua vita ed  uscire dal senso di indeterminatezza che è come la tua ombra, non ti lascia mai.   La mèta è il punto di partenza, l’inizio, l’origine,  con cui hai bisogno di ricongiungerti, per dare uno spazio all’assenza e sentire finalmente la tua essenza. 

Iraida (Annamaria S.)

 


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